Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

sabato 21 aprile 2012

Mercato del lavoro: Sbagliato il giudizio positivo della segreteria Cgil.


Mentre in tutt'Europa avanza la richiesta di cambiamento del paradigma economico, politico e sociale, il governo Monti continua ad ispirarsi al modello liberista che tanti danni ha causato.

Alla luce di tale consapevolezza, non sono d'accordo con il giudizio dato dalla segreteria nazionale Cgil in merito al ddl presentato dall'esecutivo sul mercato del lavoro. In particolare sull'Articolo 18, l'interpretazione fornita riguardo alla possibilità per i lavoratori di essere ancora reintegrati sul posto di lavoro è molto debole e non ha elementi di fondatezza giuridica. La modifica dell'Articolo 18 non è accettabile e la Cgil ha il dovere di resistere all'attacco del governo e di Confindustria. In caso contrario, ci assumeremmo una responsabilità storica nell'avallare il cambiamento di una norma a discapito del sistema di protezione sociale e occupazionale dei lavoratori.

La Cgil deve attestarsi su ben altra posizione: quella sancita dalla 'memoria' recapitata al Senato in occasione della recente audizione delle parti sociali in commissione Lavoro: la Cgil ha assunto un orientamento positivo e pienamente rispettoso del diritto al reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. Riferendoci alle facoltà attribuite ai giudici del lavoro, abbiamo chiesto di reintrodurre il 'deve reintegrare', contro il 'può reintegrare' previsto dalla nuova formulazione, per evitare il sorgere di conflitti tra scuole di pensiero all'interno della magistratura e forme di discrezionalità sulla pelle dei lavoratori. Inoltre, al Senato, abbiamo criticato duramente la definizione di 'manifesta insussistenza', chiedendo di eliminare l'aggettivo 'manifesta' relativamente ai licenziamenti per motivi economici, individuali e collettivi.

La Cgil non smentisca se stessa: lo faccia anche per rilanciare il movimento di lotta e per fare in modo che il Paese continui a guardare al più grande sindacato italiano come ad un baluardo della democrazia e dei diritti. Altrimenti si potrebbe pensare, come taluni già stanno facendo, che la Cgil abbia ceduto la sua autonomia ai tre partiti della maggioranza: è una lettura dei fatti da respingere ma, per poterlo fare, non deve essere suffragata da decisioni assunte dalla Cgil al termine del suo Comitato Direttivo.

Nicola Nicolosi - Segretario nazionale CGIL, Coordinatore “Lavoro Società"

mercoledì 14 marzo 2012

Togliere l’articolo 18: a chi serve?


E’ spontaneo chiedersi perché mai il tema dell’art. 18 Statuto dei Lavoratori occupi in modo così rilevante l’attenzione del governo Monti. E questa domanda è ulteriormente sollecitata dal fatto che risulta, da dichiarazioni di alcuni esponenti confindustriali e da un sondaggio dalla stessa Confindustria fra i suoi iscritti, che questo tema, invece, non è (o per lo meno non lo era, prima del pressing del Governo e di diversi, famigerati, organismi internazionali) al centro dell’attuale attenzione del mondo imprenditoriale.

Acquista così, su questa base, forza l’ipotesi che il problema non sia allora quello – già in sé e per sé incredibile – di adottare una misura che incentivi (con un passo all’indietro di più di quaranta anni) l’occupazione, ma sia quello di proseguire, sul piano dell’organizzazione produttiva, nella ristrutturazione, in senso autoritario, dell’intero sistema sociale. L’obbligo, per i datori di lavoro, di reintegrare nel posto di lavoro chi è stato licenziato senza giusta causa o giustificato motivo costituisce, infatti, l’unica effettiva tutela – per le possibilità di vita proprie e della propria famiglia – di quei lavoratori che hanno posizioni ideologiche antitetiche a quelle del pensiero unico dominante, e che, coerentemente, cercano di diffondere queste loro posizioni – e le azioni conseguenti – nei luoghi di lavoro e nella società.

Tolto l’obbligo di reintegrazione, sostituendolo con quello di corrispondere un indennizzo monetario, l’organizzazione produttiva si potrà facilmente liberare – con una certa quantità di soldi – di queste “spine irritative” non conformiste, di questi “suscitatori di dissenso”, di questi “sognatori” di un’organizzazione sociale ribaltata in senso socialista. Né si dica, come dicono alcuni professori di area di c.d. sinistra, che sarà sufficiente mantenere la possibilità dell’annullamento dei licenziamenti discriminatori: è infatti ben noto, a chi si occupa di diritto del lavoro, che la prova del carattere discriminatorio di un licenziamento costituisce “probatio diabolica”, cioè pressoché impossibile.

Ricordiamo che, mentre la prova dell’esistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo deve essere fornita da chi ha licenziato, la prova della discriminatorietà deve essere data da chi ne sostiene l’esistenza. Nella stessa direzione, peraltro, vanno anche, pur con sfumature diverse, le proposte d’area PD di un “contratto unico” che lasci, all’interno dello schema del rapporto di lavoro subordinato, i nuovi assunti privi della tutela dell’art. 18 per i primi (tre) anni di lavoro.

Con questo tipo di inserimento aziendale sarà facile, per gli Uffici Personale, selezionare i lavoratori “degni” di essere stabilizzati. L’inserimento stabile nel mondo del lavoro sarà, cioè, riservato solo a chi dimostrerà, nel lungo periodo iniziale, di essere omogeneo ai c.d. valori aziendali. Trattando di questo tema mi è spontaneo ricordare gli anni 1976/1977, a Milano, quando la lotta dei disoccupati organizzati si legò alle iniziative sul piano giudiziario tese a denunciare la pratica delle “schedature” preassuntive all’Alfa Romeo (prassi già emersa anni prima alla Fiat) e a rimettere in funzione l’allora ancora vigente sistema del Collocamento pubblico della manodopera (voluto da una legge del 1949, e poi lasciato cadere in disuso) che assicurava, attraverso la cosiddetta “chiamata numerica” dall’Impresa all’Ufficio di Collocamento, l’assunzione dei lavoratori iscritti al Collocamento stesso secondo criteri obiettivi, senza alcuna possibilità di discriminazione.

E non per caso, dopo questa ripresa di funzionamento del ruolo pubblico del Collocamento, entrarono in Alfa Romeo decine e decine di giovani, sicuramente “non conformisti”, e assai disponibili a portare avanti le lotte allora in corso, ed altre ancora. Eliminare oggi l’art. 18, ovvero anche costruire un “contratto unico di ingresso”, è, cioè, operazione lungimirante, non limitata all’oggi, voluta dalle intelligenze che tirano le file dell’attuale riassetto sociale, a livello internazionale, e volta a procedere nella costruzione di quel nuovo modello sociale che, pezzo per pezzo, viene montato. Modello sociale che non ha più nulla di “liberale”, e ha tutto del sistema, nei fatti (non nelle forme), dittatoriale: unicità di pensiero, de-solidarizzazione, aggressività guerrafondaia sotto le ipocrite forme delle missioni di pace, criminalizzazione delle ideologie “sovversive”, e, in ultima analisi, annientamento di chi rifiuta di allinearsi. Già, perché privare della tutela dell’art. 18 i lavoratori ancora antagonisti, ovvero impedire l’accesso al lavoro dei giovani anche solo potenzialmente ribelli, significa proprio questo: togliere loro possibilità di vita dignitosa, cioè annientarli.

E, ancora una volta, mi sembra di poter cogliere i nessi, anche sul piano delle forme giuridiche, tra organizzazione del lavoro (e possibilità di vita dei lavoratori stessi) e sistema penale. Alla ulteriore “marginalizzazione” di settori sociali antagonisti risponde infatti (anzi, ha già risposto) la creazione di un armamentario repressivo essenzialmente centrato sulla punizione, in misura esorbitante rispetto alla “media” delle “quantità punitive”, della identità sovversiva.

domenica 11 marzo 2012

L'estinzione della democrazia


Gianni Ferrara è uno dei migliori costituzionalisti italiani, da sempre schierato a sinistra.
La sua analisi è preoccupata e preoccupante, ma terribilemente realistica.


Il «fiscal compact» europeo e il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione cancelleranno i diritti. I diritti, infatti, costano. E se lo stato non potrà più indebitarsi, lo scandalo della ricchezza dei singoli contro la povertà del pubblico sarà sancito per sempre. Monti ha già firmato, Hollande resiste. La Francia, per ora, è l'unica speranza per l'Europa
Questo inverno sarà ricordato. Dai costituzionalisti, dagli economisti, dai filosofi della politica, dagli storici. Lo sarà perché sta segnando il compimento della controrivoluzione iniziata in Occidente negli anni 70-80 dello scorso secolo a mezzo del neoliberismo, usato come reazione all'instaurazione dello stato sociale condannandolo all'estinzione. Lo ha già ridotto ad una larva. Sarà abbattuto.

L'arma che lo finirà è stata forgiata: è il fiscal compact sottoscritto da 25 (su 27) capi di stato e di governo dell'Unione europea il 2 marzo scorso. Ha per fine l'espropriazione senza indennizzo, senza corrispettivo, pura e semplice, netta, della sovranità finanziaria degli stati. Il che equivale a sancire la sottrazione dello strumento cardine della politica di distribuzione della ricchezza prodotta all'interno degli stati alla democrazia negli stati.

A perpetrare questa espropriazione si provvede con un trattato internazionale, l'ultimo temporalmente e il più efficace dell'armamentario diretto alla neutralizzazione della politica e alla devoluzione della sovranità ai mercati, cioè agli agenti nei mercati, diretti o per procura che siano. L'inedita gravità della fase che stiamo attraversando è dimostrata da due dati non contestabili. Uno richiama i caratteri e le implicazioni dello stato sociale, l'altro attiene a come si configura attualmente il rapporto tra stati e capitali.

Primo dato. Si sa che lo stato sociale ha esteso le specie e quindi il numero dei diritti delle donne e degli uomini, integrandone il catalogo con quelli sociali. Quel che non si sa, o, meglio, si nasconde, è che i diritti costano: tutti, nessuno escluso. Costano per la loro tutela, il loro esercizio, la loro effettività. Ma il loro contenuto, cioè i beni che li soddisfano, li differenziano quanto a strumenti che ne assicurano il godimento.
Sono due questi strumenti: gli apparati pubblici e il mercato. Il costo degli apparati pubblici grava, com'è ovvio, sulla capacità contributiva dei cittadini, quello dei beni offerti dal mercato dal rapporto tra domanda ed offerta.

Gli uni si fondano quindi sul contributo pubblico, gli altri sulla disponibilità di danaro dei singoli. I diritti alla sicurezza interna ed esterna, alla tutela della proprietà privata, allo scambio di merci, alla neutralità di chi giudica le controversie, alla libertà di movimento di persone, merci e servizi, trovano negli apparati pubblici i mezzi che coloro che hanno maggiore capacità contributiva ritengono convenienti ad assicurarli. Se ne servono e il costo di tali apparati non è messo in discussione. Il mercato, invece, seleziona i cittadini che hanno alta e anche rilevante capacità contributiva e li privilegia. Privilegia coloro che possono acquisire sul mercato, ad un prezzo corrispondente ai loro bisogni specifici, i beni e i servizi corrispondenti ai diritti sociali reclamati dalle fasce dei cittadini con capacità contributiva bassa o nulla. Privilegia quindi coloro su cui grava il costo degli apparati pubblici necessari a fornire le prestazioni che soddisfano i diritti sociali, apparati che possono essere finanziati soltanto con la riduzione dei profitti e della rendite.

Siamo di fronte ad un profilo della lotta di classe che si dispiega direttamente nel giuridico. Ad essere investiti sono diritti sanciti come fondamentali in una democrazia. Se li si separa comprimendo, declassando quelli sociali, si trasforma la democrazia in un diverso regime. Un regime, magari liberale, ma a dominanza di classe, quella detentrice di capitali.
Secondo dato. A leggere le stime del Fmi, l'ammontare dei prestiti che i vari governi del mondo dovranno ottenere dai mercati quest'anno supererà gli undicimila miliardi di dollari. L'entità della cifra atterrisce ma ancora più deve scandalizzare quel che sottende. Rivela la enormità della differenza tra le risorse finanziarie disponibili dagli stati e quelle in mano ai privati. È quindi un baratro quello che separa la ricchezza che soddisfa gli interessi individuali da quella destinata alla tutela degli interessi collettivi, pubblici, comuni (pur scontando la tara della corruzione e delle spese militari degli stati).

È questo l'effetto prodotto dalla controrivoluzione scatenata dal capitale mediante il neoliberismo.
Quel neoliberismo che, in Europa, ha sancito, nei Trattati dell'Ue, al di là di tante inebrianti ma vuote declamazioni, l'assolutismo del mercato. Ha poi avvolto le Costituzioni dello stato sociale, e tra esse la nostra, sotto la cappa della integrazione europeista.
Alla crisi vasta e profonda che ha prodotto tale disastrosa ideologia, i suoi sostenitori, capi di stato e di governo, Commissione e Bce, rispondono non respingendola ma soffocando stato sociale e Costituzioni e, con lo stato sociale, soffocano la democrazia tout court.

Lo prova il fiscal compact che riconferma ed irrigidisce l'ideologia liberista. Mira, non solo, come rilevato all'inizio, a neutralizzare le istituzioni rappresentative europee e nazionali con la sottrazione della potestà finanziaria e di bilancio ma spoliticizza le decisioni che vi ineriscono per immunizzarle da ogni responsabilità. Propone imperiosamente il pareggio del bilanci statali da sancire con norme costituzionali, con il che, in ultima analisi, chiunque potrà continuare ad indebitarsi per perseguire nel futuro il suo interesse privato. Ma per perseguire l'interesse pubblico no, non lo deve lo stato, non lo potrà nessuno. Prescrive il rientro iugulatorio nei parametri di Maastricht. Affida il controllo sui bilanci degli stati alla Commissione e alla Corte di giustizia, organi irresponsabili politicamente, quindi del tutto.

Qualche mese fa, apparvero su questo giornale due articoli, molto bene argomentati, secondo i quali la crisi di governo determinata dalla dimissioni di Berlusconi era stata risolta in modo difforme dai canoni del governo parlamentare. Non condivisi quell'opinione. A qualificare la forma parlamentare di governo è il rapporto di fiducia e, sempre che i poteri del Capo dello Stato siano volti a tal fine, il loro esercizio è ineccepibile. L'essenza di tale forma, infatti, non è «l'elezione del governo» che ne è invece la negazione, ma la conformazione del governo a strumento degli eletti in Parlamento.
Era altra la crisi. Stava mutando la forma di stato, si stava estinguendo la democrazia.
Il clima è questo. Lo rivela la condotta del Governo insediatosi a crisi risolta. Lo dimostra l'altero sussiego con cui si consiglia il precariato come antidodo alla noia, si rimprovera alla Repubblica eccessiva generosità per aver assicurato a tutti previdenza sociale e assistenza sanitaria, si preannunzia una riforma fiscale basata su imposte indirette, in barba all'articolo 53 della Costituzione, Carta mai citata, per la verità, dal presidente del consiglio, in cento giorni, neanche una volta.
C'è qualche speranza per la democrazia e per le costituzioni dello stato sociale? Seppur flebile ed incerta, a darcela è forse la Francia, ancora una volta, se eleggerà Hollande a suo Presidente, respingendo il fiscal compact e assicurando così la democrazia alla Nazione francese e alle altre Nazioni d' Europa.
da "il manifesto"

sabato 10 marzo 2012

Il PRC dalla parte dei lavoratori MPS


Comunicato stampa

E’ vero: viviamo in un’epoca dove la finanza col suo potere agisce indisturbata fino al punto di commissariare l governo e i parlamenti degli Stati se non dell’intera Comunità Europea. E’ vero: sono ormai più di trent’anni che la globalizzazione dei mercati ci viene imposta dai mantra mediatici come il nuovo dio al quale sacrificare i nostri diritti e di fronte al quale la politica ha perso la sua dignità. Ma c’è un limite sia alla crudeltà finanziaria che all’indecenza.

Per questo ci chiediamo come abbia potuto una banca come il MPS, dove ancora i maggiori azionisti, tramite la Fondazione, sono il Comune e la Provincia e quindi la rappresentanza più alta della comunità senese, spendere dal 2006 al 2010 oltre 65 milioni di euro per il suo gruppo dirigente. Soldi destinati a premi, incentivi, auto di rappresentanza, carte carburanti, contributo alloggio, polizze sanitarie, telefonini di ultima generazione, riunioni e convegni in ambite e salottiere località e pernottamenti in Alberghi ad infinite stelle. Ci chiediamo anche quanto siano costate le consulenze e le indagini di quegli advisor che non hanno mai azzeccato una scelta (Banca 121 e Antonveneta per citare quelle più conosciuti).

Ci chiediamo tutto questo e la risposta che ci siamo dati è che tutto ciò sia servito per far riprodurre negli anni un sistema di potere malato, basato sulla ripartizione degli incarichi per convenienza di consorteria. Facciamo anche autocritica però sul nostro Partito poiché anche noi, ai tempi delle vacche grasse, non siamo riusciti a vedere a denunciare a fondo ciò che non andava.

E’ vero: fino a poco tempo fa Siena e la sua provincia, grazie agli utili riversati sul territorio tramite la Fondazione godeva di un welfare supplementare che spesso è andato oltre la garanzia di ulteriori diritti ai cittadini per sfociare in favori e sistemazioni. Ora che però è arrivato il tempo delle vacche magre non ci stiamo che a pagare di più e per primi debbano essere sempre i cittadini e i lavoratori.

Il piano stratetico messo in piedi dai vertici del MPS chiede un sacrificio di 1400 esuberi che vale un risparmio a regime di 180 milioni sul triennio 2011/2013.

Ebbene, con quale dignità si possono chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori, a chi è stato costretto a subire scelte sbagliate, nel silenzio assordante e/o connivente della politica e delle istituzioni?

Il Partito della Rifondazione Comunista è nettamente contrario a questo piano di riassetto che sarebbe un ulteriore trave sulla testa delle famiglie dei dipendenti e su gran parte del tessuto sociale senese.

Per questo siamo contenti che sia stato confermato lo sciopero dei dipendenti MPS per il 16 Marzo in risposta ai tagli al personale annunciati dal C.d.A. della banca il 22 febbraio scorso, lo sciopero sarà l’occasione per esprimere piena solidarietà ai lavoratori e per sostenere pienamente la loro mobilitazione alla quale, speriamo, parteciperanno tutti i cittadini alfine di impedire l’attuazione del piano di esuberi e per chiedere che i tagli vengano operati sulle consulenze, sugli incarichi “a pioggia” e sugli sperperi e ci fermiamo qua perché non vogliamo certo rubare il mestiere ai ben pagati amministratori e dirigenti della banca!




Matteo Mascherini

Segretario Provinciale PRC Siena


Antonio Falcone

Consigliere Provinciale PRC Siena


Francesco Andreini

Segretario Circolo PRC Siena



mercoledì 7 marzo 2012

9 Marzo, di nuovo scipero generale, di nuovo con la Fiom!


Anche gli ultimi atti confermano quanto il governo Monti sia distante dai lavoratori e come voglia approfittare della crisi per cancellare le residue tutele del mondo del lavoro, sopravvissute al furore antioperaio di Berlusconi e dell’ex ministro Sacconi.

Oggi, dopo varie leggi come quelle Treu, Biagi, il collegato lavoro,l’art. 8 della finanziaria bis del 2011, ed accordi scellerati come quello del 28 giugno tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, dopo i ripetuti peggioramenti al sistema pensionistico, è la volta dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, della cassa integrazione e della mobilità.

L’attacco a questi strumenti di difesa dei lavoratori dalle rappresaglie padronali e dalle crisi aziendali rende del tutto evidente che il filo conduttore della pseudo trattativa sugli ammortizzatori sociali non verte su reali questioni economiche, non vuole estenderli a chi ne è privo, ma è finalizzata a sbaragliare le ultime tutele del mondo del lavoro.

E’ questo il senso della volontà di manomettere l’art. 18 o di sopprimere la cassa integrazione straordinaria, peraltro pagata interamente con i contributi che versano i lavoratori e le imprese industriali e, poi, la mobilità.

L’obiettivo quindi è la soppressione della possibilità di essere reintegrato sul posto di lavoro, che è l’elemento centrale dell’art. 18, così come la soppressione della cigs ha come scopo quello di recidere il rapporto di lavoro tra l’azienda e il lavoratore al primo colpo di tosse dell’azienda.

In ambedue i casi si tratta di tutele fondamentali per i lavoratori e che non hanno costi per lo Stato. E’ quindi assolutamente falso che con l’eliminazione di questi due istituti si libereranno risorse economiche per allargare a tutti gli ammortizzatori sociali. Come è falso che la colpa della crisi occupazionale sia determinata dall’art.18.

Insomma, invece di colpire le rendite finanziarie ed i grandi patrimoni per finanziare un sistema di welfare allargato a chi oggi ne è privo , invece di dotare di risorse e di organici adeguati gli organi ispettivi dell’INPS, dell’INAIL, delle ASL, degli ispettorati del lavoro, ovvero gli unici in grado di recuperare seriamente evasione ed elusione contributiva e fiscale, si preferiscono le sceneggiate mediatiche degli scontrini fiscali che sono una goccia nel mare dell’evasione, prospettando un sistema di ammortizzatori sociali costruito sulla base di contributi individuali, sul modello del “si salvi chi può!”.

«Democrazia al lavoro»: con questo slogan la Fiom scende in piazza venerdì per lo sciopero generale di otto ore dei metalmeccanici. La manifestazione nazionale si terrà naturalmente a Roma.

«Due i temi di fondo» dell'iniziativa, spiega il segretario generale Maurizio Landini: difesa dei diritti e dell'articolo 18 e contro le scelte della Fiat (ma anche di Federmeccanica, che ha deciso di assumere il "modello" di relazioni industriali inaugurato da Marchionne), per la «riconquista» del contratto nazionale e della rappresentanza in fabbrica.

«Ci aspettiamo una giornata positiva e importante perchè vediamo la crescita del consenso e delle ragioni messe in campo». Il Pd, com'è ormai noto, non parteciperà al corteo neppure con i suoie esponenti più "di sinistra", come fassina e Orfini.

«Abbiamo scritto a tutti i parlamentari italiani ed europei e ci siamo rivolti alle forze politiche, ne rispettiamo l'autonomia e le decisioni», però «il punto non è se sono con la Fiom, ma ciò che denunciamo», ossia che «siamo di fronte a vere e proprie discriminazioni e al non rispetto della libertà». Come in Fiat, dove «non c'è un iscritto Fiom nelle prime duemila assunzioni a Pomigliano», dice Landini. Il corteo di venerdì a Roma partirà da piazza della Repubblica intorno alle 9.30 e arriverà a piazza San Giovanni.

Tra gli interventi previsti sul palco venerdì, anche quello di un rappresentante del Movimento per l'acqua e di molti lavoratori metalmeccanici, soprattutto dei grandi gruppi industriali (Fiat, Fincantieri e Finmeccanica) e di Wagon lits. Prenderanno la parola anche il presidente del sindacato dei metalmeccanici greco (Poem) Yannis Stefanopoulos, oltre ad alcuni esponenti del mondo della cultura.

Quanto alle presenze, «ci attendiamo l'arrivo di circa 600 pullman», quindi circa 30 mila persone solo dalle altre regioni, spiega il responsabile dell'ufficio organizzativo della Fiom, Francesca Re David, sottolineando che «solo due treni arriveranno dall'Emilia Romagna», perchè «è ormai impossibile per noi utilizzare i treni con i prezzi che hanno».

«Chiediamo a tutti i metalmeccanici di non lavorare venerdì e di venire a Roma a manifestare: è una scelta impegnativa in una fase di crisi così forte» ma le ragioni sono tante, afferma Landini: «La nostra manifestazione mette al centro la democrazia, il lavoro, inteso come numero di posti di lavoro e difesa dei diritti, la riconquista di un nuovo contratto nazionale degno di questo nome e la conferma della nostra contrarietà rispetto alle scelte della Fiat».

martedì 6 marzo 2012

Lavori in Consiglio Comunale

N°1

OGGETTO: Interrogazione sui lavori di scavo, nel cortile, di fronte all’ingresso dell’asilo Merisol, in loc. S. Martino, nel Comune di Monteriggioni



Mi è stato segnalato da alcuni genitori, che portano all’asilo Merisol i loro figli, che all’interno del nuovo plesso scolastico, nel cortile fronti stante l’ingresso dell’asilo, insisteva un cantiere senza una segnaletica adeguata e privo di idonea transennatura, quindi molto pericoloso per l’incolumità dei bambini che possono oltrepassare con facilità tale delimitazione.


Dopo aver verificato e fotografato lo stato attuale del cantiere ( foto 1 e 2 ) ho chiamato il comandante della Polizia Municipale, Rossi Alessandro, chiedendo di eseguire un sopralluogo per verificare;

Se lo stato attuale dei lavori era conforme alle norme per l’attività edilizia.

Se il cantiere era istallato da una ditta privata oppure dall’ufficio tecnico comunale.


Vista la risposta affermativa del Comandante Rossi, cioè che il cantiere istallato è di competenza dell’U.T.Comunale, e trattasi di lavori sulla rete fognaria del plesso scolastico,


Interrogo il Sindaco e la Giunta per sapere:

  • Se trattasi realmente di lavori sulla rete fognaria, perché vengono svolti dall’U.T.Comunale e di quale intervento si tratta;

  • Se i lavori rientrano nell’articolo 6 lettera “L” del D.P.R. n. 380/2001, attività edilizia libera, la quale può essere svolta senza obbligo di esporre il cartello di cantiere con le indicazioni della tipologia dell’intervento e del direttore lavori;

  • Se dei lavori cosi rilevanti possono essere ricondotti alla cattiva esecuzione da parte dell’impresa appaltatrice che ha vinto la gara per la costruzione del nuovo plesso scolastico, alla mancata previsione in progetto di taluni lavori da parte del committente oppure ad altre cause;

Chiedo altresì


  • Copia conforme della notifica preliminare all’ASL, il Piano Sicurezza e coordinamento ed il Piano Operativo della Sicurezza, documenti obbligatori per qualsiasi istallazione di cantiere, per verificare che le prescrizioni corrispondano a quanto eseguito realmente.

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N°2

Mozione ai sensi dell’articolo 19 del regolamento del Consiglio Comunale


Oggetto: Mozione in merito al rispetto degli esiti referendari relativi all’abrogazione dell’adeguata remunerazione del capitale investito nella tariffa del servizio idrico integrato”

Ricordato


L’esito dei referendum tenutisi il 12 e 13 giugno 2011 attraverso il quale i cittadini si sono espressi in netta maggioranza fra l’altro per l'abrogazione, dalla tariffa per il servizio idrico pagata dai cittadini, della quota relativa alla “ adeguata remunerazione del capitale investito”, ovvero i profitti garantiti in tariffa per i soggetti gestori.

Considerato

Che il risultato del referendum è vincolante e quindi che si debba dare piena attuazione all’esito referendario medesimo;


Che – per contro – il ministro dell’ambiente Clini ha inviato nei giorni scorsi una missiva all’Autorità per l’energia elettrica e il Gas e ai presidenti delle Regioni al fine di “segnalare l’esigenza di dare attuazione a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, con la sentenza 26/2011, in merito all’abrogazione del comma 1 dell’articolo 154 del D.lgs 152/06, relativo all’adeguata remunerazione del capitale investito, così come stabilito dal DPR 18 luglio 2011 n. 116.” Quindi di rispettare l’esito referendario sul punto adempiendo la suddetta sentenza della Corte Costituzionale;


Che nel bacino ATO 6 Ombrone, gestito dalla società “Acquedotto del Fiora”, la quota di remunerazione del capitale investito è pari al 14,8% per il periodo relativo al 2011 e il 15,9% per il 2012 del corrispettivo dovuto, per i servizi di acquedotto fognatura e depurazione;


Che si è finalmente registrato un atto nella direzione del rispetto dell’esito referendario sul punto da parte di un Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale del servizio idrico – quella dell’Alto Veneto – che ha deliberato lo scorso mese di febbraio la “ricalibrazione della tariffa del servizio idrico integrato, escludendo la remunerazione del capitale investito dal calcolo della stessa, per rispettare l’esito referendario in merito al secondo quesito”;


Impegna il Sindaco e la Giunta


Ad attivarsi, per quanto di sua competenza, in sede di ATO 6 Ombrone, e in tutte le sedi deputate,

al fine di fare rispettare la sentenza n° 26 del 2011 della Corte Costituzionale e così contribuire a dare attuazione dell’esito referendario dello scorso giugno;

Dispone di inviare la presente mozione al Presidente del Consiglio Regionale Toscano.


Gianni Polato

Consigliere lista comunista di Monteriggioni.




Il mio voto va rispettato! campagna di Obbedienza Civile.


Rifondazione Comunista di Monteriggioni aderisce alla campagna di "Obbedienza Civile" indetta dal comitato Acqua Bene Comune per la cancellazione dei profitti in bolletta da parte del gestore "Acquedotto del Fiora" riguardante la re numerazione del capitale investito, norma abrogata il 20 di luglio 2011, con il voto referendario.
Tutti i cittadini che volessero aderire all'iniziativa o ricevere informazioni in merito, potranno rivolgersi allo sportello aperto al pubblico, in via Cassia nord 31, ( lato bar dell'Orso ) tutti i martedì dalle ore 17:30 alle 19:00, a partire dal mese di marzo.
Per informazioni telefonare al numero 33873926133.

domenica 19 febbraio 2012

Lavori in Consiglio Comunale

Mozione 1

Oggetto: Abolizione esenzione ICI per gli immobili di proprietà degli enti religiosi e no profit di natura commerciali.

Considerato


Che l'articolo 7, comma 1, lettere d) e lettera e), del decreto legislativo n. 504 del 1992 esenta correttamente dall'imposta comunale sugli immobili (ICI) i fabbricati destinati esclusivamente all'esercizio del culto, nonché i fabbricati di proprietà della Santa Sede;


Rilevato


Che l’art. 7 – comma 1 – lett. i) del D.Lgs. n. 504 del 1992 esenta dall’ICI gli immobili utilizzati dagli enti non commerciali, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive nonché delle attività indicate nell’art. 16, lett. a) della legge 20.05.1985, n. 222 e cioè esplicitamente di attività dirette all’esercizio del culto e della cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana;

Considerato


Che il diritto all’esenzione sussiste quando ricorrono un requisito di carattere soggettivo (ovvero il soggetto che utilizza l’immobile deve rivestire la qualifica di ente non commerciale) e un requisito di carattere oggettivo (gli immobili devono essere utilizzati esclusivamente per una delle attività specificatamente individuate nella lettera i) dell’art. 7 sopra citato;

Preso atto


Che sull’accertamento del secondo requisito nel passato, anche recente, si sono manifestate diversità di interpretazione che ha alimentato contenziosi da ultimo trattasi ripetutamente della Corte di Cassazione che ha stabilito nel 2004 che l’esenzione non può essere accordata qualora l’attività svolta dall’ente ecclesiastico all’interno dei fabbricati sia di natura oggettivamente commerciale e ciò a prescindere da ogni considerazione circa la destinazione degli utili prodotti al perseguimento dei fini istituzionali o statutari;

Premesso


Che successivamente, l'articolo 7, comma 2-bis, del decreto-legge n. 203 del 2005, come sostituito dall'articolo 39 del decreto-legge n. 223 del 2006, ha esteso l'esenzione prevista dall'appena descritta lettera i), stabilendo che essa si applica anche agli immobili destinati allo svolgimento delle predette attività, qualora queste ultime non abbiano esclusivamente natura commerciale;


Considerato


Che in sostanza, tale ultima previsione ha esteso la predetta agevolazione fiscale agli immobili di proprietà di enti ecclesiastici nei quali si svolge attività che abbia prevalentemente, ma non esclusivamente, natura commerciale: in tal modo i predetti enti ecclesiastici possono evitare il pagamento dell'ICI sugli immobili nei quali vengono svolte, ad esempio, attività ricettive o assistenziali a pagamento, per il solo fatto che in essi sono anche svolti, in misura del tutto minoritaria, attività di religione o di culto;

Ritenendo


Che tale previsione, introdotta dal Governo di centrodestra nel corso della XIV legislatura, e successivamente modificata nel corso della XV legislatura, costituisca un'ingiustificata disparità di trattamento a vantaggio degli enti ecclesiastici, la quale non trova alcuna giustificazione, né nell'esigenza di garantire la libertà religiosa, né in quella di rispettare le norme concordatarie che regolano i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica;

- Che il principio di laicità dello Stato appare intaccato nelle ultime disposizioni emanate nei confronti della Chiesa Cattolica;

- Che il comportamento dello Stato deve improntarsi sui principi di equità nei confronti di tutti i soggetti terzi non potendosi distinguere fra soggetti titolari della stessa attività svolta per il perseguimento di un profitto;

- Che ove con tutta probabilità sarà riconosciuta l’incompatibilità della disciplina con l’art. 87 del trattato U.E. sugli aiuti di Stato alle imprese si determinerà una condizione disagevole per lo Stato, obbligato al recupero delle somme non legittimamente riscosse sia per la Chiesa che dovrà provvedere al versamento di quanto dovuto;

Considerato


Che nel mese di agosto 2009 l’Unione Europea ha richiesto al Governo Italiano informazioni supplementari e dettagliate circa i paventati vantaggi concessi alla Chiesa Cattolica per l’esenzione dall’ICI di alcune tipologie di immobili di proprietà della Chiesa stessa;

Appreso


Da una comunicazione formale del Ministero dell’Economia e delle Finanze che con lettera del 12 ottobre 2010, la Commissione ha avviato un procedimento di indagine formale, conformemente all'articolo 108, paragrafo 2, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in relazione al regime previsto dall'articolo 7, comma 1, lettera i) del decreto legislativo n. 504/92 e in relazione alla disposizione di cui all'articolo 149, quarto comma, del TUIR.

Ricordato



Che la predetta agevolazione comporta la rinuncia a un gettito di entità non trascurabile, che potrebbe aiutare i comuni a far fronte alla forte stretta finanziaria decisa nei loro confronti dal Governo con l'irrigidimento delle norme sul Patto di stabilità interno;

Che in tale contesto appare evidente la necessità di intervenire al più presto su tale aspetto della disciplina ICI, al fine di ripristinare il principio della parità di trattamento tra contribuenti che si trovino nelle medesime condizioni, nonché al fine di evitare un'ulteriore condanna dello Stato italiano in sede europea, con il conseguente rischio di incorrere in sanzioni pecuniarie particolarmente gravose per l'Erario pubblico.


IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA

Ad assumere, in seno dell’ANCI, per le considerazioni sopra esposte, una posizione a favore della soppressione del comma 2 bis dell’art. 7 del D.L. 30.09.2005, n. 203, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 02.12.2005, n. 248 e infine sostituito dall’art. 39 del D.L. 04.07.2006, n. 233 convertito con modificazioni in legge 04.08.2006, n. 248, al fine di eliminare tale ingiustificata disparità di trattamento.


Ad avviare un’indagine sul territorio comunale sull’ammontare delle mancate entrate nei bilanci comunali dovute all’introduzione dell’esenzione ICI per le attività degli enti religiosi e non profit di natura commerciale entro il 15 aprile 2012.


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Mozione 2


Oggetto: MOZIONE PER L’ABBANDONO DEL PROGRAMMA DI ACQUISTO DEI 131 CACCIABOMBARDIERI F35 E PER LA DESTINAZIONE A FINI SOCIALI DEI FONDI RISPARMIATI


Premesso che:


Il governo nazionale ha dirottato alcune risorse del fondo per lo sviluppo nel bilancio della Difesa per acquistare armi;
la cifra stanziata è di circa 18 miliardi di euro destinati alla produzione di 135 cacciabombardieri e 135 milioni di euro per l’acquisizione di unità navali della Fremm;
sono previsti ulteriori finanziamenti, per il 2012, per la produzione di 4 sommergibili, cacciabombardieri F 35 e delle due fregate Orizzonte per una spesa di circa 780 milioni di euro;

Tali scelte, operate dal precedente governo, sono state confermate dal governo presieduto da Mario Monti.

Considerato che:


L’attuale crisi economica sta facendo pagare un prezzo altissimo ai cittadini;
Gli Enti Locali verranno ulteriormente penalizzati dalla riduzione dei trasferimenti che avranno come conseguenza un’ulteriore diminuzione dei servizi e un peggioramento delle condizioni di vita;

Altri Paesi che avevano preventivato l’acquisto dei costosissimi F35 hanno cancellato o sensibilmente ridotto tali programmi;


IL CONSIGLIO COMUNALE DI MONTERIGGIONI

Considera improponibili queste spese alla luce dei pesantissimi sacrifici richiesti ai cittadini e ai tagli allo Stato Sociale;
Esprime il proprio dissenso rispetto a tale scelta;
Reclama che questi fondi stanziati per le armi, possano essere viceversa destinati a salvaguardare le pensioni delle fasce sociali più deboli e agli Enti Locali per garantire quei servizi sociali essenziali a rispondere ai bisogni primari dei cittadini.

IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA


  • a sostenere attivamente la campagna degli Enti Locali per la Pace /Tavola della Pace per richiedere il taglio del programma di acquisto degli F35 e per una seria riduzione delle spese militari.

    A far pervenire la presente mozione al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Difesa, ai capigruppo di Camera e Senato.


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Mozione 3

Oggetto: MOZIONE PER IL RIPRISTINO DELLA LEGGE CHE CONTRASTA IL FENOMENO DELLE DIMISSIONI IN BIANCO SUI POSTI DI LAVORO E NORME CHE SCORAGGINO TALE PRATICA NEI BANDI DI GARA E APPALTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE


Premesso che:

  • Il fenomeno delle dimissioni in bianco interessa circa 2 milioni di lavoratrici e lavoratori italiani, ma soprattutto le donne in età fertile in una percentuale del 60 per cento ed è diffuso su tutto il territorio nazionale;

  • Per i datori di lavoro ricorrere a questo stratagemma, che rappresenta anche un modo per aggirare l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, è tornato possibile perché la norma che contrastava il fenomeno, introdotta nel nostro ordinamento durante il Governo Prodi con la legge 188/2007 (approvata all’unanimità dal Parlamento), è stata prontamente abrogata, a pochi mesi dalla sua entrata in vigore, dal Governo Berlusconi;

  • Per le donne i motivi più frequenti dell'ingiustificato licenziamento sono la gravidanza o la nascita di un figlio, la malattia, l'età, nonché i rapporti con il sindacato. Secondo quanto si legge nel Rapporto annuale 2011 dell'Istat, sono circa 800 mila, quasi il 9 per cento delle lavoratrici, le donne che, nel corso della loro vita, sono state licenziate attraverso le dimissioni in bianco o perché in gravidanza.

  • A subire più spesso questo trattamento sono le più giovani (il 13,1 per cento delle madri nate dopo il 1973), le residenti nel Mezzogiorno (10,5 per cento) e le donne con un titolo di studio basso (10,4 per cento), le donne che lavorano o lavoravano come operaie (11,8 per cento), quelle impiegate nell'industria (11,4 per cento);
    tra le lavoratrici costrette a lasciare il lavoro in occasione o a seguito di una gravidanza, solo 4 su 10 hanno poi ripreso l'attività, solo 23 su 100 al Sud.

  • Considerato che da tempo sono assegnate alla Commissione Lavoro del Senato proposte di legge finalizzate al contrasto del fenomeno delle dimissioni in bianco e che la stessa Ministro Fornero ha di recente dichiarato di voler porre rimedio a questa grave situazione;

  • Secondo una recente denuncia della segreteria Filctem Cgil il fenomeno della richiesta delle dimissioni in bianco è in drammatico aumento”.

Impegna il Sindaco e la Giunta Comunale


  • Di procedere, quanto di sua competenza, a introdurre nei bandi e nelle gare per beni e servizi, clausole che prevedano la possibilità di dimissioni solo se firmate in presenza del funzionario o del dirigente dell’amministrazione pubblica responsabile dell’atto.

  • Invita il Governo e il Parlamento a ripristinare il divieto delle dimissioni in bianco e di emanare una legislazione di contrasto del fenomeno;

  • Dispone di inviare la presente mozione al Presidente del Consiglio, ai Ministri del Welfare e delle Pari Opportunità, ai presidenti delle commissioni lavoro e i capigruppo di Camera e Senato.

Gianni Polato

Consigliere lista comunista di Monteriggioni






lunedì 23 gennaio 2012

ACQUA ALL'ARSENICO, SENTENZA RIVOLUZIONARIA.


SENTENZA RIVOLUZIONARIA CONDANNA IL MINISTERO DELL'AMBIENTE E DELLA SALUTE A PAGARE 200.000 EURO AI RICORRENTI COSTRETTI A BERE ACQUA AVVELENATA PER LO STRESS E IL DANNO ALLA VITA DI RELAZIONE!!

UN PRINCIPIO RIVOLUZIONARIO CHE APRE LA STRADA AI RISARCIMENTI PER IL DEGRADO URBANO E L'INQUINAMENTO DELL'ARIA IN TUTTE LE GRANDI CITTA'

ORA SI AVVIA UN NUOVO MEGA RICORSO DI UN MILIONE DI UTENTI CHE SOLO NEL LAZIO BEVONO ANCORA ACQUA AVVELENATA E CHE COSTRINGERA' GLI ATO A ABBASSARE LE TARIFFE E CHIEDERA' UN RISARCIMENTO PIU' CONSISTENTE DI ALMENO 1500 EURO A UTENTE

SECONDO IL TAR BERE ACQUA ALL'ARSENICO PUO' PRODURRE TUMORI AL FEGATO, CISTIFELLEA E PELLE E MALATTIE CARDIOVASCOLARI

IL CODACONS DIFFIDA DI URGENZA I MINISTRI DELLA SALUTE E DELL'AMBIENTE A CHIUDERE I RUBINETTI IN TUTTI I COMUNI DOVE IL LIMITE E' SUPERATO


Clamorosa sentenza del TAR del Lazio condanna i ministeri a risarcire gli utenti dell'acqua di varie regioni (Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia, Umbria) con almeno 100 euro a cittadino. La sentenza apre una strada di incredibile valore, affermando che fornire servizi insufficienti o difettosi o inquinati determina la responsabilità della pubblica amministrazione per danno alla vita di relazione, stress, rischio di danno alla salute. Ora questa strada sarà percorsa anche per chiedere i danni da inquinamento dell'aria e da degrado sia a Napoli che a Roma e nelle altre grandi città in cui la vivibilità è fortemente pregiudicata dal degrado ambientale.

"Si tratta di una vittoria importantissima - ha dichiarato il presidente del CODACONS Carlo Rienzi - perchè pone termine alla impunità di regioni e ministeri che per non spendere i soldi stanziati o non sapendoli spendere hanno tenuto la popolazione in condizioni di degrado e di rischio di avvelenamento da arsenico.

Ora i singoli presidenti delle regioni e i singoli Ministri dell'Ambiente e della Salute succedutisi negli ultimi anni, quando promettevano all'Europa bonifiche delle falde in cambio di aumento dei limiti di presenza del metallo velenoso nelle acque, dovranno essere perseguiti dalla Corte dei Conti per rimborsare l'erario dei soldi che dovranno risarcire agli utenti'.

Oltre 2000 i cittadini che avranno diritto al rimborso del danno di 100 euro a testa ma saranno decine di migliaia quelli che nel prossimo ricorso che partirà tra poche settimane chiederanno almeno 1.500 euro a testa. Nel prossimo ricorso al quale si può già aderire seguendo le istruzioni sul sito www.codacons.it , si agirà - come indica il TAR nella clamorosa sentenza - anche contro gli ATO di appartenenza per chiedere un ribasso immediato delle tariffe a la restituzione di quelle versate per avere in cambio acqua avvelenata.

Il TAR ha riaffermato che l'acqua fornita ai cittadini deve essere salubre e la tariffa legata proprio alla qualità di essa, da cui l'indicazione di agire contro le ATO che non potevano non tenere conto di questo dato nel determinare la tariffa.

Ma non solo. Il TAR ha anche affermato l'importantissimo principio - che porterà ora a decine di querele penali e denunce alle Procure della Repubblica - che nella vicenda sollevata dal CODACONS e dall'ASSOCIAZIONE UTENTI DEI SERVIZI PUBBLICI (la cui legittimazione viene sancita dal TAR sia per la tutela ambientale che consumerista ) sussiste un preciso:

"fatto illecito costituito dall'esposizione degli utenti del servizio idrico ricorrenti ad un fattore di rischio (l'arsenico disciolto in acqua oltre i limiti consentiti in deroga dall'Unione Europea), almeno in parte riconducibile, per entità e tempi di esposizione, alla violazione delle regole di buona amministrazione, determina un danno non patrimoniale complessivamente risarcibile, a titolo di danno biologico, morale ed esistenziale, per l'aumento di probabilità di contrarre gravi infermità in futuro e per lo stress psico-fisico e l'alterazione delle abitudini di vita personali e familiari conseguenti alla ritardata ed incompleta informazione del rischio sanitario'.

E ancora - prosegue il TAR del Lazio (pres. EDUARDO PUGLIESE, Rel. RAFFAELLO SESTINI) - è certa la "pericolosità per la salute umana derivante da un'esposizione prolungata all'arsenico presente nell'acqua potabile, anche in quantità piccolissime, come risultante dalla ricerca condotta su oltre 11.700 persone in Bangladesh e pubblicato nell'edizione online della rivista scientifica The Lancet, che ha dimostrato che la presenza di arsenico in elevate concentrazioni nel sangue aumenta in modo significativo il rischio di tumori.

Secondo le stime effettuate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, in Bangladesh a partire dagli anni '70 almeno 35 milioni di persone hanno bevuto acqua contaminata con piccolissime quantità di arsenico, e secondo lo studio Heals (Health Effects of Arsenic Longitudinal Study) coordinato da Habibul Ahsan dell'Università di Chicago, ciò è stato sufficiente a provocare il 21% delle morti per tutte le cause e il 24% di quelle attribuite a malattie croniche (in prevalenza, tumori al fegato, cistifellea e pelle e malattie cardiovascolari)'.

martedì 17 gennaio 2012

Contro il razzismo, solidarietà ai migranti, chiudiamo Casa Pound!


Martedì 13 dicembre 2011, a Firenze, vengono assassinati due cittadini senegalesi e altri 4 vengono feriti dalla stessa arma. Arma impugnata da Gianluca Casseri, militante di Casa Pound Pistoia non chè assiduo frequentatore e collaboratore di diverse sedi di Casa Pound in Toscana. Questo fatto cruento non può certo essere interpretato come il sintomo della follia di un individuo, si tratta, piuttosto, della punta di un iceberg.

L’odio razziale, propagandato per più di un decennio anche dalle destre parlamentari, è una caratteristica centrale della rivendicazione neo-fascista diffusa da queste stesse organizzazioni. Nonostante la nostra Costituzione vieti espressamente l’apologia di fascismo e di razzismo, queste “bande” sono oggi largamente diffuse sul territorio Toscano e Nazionale.

La loro legittimazione è da sempre funzionale ad un potere politico ed economico che utilizza questi stessi elementi come bassa manovalanza e come strumento di divisione sociale.
Lo scopo è quello di creare divisioni fittizie nelle classi popolari lavoratrici, per scongiurare un'unità pericolosa per l'attuale sistema: alimentare le paure e le frustrazioni delle classi meno abbienti è una vecchia strategia; la distrazione di massa è funzionale all'oblio delle carenze statali, scatenando una lotta verso ciò che si differenzia per colore, ma che vive di quelle e nelle stesse condizioni di indigenza.

Ad una repressione politica segue necessariamente l'attuazione di strategie di controllo diversificate e locali; il braccio armato ha il compito di reprimere ciò che una legge non potrà mai cancellare: la lotta ed il libero dissenso.
Non è più possibile ignorare questi gruppi dell’estrema destra, coltivando l’illusione che, in fondo, si tratti di pochi e ininfluenti personaggi.

Gli ultimi anni hanno visto il coinvolgimento di militanti neo-fascisti in numerosi episodi di aggressione ai danni di attivisti di sinistra nel nostro territorio ed in quello Nazionale con l’appoggio, talvolta evidente, di certi settori istituzionali. Vogliamo ricordare, a titolo di esempio emblematico, il solo episodio dei così detti Fatti di Pistoia, che hanno visto il coinvolgimento diretto dell’assassino Casseri.
Egli infatti era presente a tutte le udienze del processo contro gli antifascisti toscani, che si erano riuniti per discutere dell’emergenza democratica delle ronde leghiste, accusati invece di aver devastato la sede vuota del circolo Casa Pound di Pistoia.

La memoria ha valore se conservata e protetta; nella situazione attuale tutti i tabù sembrano però essere caduti.
Anche in una parte della societa' civile, si va facendo strada, in nome della tolleranza e della libertà di parola, l'apologia di un reato storico, culturale ed umano come il fascismo.
Dare spazio a simili frange significa diffondere e legittimare un pensiero e delle pratiche già giudicate dalla Storia e bollate come crimini contro l'umanità. Gli incendi dei campi Rom sono passati come uno sfogo alla frustrazione e non come il sintomo di un crescente odio razziale suscitato ad arte proprio da quei gruppi di estrema destra dei quali chiediamo la messa fuorilegge, cioè l'attuazione della NOSTRA costituzione antifascista.

Non chiediamo solo la messa al bando delle idee in quanto tali, ma anche il rifiuto netto e deciso da parte della politica di concetti dannosi e forvianti nelle premesse e negli effetti e delle organizzazioni che operano sulla base di tali ideologie.

Ignorare la pericolosità di personaggi alla stregua di Iannone è un grave atto politico e sociale di sottovalutazione in termini di lungimiranza: il fascismo, come tutte le dittature, non potrà mai tollerare altra voce dalla propria; se ora vediamo questi sparuti, e neanche troppo, nuclei, utilizzare APPARENTEMENTE le regole del gioco democratico, è soltanto perchè al momento attuale è l'unica via per avere una certa diffusione a livello formale e mediatico.

Purtroppo le idee alla base non sono cambiate e non cambieranno mai; controllo, razza e gerarchia, se lasciate libere di proliferare, sono le strutture di un pensiero che può portare e porterà ad una sola inevitabile conclusione: la sconfitta della democrazia.
In questo contesto e con l’aggravarsi della crisi economica, è più che mai necessario rispondere con forza a queste organizzazioni e alla cultura dell’odio da esse propagandata.


Con questo documento le chiediamo di intervenire con gli strumenti a sua disposizione per far chiudere le sedi di Casa Pound in Toscana dichiarando la loro illegalità . Le chiediamo di fare da apripista al resto d'Italia e di far rispettare la Costituzione italiana .
Mai più diffusione dell’odio razziale, mai più omicidi xenofobi.

Questo sarà solo il primo passo per poter rispondere alla rivendicazione razzista, dimostrarne l’incoerenza logica, costruendo finalmente nel nostro Paese una cultura del rispetto verso le differenze religiose, sessuali, culturali, etniche e di genere.


I firmatari:
SIENA BENI COMUNI
100 IDEE PER LA PACE
CAAT REGIONALE
PARTITO DEI CARC
ANPI PROVINCIALE SIENA
ANPI UNIVERSITA' SIENA
COBAS
USB
GIOVANI COMUNISTI
BRISOP
PRC SOVICILLE
SERPE REGOLO
COMITAO ACQUA DI SIENA
PCL SIENA
STANZE DELLA MEMORIA
RETE DEI COMUNISTI DI PISA
PRC DI ABBADIA SAN SALVATORE
COMITATO COMUNISTA TOSCANO SEZ.FIRENZE
REDAZIONE “NUOVA UNITA”FIRENZE
SINISTRA CRITICA TOSCANA
ASSEMBLEA ANTIFASCISTA ANTIRAZZISTA MASSA CARRARA
MICHELE VITTORI
ANNALISA VIOLINI
SONIA MASI
ANDREINI FRANCESCO
CASOLE NOSTRA
COSTANTINO BORGOGNI (PRC POGGIBONSI)
PARTITO COMUNISTI ITALIANI(MASSIMILIANO STUMPO SEGRETARIO PROVINCIALE)

sabato 14 gennaio 2012

LE LIBERALIZZAZIONI SONO STATE UN FLOP


Consumatori italiani beffati: solo i prezzi dei medicinali e delle tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione. Impennata dei costi per le assicurazioni auto, per i servizi bancari/finanziari e per i trasporti ferroviari

“Le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi si è registrata una vera e propria impennata dei prezzi o delle tariffe. Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, solo i medicinali e le tariffe dei servizi telefonici hanno subito una diminuzione del costo. Per tutte le altre voci del paniere preso in esame, invece, è successo il contrario. I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale. Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”.

A denunciare questa situazione è il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni.

Il “flop” più clamoroso è avvenuto per le assicurazioni sui mezzi di trasporto che dal 1994 ad oggi sono aumentate del +184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).

Male anche i servizi bancari/finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Sempre tra il 1994 ed il 2011 i costi sono aumentati mediamente del +109,2%, mentre l’incremento dell’inflazione è stato pari al +43,3% (in questo caso i costi finanziari sono aumentati 2,5 volte in più dell’inflazione).

Anche i trasporti ferroviari hanno registrato un incremento dei prezzi molto consistente: tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento del costo della vita pari al +27,1%.

Se per i servizi postali l’aumento del costo delle tariffe è stato del +30,6%, pressoché pari all’incremento dell’inflazione avvenuto tra il 1999 ed il 2011 (+30,3%), per l’energia elettrica la variazione delle tariffe ha subito un aumento più contenuto (+1,8%) rispetto alla crescita dell’inflazione (che tra il 2007 ed i 2011 è stata del +8,4%). Solo per i medicinali e i servizi telefonici le liberalizzazioni hanno portato dei vantaggi economici ai consumatori. Nel primo caso, tra il 1995 ed oggi i prezzi sono diminuiti del 10,9%, a fronte di un aumento del costo della vita del +43,3%. Nel secondo caso, tra il 1998 ed il 2011 le tariffe sono diminuite del 15,7%, mentre l’inflazione è aumentata del 32,5%.

“Alla luce del risultato emerso in questa analisi – conclude Giuseppe Bortolussi – invitiamo il nuovo Governo Monti a monitorare con molta attenzione quei settori che saranno prossimamente interessati da processi di deregolamentazione. Non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di liberalizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le tasche dei consumatori italiani”.


Andamento delle tariffe nei settori liberalizzati


Variazioni % del prezzo/tariffe e dell'inflazione tra l'anno di liberalizzazione e il 2011 (**)


1994 Anno di liberalizzazione (**)
+184,1 Var. % del prezzo o della tariffa
+43,3 Var. % inflazione
+4,2 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Servizi bancari/finanziari (*)

1994 Anno di liberalizzazione (**)
+109,2 Var. % del prezzo o della tariffa
+43,3 Var. % inflazione
+2,5 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Trasporti ferroviari

2000 Anno di liberalizzazione (**)
+53,2 Var. % del prezzo o della tariffa
+27,1 Var. % inflazione
+ 2 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Pedaggi autostradali (***)

1999 Anno di liberalizzazione (**)
+50,6 Var. % del prezzo o della tariffa
+30,3 Var. % inflazione
+1,7 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Trasporti aerei

1997 Anno di liberalizzazione (**)
+48,9 Var. % del prezzo o della tariffa
+35,1 Var. % inflazione
+1,4 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Gas

2003 Anno di liberalizzazione (**)
+33,5 Var. % del prezzo o della tariffa
+17,5 Var. % inflazione
+1,9 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Servizi postali

1999 Anno di liberalizzazione (**)
+30,6 Var. % del prezzo o della tariffa
+30,3 Var. % inflazione
uguale Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Trasporti urbani (***)

2009 Anno di liberalizzazione (**)
+7,9 Var. % del prezzo o della tariffa
+4,1 Var. % inflazione
+1,9 volte Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Energia elettrica

2007 Anno di liberalizzazione (**)
+1,8 Var. % del prezzo o della tariffa
+8,4 Var. % inflazione
inferiore Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Prodotti farmaceutici

1995 Anno di liberalizzazione (**)
-10,9 Var. % del prezzo o della tariffa
+43,3 Var. % inflazione
diminuito Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazione

Servizi telefonici

1998 Anno di liberalizzazione (**)
-15,7 Var. % del prezzo o della tariffa
+32,5 Var. % inflazione
diminuito Aumento prezzi o tariffe rispetto l'inflazion

giovedì 12 gennaio 2012

Articolo per l'informatore comunale 2012

Non è facile fare un resoconto di un intero anno in poche righe, ma voglio comunque esprimere le mie considerazioni su alcuni temi che mi hanno coinvolto sia politicamente come consigliere sia privatamente come cittadino residente di questo Comune.

Innanzitutto penso che il 2011 sia stato l'anno dei “beni comuni” con la presa di coscienza dei cittadini, culminato con i referendum di giugno sull’acqua pubblica, nei quali come partito abbiamo speso molteplici energie, ripagate però dai risultati delle urne, che hanno decretato innanzitutto una vittoria di partecipazione popolare, e poi la vittoria dei “SI”.
Rimane il rammarico perchè ad oggi non è stato rispettato quell’esito.

Sempre in Consiglio Comunale non sono mancate le mie critiche su alcune scelte, anche di tipo urbanistico, che hanno inciso in maniera profonda sul nostro territorio, ed in particolar modo sulla zona sud di Monteriggioni.

L’abitato di "Tognazza-San Martino-Fornacelle" è cresciuto molto, alla stregua di Castellina Scalo, ma a differenza di questo, divenuto un "paese" vero e proprio, è rimasto per lo più un aggregato suburbano di Siena, anche a causa della carenza di infrastrutture, e dell’inadeguata pianificazione, tanto che ad oggi non esiste nemmeno un negozio di generi alimentari, a discapito di chi vi risiede che è costretto a spostarsi su Siena per qualsiasi necessità.
Per non parlare della carenza endemica di parcheggi pubblici, che ha indotto l’amministrazione ad istituire molti sensi unici, costringendo i residenti a giri tortuosi o ad immettersi più volte sulla Cassia per spostarsi all’interno dell’abitato.
Altra scelta discutibile è stata la costruzione di un capannone con destinazione direzionale, su via Ferrini, in una zona prettamente residenziale, con la conseguenza di avere decine e decine di veicoli che transitano, in una zona già congestionata, e sostano in parcheggi pubblici destinati ai residenti.

L’ultimo atto è stato l'articolo e l'interrogazione in Consiglio Comuale sullo spandimento della pollina nella zona di Pian del Lago, dove facevo mie le preoccupazioni dei cittadini in merito al tipo di concimazione e alle possibili ricadute che questa potrebbe comportare in un territorio ad alta sensibilità per le falde aquifere.

Gianni Polato, consigliere Rifondazione e Comunisti Italiani

Per motivi di spazio è stato chiesto di non superare 2000 caratteri, molte considerazioni avrebbero bisogno di essere appofondite ma non c'è stato spazio e tempo sufficiente, avrò modo di farlo successivamente.

martedì 10 gennaio 2012

Considerazioni sul movimento dell'acqua, il referendum, la politica nel contesto della crisi.

A pochi mesi dal referendum la disastrosa crisi finanziaria ha di fatto cancellato, la straordinarietà di quell'evento, nella memoria dei cittadini.
Per i lavoratori i pensionati, per la gente comune che ha votato, schiacciati da problemi contingenti, l'acqua e il rispetto dei referendum sembrano passare in secondo piano. Purtroppo però l'amnesia ha contaminato gran parte del popolo di sinistra, ripiombato come sempre nel proprio incubo totalizzante: l'antiberlusconismo, senza idee, senza principi, senza alternativa. Anche per molti movimenti a noi vicini, la chiusura autoreferenziale o gli interessi corporativi, il referendum è ormai lontano.

“L'ineluttabilità del mercato” disarma la gente, crea paura, Berlusconi cade e questo è bene, ma che il popolo di centro sinistra esulti e finga di non vedere che non cade per iniziativa dell'opposizione e di un programma alternativo, non è di buon auspicio per la politica di questo paese, come non lo è non vedere che la crisi è mondiale e ha travolto oltre gli USA, la Grecia, la Spagna (ricordate Zapatero idolatrato dal centro sinistra? ) Il Portogallo, l'Irlanda ecc... Il governo italiano vara l'ennesimo programma a fotocopia, dettato giorno per giorno dai mercati.
Stiamo assistendo a qualcosa che non si era mai visto: il mercato e la speculazione, che vivono alla giornata, decidono la politica i programmi di lacrime e sangue per la maggioranza del popolo, commissariano le nazioni europee, formano i governi con propri esponenti.

Ma può la politica inseguire i mercati e vivere alla giornata?
Se così fosse, allora la crisi sarebbe ancora più drammatica perché la politica risulterebbe morta e il governo Monti sarebbe l'attestato di questa morte.
Inoltre la democrazia è in coma, quando la politica, agli occhi della gente meno abbiente e dei lavoratori, viene screditata, ridicolizzata dai comici e resa inutile.
Il programma è unico e le privatizzazioni, la svendita del patrimonio nazionale, restano un punto fermo per tutti.

Oggi, dopo il referendum, il movimento dell'acqua è più forte e più ramificato sul territorio però è innegabilmente in difficoltà.
La minaccia dell'ingresso del privato nelle SPA pubbliche è di nuovo all'ordine del giorno, Cremona e Salerno e persino a Milano ci sono assessori (Tabacci Sole 24 ore) che affermano la volontà di privatizzare anche l'acqua. Solo Napoli, dopo 6 anni di movimento, sembra avviarsi verso la ripubblicizzazione.

In un simile contesto, la strada della ripubblicizzazione ha ancora bisogno di accumulare forze, facendo leva su chi, sindaci e imprese, intende resistere alla spinta privatizzatrice sulle loro SPA in house e se possibile spingerle ad organizzarsi ed associarsi in comitati e in associazioni come Acqua Pubblica Europea presieduta da Anne le Strat e a cui partecipano tante SPA in house europee. E da qui ripartire per la ripubblicizzazione.
Forse possiamo puntare ad un asse Napoli-Milano-Bari, tre realtà che nell'immaginario popolare rappresentano le punte più avanzate della partecipazione.
Affrontare la nuova realtà nel confronto.

I cittadini, con il loro voto, hanno inteso, al di la degli specifici quesiti, affermare che tutti i servizi pubblici locali e il servizio idrico in particolare devono essere pubblici e l'acqua non deve generare profitti.
Ma oggi, non c'è istituzione italiana che interpreterà questo spirito del mandato popolare o anche solo e semplicemente il suo risultato. (nemmeno il Presidente Napolitano farà sentire la sua voce sulla palese violazione della Costituzione)

La crisi economica, devasta il vivere sociale, devasta la politica che dovrebbe dare risposte, così a noi, a tutti i movimenti sociali, vengono affidate inedite responsabilità, che non si possono più affrontare dentro la gabbia di consolidate certezze.
Tornando a noi.
Con il primo quesito (abrogazione della legge Ronchi) abbiamo eliminato solo l'obbligatorietà alla gara per tutti i servizi pubblici locali.
Da qui partono tutti i tentativi di smontare il referendum, violando la costituzione, con il bastone (le minacce di commissariamento) e la carota (il premio una tantum per chi fa entrare il privato):
- ignorando il responso referendario che toglie l'obbligatorietà alla privatizzazione per tutti i servizi pubblici locali e non solo per l'acqua;
- avvalendosi della libera facoltà dei sindaci di scegliere il tipo di gestione, per forzarli alle gare o alle fusioni, anche per il servizio idrico;
- e per il secondo quesito sul 7% di profitti, cercando cavilli giuridici per non attuarlo.

Una strategia che non ci lasci privi di continuità nell'iniziativa.
Privi di finanziamenti, isolati, ricattati dai partiti, spesso loro stessi indifferenti, privi di ogni visione politica per molti sindaci non sarà facile trovare il coraggio politico di respingere i bastoni, le carote e contrastare l'ingresso dei privati e intraprendere la strada della ripubblicizzazione (che malgrado tutte le nostre denunce non decolla).

Forse dovremmo dotarci di una strategia più articolata:

- Dovremmo sollecitarli ad associarsi in (sindaci ed imprese contro la privatizzazione); premessa indispensabile ad ogni percorso di ripubblicizzazione;

- Dovremmo affrontare il problema dello scorporo dell'acqua dalle multiutility, come Iren a Genova/Reggio Emilia, A2A a Brescia, ACEA a Roma, sapendo che sarà quasi inevitabile il passaggio dell'acqua in una SPA in house e che forse occorreranno interventi legislativi, calcolare e accantonare risorse per il recupero delle quote attinenti all'acqua (attingendo dal 7%, ruolo della Casa Depositi e prestiti?) tenendo presente che il 2013 e le elezioni sono vicine... e anche noi dovremmo attivarci nella campagna elettorale, misurarci coi partiti, con le coalizioni e con i programmi;

- Allo stesso modo dovremmo affrontare il nodo delle partecipate come quelle Toscane e anche in questo caso, individuando gli interventi nazionali e i passaggi graduali con i quali trovare o accantonare le risorse per riprendersi le quote dei privati;

- Dobbiamo impedire che la strada ormai tracciata ed evidente della privatizzazione porti, (svendendolo) l'intero servizio idrico italiano e parte di quello energetico nelle mani dei privati. Le SPA in house saranno messe a gara, le SPA quotate e non, in poco tempo diverranno totalmente private e il privato non sarà altro che: le ormai onnipresenti multinazionali francesi, più qualche banca internazionalizzata. La Cassa depositi e prestiti sarà funzionale a tale disegno e definitivamente trasformata in una banca privata al servizio delle privatizzazioni di tutte le infrastrutture italiane.

E' nell'apertura di trattative e nell'individuazione di percorsi, nel dare gradualità e tempi, sta forse ciò che può tenere aperte le porte dell'iniziativa dei comitati e determinare l'esistenza di un soggetto partecipativo legittimato a concorrere alla determinazione delle scelte.
Le contraddizioni politiche, passata l'euforia per il governo dei tecnici e avviandoci alle elezioni del 2013, si riapriranno sia nel centro sinistra, che nella Lega con il suo essere all'opposizione e al governo ed è su questo che occorre fare leva.

La campagna di obbedienza civile, va sostenuta senza riserve, ma non sfugge a nessuno quanto sia difficile la sua generalizzazione e la sua realizzazione in gran parte delle situazioni.
E se non decolla? la domanda è: esiste un piano B o ci limitiamo ad urlare contro tutti i partiti compresi quelli che danno qualche segno di ascoltarci?

E' possibile accompagnare questa campagna con una strategia più flessibile verso gli enti locali in cui l'ingresso del privato non è ancora avvenuto?

E' possibile una trattativa che non si limiti alla tariffa e al quantificare la riduzione della tariffa corrispondente al 7% dei profitti abrogati? Ma che forte di un rapporto con le realtà che non vogliono privatizzare, rimetta sui tavoli, l'insieme delle nostre proposte?

Affrontando i 50 litri gratuiti, la fiscalità generale, il risparmio d'acqua fissato nei piani di ambito, la progressività della tariffa, gli strumenti e le forme della partecipazione, le modalità di finanziamento del servizio, il reinvestimento nell'ammodernamento degli impianti e, (perché no), l'accantonamento generalizzato del Centesimo di euro ogni metro cubo, per la cooperazione internazionale, cercando anche nelle ONG interlocutori attivi.

La chiusura ai profitti per i privati è per noi scontata, ma possiamo al contempo pretendere (come a Berlino è stato fatto con un referendum) la pubblicizzazione dei bilanci, dei profitti, degli investimenti, della formazione della tariffa.
E' cosa così disdicevole porre e perseguire con iniziative anche questi obbiettivi?
Una iniziativa per rimettere il movimento nell'agenda della coscienza popolare annichilita dalla crisi.

L'abbiamo forse scordato, ma il referendum l'abbiamo vinto perché abbiamo parlato per 12 anni il linguaggio universale dell'acqua, non abbiamo accettato il piano che i contabili volevano imporci parlando solo di tariffe, di soldi che non ci sono e di efficienza dei privati. E' necessario ritornare tutti a comunicare e formare.

La manifestazione del 15 ottobre ha comunicato cose negative, ha collocato l'acqua e il movimento, nello spazio di un'area politica e di una strategia precostituita più o meno antagonista. Siamo tutti antagonisti al neoliberismo, ma questo termine nel nostro paese non è un aggettivo, è una proposta politica, strategica e organizzativa, con alle spalle una lunga storia di sovrapposizione sui movimenti e di fallimenti.

La storia del movimento dell'acqua è cosa diversa, sta agli antipodi, è articolata, è frutto di un lavoro capillare locale, nazionale e internazionale, non urlato, non testimoniale, educativo delle coscienze, rivolto a tutti, ricostruttivo del perduto senso comune dell'interesse generale e della solidarietà con chi ne soffre l'assenza, è fatto di carovane nei punti caldi del mondo.
Il mercato e la politica
Il mercato cancella la politica, le istituzioni, il respiro universale e, ancora più grave, cancella l'idea di partecipazione.
Ricordare al popolo di sinistra e ai movimenti alcune verità è opportuno:
- vincere sull'acqua è vincere tutti e bisognerebbe concentrare le forze di tutti i movimenti per respingere l'attacco al referendum sull'acqua;
- fare politica non è la cancellazione dei partiti, ma non può più essere la ricerca del potere, non può più essere l'esercizio, spesso tifoso, di far vincere il proprio partito, la propria squadra, la propria ipotesi più o meno coerente, rivoluzionaria o riformista che sia..
- Fare politica è, prima di tutto, far crescere la coscienza e la partecipazione del popolo e costruire un nuovo senso comune tra la gente.
- la politica sta oggi in bilico tra il “coma profondo” procurato dal mercato e la “vita” che i movimenti le infondono con i loro contenuti.
A loro tocca la grande responsabilità di riscriverla ...
Riprendere la nostra storia.
E' necessario limitare gli angusti spazi dei dilemmi sulle forme aziendali, ci rendono rissosi tra noi e immiseriscono la forza del nostro messaggio.

Occorre riprendere ancora l'insieme della narrazione dell'acqua, il diritto umano, il nesso con la crisi finanziaria, con una agricoltura e consumi insostenibili, con la natura che ci presenta i conti, con i limiti del paradigma della crescita, con i tagli della spesa pubblica, ecc... Abbiamo parlato di un nuovo senso comune affermando che i Diritti Umani non sono cancellabili dall'andamento dei mercati.

Che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 non è cosa che si sospende sulla base dei responsi di Standard and Poor, perché sono punti fermi del percorso della civilizzazione umana.

L'acqua sta rendendo visibile e percepibile alla gente la rottura di ogni relazione collettiva nella nostra società, la tragedia delle alluvioni, i mutamenti climatici, il degrado del territorio e del patrimonio culturale del nostro paese, la decadenza delle reti dei servizi pubblici.
In una parola la messa in sicurezza del nostro paese come risposta politica e una occasione di rilancio occupazionale che fa a pugni con i tagli della spesa pubblica.
E ancora, rispondere al “dove trovare i soldi” colpendo la speculazione finanziaria con la patrimoniale o con un movimento mondiale sulla Tobin Tax è cosa che riguarda il movimento dell'acqua dentro ai Forum Sociali Mondiali e nel Forum Sociale Europeo entrambi in piena crisi.

E' incredibile pensate: i Forum Sociali Mondiali hanno lanciato la Tobin Tax quando le istituzioni di tutto il mondo la osteggiavano e la ignoravano, ora che ne parlano molti governi, il Forum Sociale Mondiale tace, non ne parla più.
Forse è il momento di riprenderla nell'ambito delle delibere di iniziative popolari europee che si intendono lanciare.

Dopo il referendum.

Subito dopo la vittoria c'è chi ha pensato che si chiudeva un ciclo di 12 anni e che pertanto dovevamo proiettarci verso un più ampio movimento dei beni comuni.: dall'acqua, ai servizi pubblici, dal lavoro ad internet ecc...
Dentro tale prospettiva l'acqua diluisce la propria forza e non serve nemmeno alla crescita di altre narrazioni. Quali sono beni comuni? Ma sopratutto: quale comune denominatore, quali obbiettivi comuni, quale vertenza li può tenere assieme?

Altri hanno pensato alla nascita di uno spazio alternativo, di lotta dentro al quale far convergere tutto ciò che si scontra nei territori e nel sociale (dalla TAV ai precari).
Entrambe sono state delle scappatoie che hanno allentato la nostra guardia.
Quali e quanti sono i beni comuni è un esercizio che ci porta solo a teoriche disquisizioni: il lavoro è un bene comune? L'acqua è un servizio pubblico come gli altri?

Oggi i beni comuni da affrontare in modo convergente sono i grandi elementi della vita: Aria - Acqua – Terra/cibo - Fuoco/Energia, caratterizzati da Esauribilità, Indispensabilità, Insostituibilità, Universalità del diritto, necessità di partecipazione.
Auspicabile è la crescita di narrazioni mature su questi beni fondamentali, che possano trovare poi convergenze ed obbiettivi comuni.

Oggi un movimento con la stessa o forse superiore maturazione di quello dell'acqua è il movimento sulla Terra, la sovranità alimentare, il cibo sostenibile, dell'agricoltura compatibile e della difesa del territorio dal degrado; l'altro può essere quello dell'energia.
Tra questi vanno trovate convergenze.
Il movimento dell'acqua ha cercato consenso tra tutti, non “l'avversità” verso tutti. Il movimento dell'acqua può e deve essere un modello per il nuovo ciclo di lotte e di pensiero, che si annuncia con i giovani in piazza a New York, a Madrid e con i ragazzi che spalano il fango a Genova ecc...
Anche per loro la chiusura nel recinto degli antagonisti, è un qualcosa con cui dovranno fare i conti.
Abbiamo parlato a tutti.
Pensiamoci: 27 milioni di italiani hanno votato il referendum. Da oltre 30 anni il PCI/PD, con alchimie politiche, insegue un “centro” senza mai riuscire ad acchiapparlo ed ecco che il movimento dell'acqua su di un tema forte, che da solo può esemplificare il cammino dell'alternativa politica, ha conquistato il centro, la destra, i credenti e i non credenti e questo deve pur insegnare qualcosa a tutti i movimenti accomunati nella duplice crisi in cui si dibatte il mondo.
Forse non abbiamo riflettuto sufficientemente su:
Quale modo di fare politica, quale rivoluzione culturale sta dietro allo straordinario risultato del referendum?
Quale responsabilità viene consegnata oggi ai movimenti?

di Emilio Molinari.

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Ora una voce che viene da lontano, che parla di crisi e di liberismo economico:

Quando la politica era autonoma dal mercato e parlava di diritti e di principi universali.

Dall'intervento di insediamento del presidente USA Franklin Delano Roosevelt: 4 Marzo 1933 nel pieno della crisi del 1929.

Con questo spirito tutti noi – io e voi – affrontiamo le nostre comuni difficoltà...Non siamo stati colpiti dalla piaga delle locuste...Ciò accade inanzi tutto perché chi domina lo scambio di beni materiali ha fallito....La condotta degli speculatori senza scrupoli è ora di fronte al giudizio dell'opinione pubblica e alla ripulsa dei cuori e della ragione degli uomini.

Le uniche regole che conoscono sono quelle di una generazione di egoisti privi di di una visione del futuro e quando questa manca il popolo soffre.

...Il nostro obiettivo più importante è quello di far tornare la gente a lavorare....Lo possiamo realizzare attraverso assunzioni governative dirette, affrontando l'impegno come faremmo con un'emergenza bellica, ma, al contempo, grazie a queste assunzioni, portare a termine progetti di riorganizzare le nostre risorse naturali.

...In questo sforzo per un rilancio dell'occupazione....Abbiamo bisogno di una severa azione di controllo su tutte le attività bancarie, creditizie e di investimento, per porre fine alle speculazioni con danaro altrui...

Cinque mesi dopo al congresso:

...Gli aiuti comunali e statali sono stati estesi al massimo. Come sapete, abbiamo messo trecentomila giovani uomini a lavorare a progetti concreti e di pubblica utilità nelle nostre foreste e a prevenire l'erosione del suolo e le alluvioni....

...Un grande programma di lavori pubblici da tre miliardi di dollari per la costruzione di reti elettriche e strade, di imbarcazioni per la navigazione interna, per la prevenzione delle alluvioni e per migliaia di progetti comunali e statali...

...grazie a uno sforzo democratico dell'industria possiamo ottenere un aumento generale degli stipendi e una riduzione delle ore di lavoro...
Si potrà farlo solo se permetteremo e incoraggeremo la cooperazione in ambito industriale, perché se non ci sarà unità di azione pochi uomini egoistici in ogni ambito continueranno certamente a pagare stipendi da fame e a esigere lunghi turni lavorativi.

La concorrenza dovrà scegliere se seguirli sulla strada dell'aumento progressivo dello sfruttamento.
Abbiamo visto questo tipo di azioni determinare la continua caduta verso l'inferno economico degli ultimi 4 anni.

La proposta è semplice: se tutti i datori di lavoro agiranno di concerto per ridurre l'orario di lavoro e per aumentare gli stipendi, noi potremmo aumentare l'occupazione.
Sembra scritto nel nostro tempo, solo che oggi nessun leader ha questa voce.
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E ora una voce che viene da vicino... che parla, di nuovo, di crisi e di liberismo economico:

Guido Rossi

“..la vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e a alimentare la paura, l'insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta solo alla mancanza di leader europei...
La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti.”
(Corriere della Sera)