Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

giovedì 16 giugno 2011

Per una Costituente dei beni comuni


Il risultato dei referendum di domenica e lunedì scorso è la conferma di un profondo cambiamento che sta avvenendo nel paese e che già si era annunciato nelle elezioni amministrative. In questi giorni è stato sottolineato come i referendum segnalino la crisi organica delle destre, il declino di Berlusconi e l’attenzione sul nucleare suscitata dal disastro di Fukuscima. Il dato di fondo del referendum è però che il voto sull’acqua pubblica ci parla di una decisa inversione di tendenza dell’opinione pubblica del paese sulla questione delle privatizzazioni. Il tema dei beni comuni – a partire dall’acqua – è diventato la forma innovativa in cui si può parlare di pubblico.
Un pubblico qualificato dalla dimensione democratica e comunitaria e per questo non riconducibile in alcun modo alla stagione politica del clientelismo democristiano. Da questi referendum emerge inoltre una soggettività dei comitati e delle associazioni che ha costituito – insieme a pochissimi partiti, tra cui in primo luogo Rifondazione Comunista - il tessuto connettivo della raccolta delle firme prima e della campagna referendaria poi. All’interno di questo tessuto di partecipazione occorre poi sottolineare una straordinaria soggettività giovanile che riecheggia le forme di aggregazione e di partecipazione che abbiamo visto all’opera nel movimento altermondialista. Indubbiamente il risultato del referendum – come la straordinaria partecipazione giovanile verificatasi nella tornata amministrativa in alcune città - è il figlio legittimo della stagione di Genova e, proprio nel decennale, ne testimonia la natura tutt’altro che minoritaria.

Per tutti questi motivi ieri abbiamo giustamente festeggiato un risultato straordinario che è destinato a incidere nel profondo sul paese. Non solo sul terreno governativo e del rapporto tra le forze politiche, ma sul complesso delle culture politiche e delle forme della partecipazione politica.
Occorre però, parimenti, avere la consapevolezza politica che il risultato dei referendum sull’acqua è tutt’altro che acquisito.
Mentre per quanto riguarda nucleare e legittimo impedimento il referendum è – per così dire – immediatamente esecutivo, non è così per l’acqua. Non a caso da parte del governo stanno già emergendo spinte ad aggirare il risultato della consultazione attraverso le realizzazione di Autority, proposte di regionalizzazione, discorsi stravaganti sulla necessità comunque di remunerare il capitale. Sull’acqua esistono enormi interessi materiali in gioco e i loro interpreti stanno già mettendo le mani avanti per cercare di salvare il salvabile. Peraltro questa spinta non arriva solo da destra visto che il Pd ha avuto la faccia tosta di riproporre, pari pari, la propria legge sull’acqua che è ispirata ad un indirizzo politico del tutto contrastante con i referendum.

Il primo problema che abbiamo è quindi quello di bloccare le manovre che cercano di aggirare gli effetti del referendum sull’acqua e di imporre l’unica soluzione coerente con la volontà espressa dagli elettori e cioè quella di approvare rapidamente in Parlamento la legge di Iniziativa popolare promossa dai Comitati per l’acqua pubblica.
Per fronteggiare questa offensiva tesa a riproporre in modo strisciante la privatizzazione occorre sviluppare subito una battaglia politica e culturale nel paese, così come si tratta di lanciare, a partire dai referendum, una campagna generale sui beni comuni che allarghi il dibattito e l’iniziativa dall’acqua al complesso dei “commons” che vogliamo demercificare e sottrarre alla logica della privazzazione e del profitto. E’ infatti evidente che i beni comuni ci parlano di una trasformazione sociale radicale, in cui il soddisfacimento dei bisogni primari del genere umano sia sottratto alla logica del mercato. In cui i valori d’uso non debbano trasformarsi in merci, per dirla con Marx. I beni comuni ci parlano della possibile uscita dalla crisi attraverso la costruzione di una sfera pubblica partecipata e democraticamente gestita, sottratta tanto alla rendita quanto al profitto.
Per queste ragioni, di battaglia politica immediata e di prospettiva, avanziamo la proposta di dar vita ad una Costituente dei beni comuni. Proponiamo di consolidare le relazioni costruite in questi anni e di costruirne di nuove per dar vita ad una rete tra tutti i soggetti – comitati, associazioni, partiti – che sono interessati a condurre questa battaglia politica e culturale. Lucarelli ha parlato di Manifesto dei beni comuni, noi parliamo di Costituente dei beni comuni. Il problema non sta nella parola ma nella volontà politica di dare un seguito a questa straordinaria mobilitazione sociale, a questo senso civico diffuso, a questo senso comune anticapitalista, vivificando attraverso la partecipazione dal basso la possibilità di costruire un’alternativa degna di questo nome. Per noi infatti, la lotta allo sfruttamento e l’allargamento dei beni comuni sono le due facce della stessa medaglia che vogliamo mettere al centro dell’azione politica. Lo faremo come parte di un movimento più ampio, quello che in questi mesi ha saputo coagulare intorno a sé energie, individuali e collettive, che parevano consegnate all’oblio, suscitando passione e mobilitazione. Dal dialogo aperto e disinteressato fra queste forze vitali che hanno saputo riformulare l’agenda della politica italiana, può venire la spinta decisiva ad un cambiamento profondo e la ripresa del cammino della democrazia.


di Paolo Ferrero

lunedì 13 giugno 2011

Si! Si! Si! Si! Una vittoria di tutti!!


Affluenza al 57%. I SI oltre il 95%. Solo poche settimane fa, nessuno avrebbe immaginato un trionfo simile. E invece l’allarme globale dell’apocalisse di Fukushima, il radicamento capillare dei comitati per l’acqua e il vento di cambiamento che ha spazzato via l’egemonia berlusconian-leghista alle ultime amministrative, hanno spinto i quattro quesiti referendari oltre la ghigliottina del quorum.

Adesso è tempo di respirare a pieni polmoni e festeggiare, in compagnia dei tanti e tante che hanno lavorato per questo risultato. Da domani possiamo cominciare a ragionare e agire in un paese diverso da quello degli ultimi anni, un paese che ha scelto – su temi concreti e con strumenti inusuali di comunicazione e relazione – un’altra strada rispetto a tutte quelle percorse dai governi della cosiddetta Seconda Repubblica.

Uno che conosce bene le vicende del premier, Giuliano Ferrara, ha scritto parlato indirettamente della fine di un regime. E ha tirato fuori la fine del fascismo e rievocato l’amnistia di Togliatti ai fascisti all’indomani del crollo del regime per chiedere clemenza. Bisogna stare attenti ai colpi di coda, non abbassare la guardia e andare al cuore delle questioni. Forse la decadenza fisica e politica di Berlusconi seguirà un decorso lento e insopportabile. Forse proveranno a immolare il Capo per illuderci che qualcosa stia cambiando. Avevamo scritto che questi referendum, paradossalmente, servivano per costruire un altro paese e anche scacciare via la sindrome da populismo che rischia di assillare anche l’opposizione al berlusconismo.

Non c’è dubbio che questo risultato indichi alle opposizioni una strada chiara e inequivocabile che passa per la costruzione di un’alternativa e non per la riproposizione delle ricette lacrime e sangue di Tremonti e Bonanni magari solo in veste più civile. Ma bisogna anche dire che il dato referendario conferma quello delle amministrative: i partiti del centrosinistra, comunque immaginiate debba essere strutturata quella coalizione, da soli non riuscirebbero mai a fare la differenza.

Come questo surplus debba essere messo in moto è tutto da inventare. Servono meccanismi di partecipazione aperti e flessibili, nuove macchine politiche devono essere predisposte per aprire le stanze dei comitati centrali e delle direzioni ai milioni che in questa primavera hanno impresso una volta alla storia del paese. Che nessuno si illuda di ricondurre questi voti e il lavoro e le passioni di tanta gente alla contemplazione passiva delle manovre di palazzo.

In questi anni, la televisione ha sovente fatto la differenza. Ha plasmato forme di vita, ha occupato il campo della liberazione e del piacere per instaurarvi l’edonismo e l’individualismo. Ancora una volta, il governo aveva provato a muovere le sue truppe mediatiche. Non si erano limitati a ignorare la consultazione popolare. Avevano addirittura sabotato la notizia, diffondendo date sbagliate e arrivando a manipolare le previsioni del tempo per mandare la gente al mare.

Questa volta non è servito. Forse è la prima volta che ciò avviene. Ancora una volta dobbiamo fare riferimento alla fine della Prima Reòubblica, all’inizio di questa era. La Lega era nata dal nulla, senza l’appoggio di tv e giornali. Ma in quel periodo il rancore e la frustrazione aspettavano che qualcuno proponesse soluzioni facili e Bossi, il bugiardo di provincia che poi diventò il migliore alleato di Silvio, fece il pieno. Adesso è diverso. Grazie al cielo, non si vede all’orizzonte un capo carismatico e non esiste nessuna forza politica che possa rivendicare il monopolio dell’energia sociale che si è scatenata.

La bocciatura delle leggi ingiuste, del nucleare e delle privatizzazioni dei beni comuni, nascono dalla diffusione molecolare di un movimento che ha saputo trovare nuovi strumenti di comunicazione, diversi linguaggi, punti di vista plurali. Siamo contenti di avere, insieme a tanti altri e nel nostro piccolo, fatto il nostro dovere di agenti di connessione, riflessione e comunicazione. Continuiamo insieme verso la prossima sfida. Dal tenace ma precario punto di osservazione della nostra testata precaria brindiamo coi calici pieni. Non di acqua, questa volta…

mercoledì 8 giugno 2011


Magari sembrerà il problema minore, ma sarebbe bene tenere a mente che ci troviamo a dover votare il 12 e 13 Giugno perché il governo, tramite l’inutile Maroni, stabilì l’impossibilità di celebrare “l’election day”, cioè di accorpare il voto referendario a quello amministrativo del mese scorso. Si sarebbero risparmiati oltre 300 milioni di Euro, certo, ma pur di evitare che la consultazione elettorale amministrativa determinasse di per sé l’affluenza al voto referendario e, con essa, il raggiungimento del quorum, non si è badato a spese e nemmeno a espedienti.

Il terrore vero e proprio che pervade il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti è che gli italiani si pronuncino sui referendum, giacché difficilmente la scheda per loro più importante (quella sul “legittimo impedimento”) verrebbe ignorata nel momento in cui si vota per gli altri tre. Ed è fin troppo evidente che la pretesa di erigersi al di sopra della legge e di decidere egli stesso dei procedimenti giudiziari che lo vedono imputato, vedrebbe una bocciatura sonora nelle urne. Questo era quanto Berlusconi voleva evitare e, a questo fine, si é giocato anche gli ultimi brandelli di decenza politica.

Si deve ricordare che il governo ha tentato ogni mossa possibile per evitare il voto referendario: dapprima cercando di far annullare la consultazione con una furberia da retrobottega, firmando cioè un decreto che sospendeva il precedente, dove si annunciava il rilancio del nucleare. Successivamente, di fronte alla sentenza della Suprema Corte che confermava invece la procedibilità del pronunciamento referendario, ha dato mandato all’Avvocatura di Stato per inoltrare un ultimo, disperato ricorso, presso la Consulta affinché dichiarasse nulla la sentenza della Cassazione.

Sono stati gli ultimi tentativi, in ordine di tempo, per tentare di impedire ad ogni costo la celebrazione del referendum. E non solo perché i temi oggetto della consultazione riguardano direttamente gli affari privati del capo del governo e delle lobby finanziarie che l’hanno da sempre sostenuto, ma anche perché nel corso di questi anni sia da parte della Corte Costituzionale, sia da quella dei cittadini nelle urne referendarie, il governo Berlusconi è uscito a pezzi. Tanto la Consulta, infatti, come i cittadini, hanno respinto in ogni occasione, nei rispettivi ambiti e nelle diverse forme, le forzature anticostituzionali che il cesarismo del cavaliere tentava d’imporre al Paese.

Perché la riduzione della Carta a mero feticcio ideologico è stata, da sempre, l’ossessione del premier. Non per ignoranza giuridica, quanto meno non solo; ma perché l’idea proprietaria che Berlusconi ha delle istituzioni non può trovare concreta applicazione senza che il testo fondamentale sul quale le istituzioni esercitano il loro compito perda efficacia. Questa è stata la madre di tutte le battaglie ingaggiate dal cavaliere in 17 anni di vita politica. Nel perdurare del piagnisteo sulle “mani legate” che il governo avrebbe, intendendo con ciò l’insieme delle norme previste dall’ordinamento costituzionale,

Berlusconi ha tentato con volgare pervicacia forzature istituzionali ad ogni occasione possibile, indifferente ai richiami delle autorità istituzionali che tentano di far comprendere a lui e ai suoi guardasigilli la differenza tra una Repubblica e un sultanato. Avendo una maggioranza parlamentare che risponde ai suoi interessi personali, Berlusconi ha ritenuto che, forte del potere esecutivo e legislativo, potesse sopraffare quello giudiziario.

Il tentativo costante è stato infatti quello di porre il governo al di sopra delle altre istituzioni, cercando d’imporre il volere dell’esecutivo a scapito dei poteri del legislativo e del giudiziario e di porre il ruolo del capo del governo in supremazia nei confronti del capo dello Stato. Insomma, un modo per trasformare la Costituzione in carta riciclabile.

Ha cercato di perseguire l’obiettivo con un modo scorretto nella forma (giacché non predisposto secondo quanto previsto dall’art.138 della Carta) e pessimo nella sostanza (in quanto i provvedimenti erano palesemente viziati dall’interesse privato dei proponenti), di dichiarare l’avvenuto superamento del dettato costituzionale a vantaggio di una “Costituzione di fatto”, che altro non è se non l’affermazione di una volontà proprietaria privata della cosa pubblica da parte del premier e delle sue cricche. Insomma la riproposizione di quello che Antonio Gramsci definiva “il sovversivismo delle classi dirigenti”.

Per fortuna, la democrazia italiana, con tutti i limiti politici conosciuti, ha dimostrato di avere una tenuta forte, garantita sia dalle istituzioni sia dai cittadini. In questo senso é difficile vedere nel voto referendario solo un pronunciamento nel merito dei quesiti e non coglierne il senso politico generale di un’occasione per assestare un altro colpo durissimo al governo Berlusconi.

Di Pietro afferma che il voto referendario non dev’essere un giudizio sul governo: l’intento è quello - comprensibile - di portare al voto anche gli elettori del centrodestra che sono comunque contrari al nucleare, alla privatizzazione della rete idrica e, perché no, anche alle leggi “ad personam”, ma che, probabilmente, non vogliono utilizzare l’occasione referendaria per colpire nuovamente il governo.

C’è però un doppio dato, tutto politico, che non può essere taciuto in funzione tattica: i quesiti referendari sono, per contenuto, una battaglia politica contro la manifestazione esantematica di un morbo turboliberista.

Privatizzare i servizi idrici aumentandone il costo, diminuendone la qualità e limitandone la distribuzione è un esempio chiaro di come il governo (e forse anche qualcuno all’opposizione) intende la cosa pubblica: smantellamento dei servizi pubblici locali come occasione d’affari per le lobbies a scapito degli interessi popolari.

Abolire la norma che obbliga i sindaci alla privatizzazione dei servizi pubblici locali si dice chiaramente cosa si chiede all’amministrazione delle comunità. Ricorrere al nucleare, poi, significa piegare l’economia, l’ambiente e la sicurezza del Paese alle lobby dell’atomo, dopo aver scatenato guerre per conto di quella del petrolio.

Il “legittimo impedimento” è la proposizione di un’idea della giustizia basata su un concetto semplice, che prevede un doppio binario di applicazione, uno per le persone comuni ed uno per i potenti. La riforma della giustizia, necessaria e non procrastinabile, diventerebbe così l’ingiustizia che diventa legge.

Il voto, proprio perché di contenuto e quindi politico, servirà anche per il futuro. Il ceto politico, di centrosinistra o di centrodestra che sia, deve ricevere un messaggio forte e chiaro: il berlusconismo è al crepuscolo perché anche l’ideologia di cui è portatore ormai non ha più senso comune, se mai l’ha avuto.

Welfare, diritti, ambiente, giustizia giusta, lavoro e sviluppo sono i punti da cui si ricomincia dopo aver archiviato la notte oscura della democrazia. Ci si può sedere a terra occupando piazze o impugnando schede e invadendo le urne: sono due modi diversi e ugualmente legittimi di far capire cosa si vuole e, soprattutto, cosa non si vuole più. L’ubriacatura liberista è finita. Chi vuole capire capirà.

di Fabrizio Casari


lunedì 6 giugno 2011

Lettera aperta al Sindaco.

Caro Bruno,

in qualità di capogruppo e consigliere comunale sono a scriverti in merito ad uno spiacevole inconveniente che mi è capitato nello svolgimento delle mie funzioni all'interno del consiglio comunale.

Come ben saprai i consiglieri hanno diritto di ottenere dagli uffici del Comune ed enti da esso dipendenti tutte le notizie, informazioni ed atti utili all'espletamento del proprio mandato.

I consiglieri, nell'esercitare l'iniziativa relativamente ad atti e provvedimenti, si possono avvalere, per la redazione tecnica ed al fine di acquisire i necessari pareri, degli uffici comunali competenti.

I consiglieri hanno, altresì, il diritto di ottenere copia degli atti e dei provvedimenti del Comune, delle istituzioni, delle società a cui partecipa il Comune, senza alcun onere, e di consultare i verbali delle riunioni degli organi deliberanti degli enti suddetti; di ottenere copia degli atti, anche istruttori ed interni, intendendosi per tali anche quelli di altri enti, che per ragioni di ufficio siano in possesso del Comune. Io ho sempre cercato di esercitare questo diritto con coscienza, rettitudine e correttezza nei confronti di tutti, anche per rispetto degli elettori che mi hanno affidato questo mandato.

Premesso questo, ti espongo la spiacevole vicenda di cui ti dicevo all’inizio della lettera: da metà aprile ho provato più volte a mettermi in contatto telefonico con l'ufficio urbanistica, anche lasciando dei messaggi agli impiegati degli altri uffici, per avere delucidazioni e approfondimenti su alcuni documenti che erano passati in Consiglio Comunale.

Nonostante i ripetuti tentativi, non sono mai riuscito a trovare in sede il responsabile, e non essendo stato ricontattato da nessuno, ho deciso alla fine di inviare una mail con la richiesta scritta della documentazione che mi occorreva.

Sono passati altri giorni e non avendo ricevuto risposte, ho inoltrato al protocollo la richiesta di accesso agli atti, ribadendo nuovamente la necessità di ottenere tali documenti.

Solamente alla fine del mese di maggio ho ricevuto una mail in cui il responsabile dell'ufficio urbanistica, Arch. Manganelli, mi rispondeva che i documenti richiesti erano consultabili presso l'ufficio, mentre la convenzione urbanistica, redatta dallo stesso ufficio, non era in loro possesso ma reperibile presso l'ufficio del Segretario dott. Gamberucci.

Premesso che ognuno di noi che lavoriamo in Consiglio Comunale ha le proprie esigenze e i propri problemi familiari e nessuno svolge questa attività pubblica per professione, perciò non sempre si ha la disponibilità e il tempo di potersi recare presso gli uffici nel loro orario di apertura, se non usufruendo di permessi o ferie; non mi è quindi comprensibile né accettabile la risposta che mi è stata data, secondo la quale avrei potuto visionare la documentazione solamente andando di persona a consultarla nell’ufficio competente, quando oggi è possibile trasformare qualsiasi documento in formato elettronico senza dispendio di tempo e di costi per l'amministrazione.


Quindi ho risposto alla mail dell'Arch. Manganelli che non mi interessava consultare tali atti in ufficio, ma che ovviamente volevo una copia, cartacea o digitale, dei documenti, e per conoscenza ho inviato la risposta anche al Segretario il quale, secondo quanto scritto dall'Arch. Manganelli, doveva essere in possesso della suddetta convenzione.

Quello che non capisco è come mai solo il responsabile dell'ufficio urbanistica abbia questo particolare atteggiamento nei miei confronti, di non farsi trovare, anche telefonicamente, oppure di prendere più tempo possibile prima di rispondermi, senza alcuna spiegazione plausibile.

Posso capire che sicuramente l'ufficio sarà oberato di lavoro, ma che non trovi il tempo per rispondere al telefono ad un consigliere per delle importanti delucidazioni, oppure per inviare la documentazione richiesta per posta elettronica, mi sembra veramente esagerato, visto che dall'ufficio ragioneria a quello dei servizi anagrafici, all'ufficio affari generali, alla polizia municipale, fino ai lavori pubblici, mi è capita di richiedere spiegazioni e documenti di ogni tipo, sia tramite mail, sia telefonicamente, e non ho mai riscontrato problematiche di questo tipo, anzi, c'è sempre stata la più ampia collaborazione nei miei confronti, ed io ho ricambiato con rispetto e comprensione, per il lavoro che fanno e per il ruolo che ricoprono.

Ritengo che in questa vicenda da parte dell'ufficio urbanistica ci sia stata una mancanza di disponibilità ma sopratutto una mancanza di rispetto tra amministratori e responsabili degli uffici, che eppure dovrebbero collaborare, lavorando tutti insieme nella stessa amministrazione comunale.

In tal senso chiedo a breve giro di posta un incontro chiarificatore, congiuntamente agli altri capigruppo, per capire quali motivi inducono uno degli uffici più importanti della nostra amministrazione a comportarsi in tal modo, e se il fatto che mi siano state date risposte incomplete e inesatte è dovuto a negligenza, oppure solo a superficialità. Vorrei inoltre sapere se ci sono stati altri episodi del genere che hanno coinvolto altri consiglieri, come dobbiamo comportarci in questi casi, puntualizzando una volta per tutte le modalità d'accesso agli atti da parte dei consiglieri, e come gli uffici competenti devono attenersi nei nostri confronti.

In attesa di una sollecita risposta, porgo i miei più cordiali saluti.

lunedì 30 maggio 2011

Cambiare rotta si può

Evviva! Come non esultare per il vento che è cambiato? Ora soffia decisamente a sinistra con una forza tale da riaprire il cielo. Tale da travolgere anche il governo ed offrire importanti spazi alla domanda di un reale cambiamento.

Che questa sia la sua chiara direzione ce lo dimostrano in primis, come sgargianti “galletti segnavento” i nuovi sindaci di Milano, Napoli e Cagliari, il loro inequivocabile profilo, la riconoscibilità della proposta di governo ed il carattere delle campagne elettorali che li hanno portati alla vittoria.

Essi non nascono certo nei laboratori degli apprendisti stregoni del centro sinistra che da anni sfornano proposte indistinte e candidati sbiaditi, nell’inutile rincorsa di un presunto centro moderato. Democrazia, solidarietà, legalità, giustizia sociale, accoglienza, beni comuni, ecologia: sono queste le parole chiave, i contenuti riconoscibili, chiari, alla base del loro successo e del nostro successo. Potranno dire ciò che vogliono ma sono proprio questi i pezzi del nostro Dna, i contenuti del patrimonio genetico di una sinistra che si voleva “superata dalla storia” e quindi bistrattata, censurata ed esclusa dai luoghi della rappresentanza da un bipolarismo del “pensiero unico”.

Se la direzione di questo vento nuovo appare chiara a tutti, non si può ancora dire altrettanto del contesto politico e sociale e delle prospettive generali. Non è certo cambiata d’incanto questa Italia socialmente disgregata, culturalmente ed eticamente degradata da almeno due terribili decenni di liberismo incontrastato e di Berlusconismo. Così come è innegabile la varietà e la diversità dei molteplici fattori che hanno generato questa spinta. Hanno inciso certamente l’impresentabilità dei “mostri” oggi al comando, la loro disgregazione interna, la crisi dello stesso blocco sociale che li ha espressi.

Ma come non riconoscere che è fondamentale, dentro questo dato, il peso della collera della crescente povertà, di chi subisce l’ingiustizia dilagante, la privazione del lavoro e dei suoi diritti, la negazione di futuro e del presente stesso? C’è dentro l’indignazione per le discriminazioni ed i soprusi di ogni tipo, il saccheggio dei beni comuni, lo spreco e la distruzione delle risorse naturali e dell’ambiente. C’è la consapevolezza, anche di chi non è morso così forte dalla crisi, che questo modello di economia e di società debba necessariamente imboccare una vera alternativa.

E allora, se questo è il vento, non si tratta semplicemente di cambiare il timoniere, come già avvenuto infruttuosamente nel passato, ma di lavorare per invertire decisamente rotta! Altro che le ricette, riproposte proprio in questi giorni, da Emma Marcegaglia ad una platea plaudente, larga e trasversale! Proprio le medesime ricette velenose che ci hanno condotto in questa “macelleria sociale” e che sappiamo essere care da sempre a larga parte dello stesso fronte del centrosinistra che ha sostenuto in queste elezioni i nostri stessi candidati vittoriosi. Tagli alle tasse per le imprese ed alla spesa sociale, privatizzazioni e grandi infrastrutture.

No. Oggi è necessario più che mai il coraggio di un netto cambiamento, di dare avvio ad una vera “alternativa di società” che, in vista dell’imminente e inesorabile cacciata del sultano da palazzo Chigi, questi nuovi sindaci possono iniziare a far vivere nei loro rispettivi territori. Stoppando, per fare qualche esempio, grandi infrastrutture speculative, privatizzazioni, poli logistici, centri commerciali, inceneritori di rifiuti, inutili consumi di territorio. Puntando invece su una nuova economia basata sulla conoscenza, la sostenibilità, la qualità e soprattutto sulla giustizia e l’equità sociale. Un cambiamento che, per essere tale, faccia leva sul conflitto sociale e sulla partecipazione. Perché non basta e non funziona l’affidarsi a nuovi timonieri, magari esperti e illuminati. Bisogna farlo ricorrendo a un modo nuovo di “navigare”. Un modo basato appunto sulla socializzazione delle conoscenze e sulla più larga partecipazione.

Anche questo ci dicono i risultati di ieri, scaturiti non a caso da coinvolgenti percorsi partecipativi in cui, tanto Pisapia quanto De Magistris e Zedda, non sono apparsi come leader carismatici o nuovi messia ma quali garanti dell’unica vera pratica del cambiamento: quella democrazia che chiama in causa la società e la spinta innovatrice dei suoi conflitti.
Ma siccome, avrebbe detto Seneca, «non c’è buon vento per marinaio che non conosce la rotta», c’è una bussola pronta ad indicarla.

Sono i referendum sull’acqua e il nucleare. La loro vittoria, che non possiamo mancare, può affermare l’indisponibilità dei beni comuni e la necessità di ricostruire attorno ad essi una comunità partecipante che se ne prende cura collettivamente con scienza e con coscienza, per garantirne i benefici per tutti e per ognuno. Che poi tradotto in due parole vuol dire: bene comune. Senza dimenticare il quesito sul legittimo impedimento per dare voce a quell’indignazione nei confronti dell’arroganza del potere che è componente essenziale dell’ondata di Milano e Napoli. C’è da ricostruire la res pubblica. L’esatto contrario del neoliberismo in salsa italiana, con i suoi insopportabili privilegi, le sue cricche corrotte, la sua prepotenza nel cancellare diritti, la sua volontà famelica di accaparrarsi i beni comuni.

Per chi come noi della Federazione della Sinistra, da posizioni minoritarie e scomode, da tempo indica e lavora in quella direzione si riaprono pertanto spazi politici ed ambizioni nuove. Nuove responsabilità di lavorare ad un’ampia ed unitaria sinistra d’alternativa, capace di progettare e praticare quella diversa rotta economica e sociale, opposta al berlusconismo ma anche alle sirene della Marcegaglia ed ai ricatti di Marchionne. Si offrono inedite opportunità di praticare questa rotta con una diversa idea partecipata di “navigazione” che il vento nuovo ci consente.

di Massimo Rossi Portavoce nazionale della Federazione della Sinistra

sabato 7 maggio 2011

Punti di vista radicali

La crisi del berlusconismo (che non è tracollo, ma lenta agonia del Paese) sta riaprendo finalmente il dibattito politico. Anche se, per ora, da destra. E' bene, comunque, che riparta il confronto vero ed aspro, che si esca dal gradualismo del sistema delle alleanze, dal vacuo tatticismo della "riduzione del danno"; è tempo, infatti, di punti di vista forti e radicali.

Altrimenti, gramscianamente, «il vecchio muore e il nuovo non può nascere», anche perché il tornante storico è complesso: bombardiamo, noi paese colonialista, la nostra vecchia colonia libica; è in atto il tentativo governativo e confindustriale insieme (a proposito, perché la Camusso attacca il governo in nome di una interlocuzione con la Confindustria?) di sistematico abbattimento della forza organizzata del movimento operaio; le precarietà diventano una vera e propria condizione soggettiva, antropologica.

I referendum sui beni comuni, contro il nucleare e la giustizia dei potenti richiedono un impegno straordinario perché sono un segmento importante di una strategia politica alternativa che ritrovi i paradigmi fondativi. L'altra scadenza immediata, le elezioni amministrative, può ridisegnare il tema della ricostruzione dello spazio pubblico, dell'idea stessa di autogestione, di vita che si contrappone alla mercificazione dei non-luoghi metropolitani. Vi è l'esempio importante e positivo delle sinistre a Milano, a Bologna, diverso, ma ugualmente importante a Torino.

Se guardo al Sud, a Napoli si vive già ora una parziale fuoriuscita dalla passivizzazione, un risveglio di cittadinanza; è un laboratorio meridionalista che si sta formando anche intorno alla candidatura di De Magistris (a cui si è sottratto Vendola, come a Salerno, a Cosenza, in tante altre città meridionali: anche questo nei prossimi mesi sarà un tema di discussione dentro la costruzione, che ritengo obbligata, del polo della sinistra alternativa).

Si riapre, dicevo, la discussione politica: è anomalo, ma non irrilevante, certo, che nel centrosinistra l'abbia riaperta il presidente Napolitano, quando ha affermato che la sinistra non vincerà se non sarà credibile, affidabile e portatrice di una proposta praticabile. Bene, fin qui. I problemi si manifestano quando diamo forme, contenuti, propensioni quotidiane agli aggettivi «credibile ed affidabile». Nessuno, infatti, potrà negare che l'interpretazione data alle parole del Presidente da gran parte del centrosinistra e dei commentatori sia quella della necessità di una decisa torsione a destra del centrosinistra. Interpretando correttamente, temo, lo stesso pensiero del Presidente.

Bastano alcuni esempi: Casini invita Bersani «a prendere atto che l'intesa con l'Idv è impossibile». L'Idv ha, infatti, votato perfino contro i bombardamenti sulla Libia ed è forza, quindi, estremista e non credibile; le alleanze si fanno solo emarginando a sinistra e diventando stampella del Terzo Polo. Le parole di Napolitano sono diventate un pesante maglio nelle mani di tutti i centristi democratici (moltissimi interni al Pd, ai fini di una lacerante battaglia congressuale).

E' sempre bene, in questi casi, lasciar parlare Matteo Renzi, che è semplice e chiaro e che arruola Napolitano fra i rottamatori. Spiega cosa sia, per lui, il dopo Berlusconi: «La sinistra deve essere credibile ed affidabile, essere cioè una sinistra che non si limita ad andare contro gli altri, ma dimostra di saper fare le cose»; cioè di essere al servizio di Marchionne e soci. Ma davvero il centrosinistra è poco credibile perché troppo oppositivo e troppo di sinistra? E non perché, come credo, manca assolutamente di un punto di vista, di una concezione autonoma, di un sistema di valori alternativi, della coerenza di un progetto materiale e sociale basato sul conflitto di classe, sui beni comuni, sulla pace, sull'antirazzismo? Disegnando se stessi, contro l'abattimento della Costituzione, come i nuovi partigiani della democrazia costituzionale? Basta leggere gli articoli sul Corriere della Sera di ieri del professor Inchino e di Battista.

E' impressionante soprattutto l'articolato ragionamento di Ichino che sostiene, sostanzialmente, che dagli anni Cinquanta ad oggi, in tutti i grandi snodi della complessa vicenda sindacale, la Cisl ha sempre avuto ragione nei confronti della Cgil, concludendo, ovviamente, che «avevano ragione Cisl e Uil quando hanno firmato gli accordi alla Fiat di Pomigliano e di Mirafiori, se è vero che ora alla Bertone di Grugliasco anche i rappresentanti della Fiom hanno dato l'indicazione di votare sì sullo stesso piano industriale per evitare la chiusura dello stabilimento». Mi pare abbia ragione Ferrero quando scrive che, in definitiva, ciò assolutizza il «libero di spiegarsi dell'iniziativa manageriale che diviene, così, la condizione del successo dell'impresa che, a sua volta, è la premessa per il mantenimento dei posti di lavoro».

La costruzione del nuovo movimento operaio contemporaneo, nella concezione liberaldemocratica, finirebbe con il portare alla rottura della dignità costituzionale del lavoro dentro lo stesso rapporto di lavoro. Su un solo punto concordo con Inchino e Battista, ovviamente da sinistra: non è più tempo di piccolo cabotaggio. Per avere, infatti, la credibilità di un'alternativa occorre mutare radicalmente rotta. Dopo anni di devastazione culturale, di revisionismo storico ed istituzionale, il Paese vive oggi la crisi drammatica del costituzionalismo democratico. Annega nell'immoralità populista il governo. Ma giunge anche oggettivamente al capolinea la Seconda Repubblica.

Occorrono, allora, "pensieri lunghi"; e il ripensamento autocritico di tanta parte della sinistra che ha generato la Seconda Repubblica. Il problema non è il ritorno alla Prima Repubblica, ma l'impegno primario per il superamento del bipolarismo maggioritario, corazza istituzionale che ingabbia il conflitto, lo separa dalla politica (rendendola mera amministrazione del potere), inibisce la possibilità stessa di una progettualità alternativa. Nel bipolarismo maggioritario, infatti, la credibilità finisce con il consistere nell'occupazione del "centro", nell'appiattimento programmatico sulle esigenze confindustriali, patriarcali, razziste di Stato. Esso, tra l'altro, impedisce la necessità della ricostruzione di uno schieramento alternativo e plurale e rende più difficile l'ineludibile fondazione di un polo delle sinistre autonomo, indipendente dal Pd. E' questo anche il fondamento della Federazione della Sinistra.

Chi, anche a sinistra, continua, con una irragionevole coazione a ripetere, a ritenere che l'alternativa si fonda sul sistema bipolare maggioritario, sulla "democrazia governante", sul presidenzialismo, pensa, nei fatti, ad un futuro sistema politico che esclude la rappresentanza dell'anticapitalismo sociale e politico. Pezzi di sinistra alternativa possono essere cooptate solo se passano attraverso l'omologazione centrista. Omologazione da un lato, desertificazione dall'altro. Sarebbe un disastroso continuismo. Le sinistre non possono che ripartire da temi chiari, netti, discriminanti. Altrimenti il tramonto del berlusconismo vedrà l'espansione del gattopardismo trasformista o il rafforzamento dell'antipolitica intesa non come critica del potere, ma come alienazione di massa di un popolo sempre più muto, passivo, rancoroso.

di Giovanni Russo Spena

venerdì 29 aprile 2011

Le conseguenze d el cemento


Seguendo la filiera del cemento puoi conoscere il nostro disastrato paese. E lo si può fare leggendo «Le conseguenze del cemento», la nuova fatica di Luca Martinelli edito da Altreconomia. Scandito come una sceneggiatura, come il bel titolo suggerisce, il libro proietta un film inquietante.

Le superfici urbanizzate in questo paese coprono il 7,6 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a regioni come la Puglia e il Molise messe insieme. Una situazione che non può che peggiorare visto che i comuni, economicamente sul lastrico, possono utilizzare fino al 75 per cento degli oneri di urbanizzazione per finanziare la spese corrente. «Il suolo è visto come una risorsa monofunzionale» denuncia Paolo Pileri responsabile scientifico dell’osservatorio nazionale sul consumo di suolo. Sulla cementificazione della terra ci guadagna il privato e ci guadagna il pubblico che non può contare su altre entrate.

Il cemento è una risorsa per molti a cominciare dai cavatori di ghiaia e sabbia, un settore che le amministrazioni non vogliono governare e controllare visto che ben dieci regioni italiane non si sono dotate di un piano cave. Ma la «filiera grigia» non sarebbe così redditizia se, a monte, non vi fossero le banche a foraggiarne a piene mani la marcia trionfale. Banche che concedono con difficoltà mutui per poche decine di migliaia di euro a giovani coppie, aprono senza batter ciglio generose linee di credito per progetti immobiliari faraonici e, alle volte, vacillanti. Ma che non possono fallire, sono ad «obbligo di risanamento», e vengono salvate a patto che la giostra – progetto, credito, investimento, rimborso – non smetta di girare.

Come nel caso del gruppo Ligresti, oberato dai debiti, i cui progetti immobiliari coinvolgono Intesa Sanpaolo e Unicredit i quali sono «costretti» a tenerlo a galla. Guadagnando a piene mani. Una gigantesca bolla finanziaria che si poggia sul mattone. A pagare i piccoli acquirenti che comprano a prezzi gonfiati e i cittadini che vedono le loro città stravolte.

Questa bolla traina, tra le altre cose, l’industria cementiera. Siamo i primi produttori di cementi a livello europeo con 88 impianti e un fatturato complessivo di 3 miliardi di euro. La seconda fonte di emissione di Co2 dopo le centrali termoelettriche.

La «filiera grigia» incrocia più volte la politica che predispone volentieri il suo espandersi. Il cemento tracima nelle nostre coste anche attraverso il progetto, finanziato dalla società pubblica «Italia Navigando», di creare una rete di porti turistici. Si legge porti ma occorre leggere centri commerciali, ristoranti, condomini e via edificando. In tempi di crisi, mentre si taglia il fondo di sostegno agli affitti il governo ha pensato bene di finanziare con 50 milioni di euro Italia Navigando. E’ così che tra il 2008 e il 2009 in Italia sono stati inaugurati 30 nuovi porti.

Se non sono porti sono centri commerciali spuntati come funghi un po’ in tutta Italia, solo nel 2009 ne sono stati aperti 36 e ampliati 4 già esistenti. Oppure stadi che nella nuova versione saranno «integrati» con centri commerciali: accade in Abruzzo, con la stadio del Real Teramo affiancato dal centro commerciale Gran Sasso Shopping, ma sta per accadere un po’ in tutta Italia.

Il cemento ha conquistato tutti anche le Ferrovie dello Stato che sempre meno preoccupate a far viaggiare i treni, come hanno ben capito i pendolari, sono impegnati nel valorizzare i terreni di cui sono proprietari. Valorizzare tal punto che a Bergamo, stanno pensando di coprire i binari per costruirci sopra condomini. Un motore impazzito quello che fa girare la filiera grigia. Non mancano i tentativi d’incepparlo, di preservare bellezze ed equilibri. Come nota Salvatore Settis nell’intervista che chiude il volume, «il paesaggio [è] un riflesso della società che lo ha creato». Per questo riflettere sul paesaggio, anche grazie al questo bel libro di Martineli, assomiglia alla visione di un film terrorizzante.

giovedì 28 aprile 2011

Il marciapiede pubblico mancato!!

L’urbanistica è il tasto dolente dell’amministrazione di Monteriggioni, si continua a costruire case dove mancano parcheggi e marciapiedi, vengono realizzati ma il Comune si “dimentica” di stipulare una convenzione che li renda di uso pubblico e restano privati.

E’ la denuncia del Consigliere comunale di Rifondazione Comunista.

E’ successo nella frazione di San martino, la zona del Comune ancora in forte espansione, dove ci sono molte giovani famiglie con bimbi piccoli, ma è anche la frazione dove ci sono meno servizi e una carenza strutturale di parcheggi, per non parlare dei marciapiedi, rimpiazzati dai “percorsi pedonali disegnati” .

Visto la carenza strutturale di marciapiedi e parcheggi a ogni nuovo insediamento, deve essere preso in considerazione di chiedere all’impresa costruttrice di eseguire subito delle piccole opere di interesse pubblico, nello specifico, un percorso pedonale e parcheggi per la sosta delle auto, dove in molti casi non esistono, almeno da alleggerire il carico urbanistico della zona.

In realtà l’impresa ha realizzato sia il marciapiede sia i parcheggi, si è scoperto dopo che il tutto è di uso esclusivo dei privati, come da accordi con l’ufficio tecnico.

E’ stata una grave leggerezza da parte del Comune, tanto che il passaggio pedonale è stato addirittura chiuso con un cancello.

Il Comune ha stipulato con l’impresa una convenzione che in cambio di destinazione d’uso di alcuni volumi sull’edificato, ha ceduto allo stesso, un appartamento un garage e un posto auto, ma si è “dimenticato” o ha volutamente ignorato, di richiedere al costruttore che il marciapiede ed i parcheggi che insistono su via della Costituzione fossero di uso pubblico.

Nella realtà è di uso pubblico solo il marciapiede sul fronte dell’edificio che percorre via del Pozzo, il quale termina con una barriera architettonica di tre scalini, quindi con le carrozzine non può essere percorso e a piedi l’uscita del camminamento sbuca nei pressi di un incrocio.

Oltre che essere un’opera pubblica a metà è un’opera nulla perché è pericoloso anche per i pedoni.

Spero che l’Amministrazione ponga rimedio a questa mancanza prima possibile, sopratutto nei confronti dei cittadini che dice di ascoltare.

mercoledì 20 aprile 2011

Nucleare - Attenti alla trappola

L'annunciata sospensione dei programmi nucleari in Italia, in modo tale da «tener conto» di quanto emergerà a livello europeo nei prossimi mesi, è una brillante mossa populista del governo. Che il clima intorno alla politica nucleare dopo l'incidente giapponese fosse drammaticamente mutato nel nostro paese (e anche a livello internazionale) non era un mistero. È sufficiente considerare i recenti rumorosi successi elettorali dei Verdi tedeschi per averne sentore.

Berlusconi, in crisi, deve presentarsi con qualcosa alle ormai imminenti elezioni. Mostrare un volto responsabile sulla politica energetica può in parte compensare le intemperanze sulla magistratura e sulla scuola pubblica.
Ma gli effetti della mossa rischiano di non fermarsi qui. Già la moratoria di un anno aveva cercato di sdrammatizzare la questione nucleare nel tentativo di mandare gli elettori al mare nei giorni del referendum, il 12 e 13 giugno.
Oggi il rinvio a tempo indeterminato della ripresa del programma nucleare italiano prosegue in quella direzione, e c'è chi dichiara che questa mossa rende inutile il referendum, che quindi non potrebbe più essere celebrato insieme a quelli sull'acqua e sul legittimo impedimento.

Naturalmente questa decisione non spetta al governo né ai suoi tifosi parlamentari, perché nel nostro ordinamento costituzionale l'organo deputato alla decisione è l'Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione. Si tenga conto che ogni referendum è portatore di un effetto giuridico rafforzato, perché l'effetto abrogativo di un suo eventuale successo deve durare almeno cinque anni. Ben difficilmente quindi un provvedimento come questo, diverso dall'espressa e specifica abrogazione delle (molte) norme che saranno oggetto del giudizio del corpo elettorale, può essere sufficiente a persuadere i magistrati a revocarne l'indizione.

Questa decisione, che da un lato può essere salutata come una prima battaglia vinta dal fronte antinuclearista, d'altro canto può essere molto pericolosa per l'esito finale della guerra di liberazione dei beni comuni. Il referendum nucleare infatti verrà tacciato di inutilità e gli elettori potrebbero essere indotti a disertare le urne, rischiando di travolgere così il raggiungimento del quorum per l'acqua e per il legittimo impedimento (che credo stia molto a cuore al premier).
La strategia del silenzio, utilizzata fin qui in modo spietato in materia di acqua nonostante il milione e mezzo di firme raccolte, è più difficile per il nucleare dopo Fukushima.

La catastrofe nucleare giapponese, giorno dopo giorno, dimostra come la presunta "sicurezza" del nucleare civile non sia che l'ennesimo delirio di onnipotenza dell'uomo moderno. In tutto il mondo sembrano perciò maturi i tempi per invertire definitivamente la rotta e il popolo italiano difficilmente potrà essere tenuto del tutto all'oscuro dell'opportunità di votare. Inoltre il governo trova politicamente conveniente polemizzare con i francesi che stanno sfilando ai nostri interessi di bottega il potenziale bottino energetico in Libia, sicché ora Tremonti maramaldeggia sul presunto «debito nucleare» francese, tentando di nascondere che proprio con i francesi di Edf la nostra Enel si stava apprestando a fare affari.

L'Ufficio centrale della Cassazione potrebbe far saltare il referendum e se anche ciò non avvenisse (cosa che auspichiamo) avrà comunque prodotto un alleggerimento della pressione, cosa molto pericolosa per chi deve affrontare lo scoglio ciclopico del quorum. Spetta al popolo vigilare per difendere la propria sovranità.

Ugo Mattei

mercoledì 13 aprile 2011

Turismo lento, cemento veloce!!









Si avvicina la bella stagione e ricominciamo a vedere i primi turisti in giro per il nostro bellissimo territorio con zaini e scarpe da trekking.

Quale miglior occasione che prevedere la possibilità di costruire delle strutture idonee per ospitare i turisti, implementare l’offerta turistica, magari con strutture di prestigio? Niente paura perchè mentre noi parliamo l’amministrazione passa ai fatti.

L’immensa costruzione che sta nascendo in loc. Rigoni, nel pian del casone non è un nuovo insediamento residenziale ma l’hotel” Hilton” che mette la sua bandierina nel comune di Monteriggioni, a poca distanza dai borghi medievali di Badia Isola e Strove, ad un paio di km dall’omonimo Castello.

Per un Comune con una forte propensione al turismo, come lo è Monteriggioni, sembrerebbe un operazione scontata ma dobbiamo fare alcune distinzioni.

Ben venga un investimento che porterà ad una più ampia offerta turistica ma a quale prezzo?

L’hotel Doubletree by Hilton Resort Siena-Chianti, ( proprio cosi si chiamerà!! ) sarà dotato di 97 camere, cui se ne aggiungeranno altre 23 nel 2012,( per chi ancora non lo sapesse ) e ospiterà due ristoranti con servizio completo, un bar, un centro benessere con piscina coperta, un centro fitness dedicato, una piscina all’aperto da club vacanze e più di 500 metri quadri adibiti ad area riunioni, per un totale di 21000 mc di cemento, su tre piani fuori terra e uno interrato, senza l’ampliamento per altre 23 camere di cui l’hotel ha fatto richiesta di ampliamento nel 2010.

Se ci sono i turisti è giusto che ci sia un’offerta turistica altrettanto adeguata, ovviamente bisogna considerare che ( fortunatamente ) siamo in una zona di alto pregio storico paesaggistico e naturalistico, e forse è anche questo che favorisce l’attrazione da parte dei turisti di questo luogo( con un + 16% nel 2009 ultimi dati ).

Quello che voglio capire è come mai, se c’è bisogno di strutture ricettive, si debba ricercare in un solo operatore economico e in una sola struttura ( per di più la catena alberghiera Hilton è una multinazionale ), invece di differenziare l’offerta con più operatori, magari della zona, con piccole strutture di minor impatto visivo, che tra l’altro concilierebbero con il territorio circostante in modo migliore, non dimentichiamocelo, perché la realtà delle strutture che sono dislocate nel nostro Comune sono perlopiù strutture medio piccole, a conduzione familiare, come gli agriturismi, le camere in affitto, i bed end breakfast e gli hotel di prestigio che esistono, sono frutto di edificazioni esistenti, le quali sono inseriti nel contesto paesaggistico e storico circostante da sempre.

Ma passiamo hai fatti, quello che mi salta all’occhio è la relazione di sintesi del responsabile dell’ufficio urbanistica, con cui avalla la richiesta di trasferimento della volumetria da un lotto ad un altro, aumentando di fatto, la capacità edificatoria ( per le 23 camere che l'hotel a chiesto in più), con una relazione più di natura politica, che tecnica, aggiungendo motivazioni alquanto discutibili.

Infatti, come sostiene il responsabile, la variante al regolamento urbanistico si pone i seguenti obbiettivi:

  • insediare nel comune di Monteriggioni una struttura affiliata al gruppo turistico Hilton, con ottimali riscontri e garanzie sul territorio?!?!

Cosa voglia dire non si capisce, ma sicuramente non scaturisce da calcoli tecnici, forse l’unico riscontro e garanzie sul territorio per i cittadini sarà è quello di vedere una struttura di cemento estranea al panorama circostante.

  • aumentare l’occupazione locale 40 unità oltre l’indotto e chi lo dice? Non mi sembra che la richiesta di aumento volumetrie possa corrispondere automaticamente ad assunzioni e per di più del comune di Monteriggioni.

  • Aumentare la visibilità del comune in ambito mondiale ed entrare nei circuiti internazionali Semmai è l’opposto, l’hotel acquista credenziali e visibilità a Monteriggioni, che è uno dei territori più belli sotto il punto di vista paesaggistico e storico, con Abbadia Isola, Strove; Castel Pietraio, il percorso della via francigena, e non ultimo il borgo fortificato di Monteriggioni che completa la cartolina di uno dei luoghi più belli d’Italia se non del mondo )
  • Contribuire alla qualificazione dell’edificato in loc. Rigoni con interventi di edilizia fortemente qualificativi, integrazione del verde alberato, miglioramento della viabilità

Vorrei capire anche questa affermazione, cosa vuol dire “Contribuire alla qualificazione dell’edificato in loc. Rigoni”, veramente non mi sembra qualificante avere un ammasso di cemento di tre piani fuori terra, in finto stile toscano, che non c’entra niente con il panorama circostante, tipo la vecchie case padronali del Casone, che è almeno un piano più bassa.

Per l’integrazione del verde alberato non è altro che la conseguenza di un operazione edilizia fortemente invasiva nel paesaggio circostante che deve per forza essere inserita per cercare di coprire la struttura ( è difficile mimetizzare 10 mt o più di costruzione )

Anche per la viabilità non mi risulta che una strada lineare senza intersezioni possa essere migliorata costruendo un villaggio turistico, casomai si è costretti a farci una rotonda per permettere a chi accede al complesso corra meno pericoli.

Il turismo nel nostro territorio sarà anche lento, sono le costruzioni che corrono veloci.

Buone vacanze a tutti!!

martedì 12 aprile 2011

Resoconto Consiglio Comunale del 11 aprile 2011

Nel consiglio comunale di ieri c’era l’approvazione del bilancio di previsione 2011 e il bilancio pluriennale 2011/2013, una mozione a sostegno della scuola pubblica, il piano delle alienazioni, la revisione del regolamento per l’attuazione della legge n°15/09,l’affidamento degli incarichi esterni di studio e di ricerca e l’approvazione delle aliquote e detrazioni per l’anno 2011, per questo motivo parlerò soltanto del bilancio.

Per quanto riguarda il dato analitico l’assessore Fantucci ha illustrato in maniera soddisfacente i capitoli e le coperture relative, però il bilancio, come ogni bilancio comunale è un atto fondamentale per ogni Comune, dove si delinea la linea politica di ogni amministrazione, dove le scelte incidono direttamente sulla vita dei cittadini, nel bene e nel male. ( sui servizi, la viabilità, il trasporto, per l’urbanistica ed i lavori pubblici )

Infatti senza soldi non è possibile fare politica, in senso pratico, perché poi bisogna rispondere ai bisogni della collettività, ed il Comune rimane l’interlocutore principale e più vicino per tutti noi in questo momento di crisi economica, che è sempre forte.

Questo è il contesto in cui si inserisce il bilancio di previsione 2011 di Monteriggioni.

La relazione del sindaco e della giunta al bilancio di previsione la condivido in molte parti (facendo comunque dei distinguo), sarà la crisi, ma condivido il quadro della giunta quando si parla di un Governo che non è all’altezza della situazione in questo momento.

Approvo anche il passaggio dove si parla della disuguaglianza della ridistribuzione del reddito che porta ad un minor capacità alla spesa per un tessuto sociale ampio e di conseguenza ad una disgregazione sociale oltre ad un rallentamento della ripresa economica.

Il federalismo fiscale tanto sbandierato non riduce le tasse ma liberalizza la possibilità da parte dei comuni di mettere nuove tasse per compensare le mancate risorse statali.

Infatti è alla luce la possibilità di inserire la tassa di soggiorno sulle presenze alberghiere.

Per non parlare del taglio lineare del 10% circa, che nel nostro Comune ammonta a 167000€, alla famosa cancellazione dell’Ici sulla prima casa, che come ho ripetuto più volte, era l’unica vera tassa federale di cui i comuni disponevano.

Ci vorrebbe uno stato centrale che risparmia ( vedi l’abolizione degli enti inutili come le provincie, con cui aveva fatto campagna elettorale il Governo, per poi far marcia indietro quando si sono accorti che i tagli riguardavano anche le provincie del nord ) , invece c’è un Governo a caccia delle streghe sulle piccole amministrazioni che sarebbero la causa dello sperpero del denaro pubblico, per questo motivo è stato introdotto, da una parte dei vincoli restringenti, dall’altra è stato fatto dei tagli lineari senza guardare in faccia chi veramente sperpera e chi è virtuoso.

Ovviamente più c’è crisi e più vengono ritoccate le spese di bilancio sul capitolo del sociale, che vanno ad incidere sulle fasce di popolazione più debole già in difficoltà ( ritocco delle quote della mensa e trasporto, del nido, dei contributi affitto, l’assistenza domiciliare, ecc. ) e anche se è stato introdotto un sistema di scaglionamento condivisibile, e l’aumento dell’esenzione da 5000 a 6000, esiste un bisogno reale di molte famiglie che non ce la fanno più ad andare avanti e si rivolgono al Comune.

Sulla relazione dell’urbanistica condivido solo in parte alcuni aspetti.

Quando si parla delle pratiche dell’ufficio urbanistica, dove si fa riferimento alla complessità ed all’allungamento dei tempi per il rilascio delle stesse soggette a vincolo, sembra che il tutto sia dovuto alla burocrazia dell’ente subordinato(la sovrintendenza )e da parte dei tecnici privati che depositano documenti “lacunosi” e quindi dilatano i tempi del rilascio dei permessi e provoca contenziosi.

Non viene penso in considerazione che anche l’ufficio possa metterci del suo,( a volte dando delle mezze o non esaustive indicazioni ai tecnici privati che gli sottopongono le pratiche ) ovviamente soltanto chi non ha mai frequentato l’ufficio urbanistica può pensare che tutto sia sempre responsabilità di altri o di norme complesse ( anche gli altri comuni hanno i medesimi problemi ma non mi risulta che i tecnici debbano aspettare mesi per il rilascio di un permesso, o per una semplice determina da parte dell’ufficio tecnico per girare il rimborso dal bando fotovoltaico al richiedente ) .

Secondo il mio modesto parere se ci sono delle difficoltà sono da dividere in modo equo tra tutti i soggetti, perché non è possibile che per una pratica si possa aspettare dai 3 ai 9 mesi, e siccome succede ( fosse anche per un solo cittadino/tecnico, ma non è cosi ), è normale che nascano contenziosi.

Il passaggio successivo è la scadenza del Regolamento Urbanistico il 14 di luglio.La legge regionale dispone per le aree che le quali non siano stati espressi nei 5 anni la volontà edificatoria torneranno ad essere inedificabili in automatico.

Questo mi sembra una cosa positiva perché mette in luce più aspetti, che il piano strutturale in alcune zone forse è stato sovra dimensionato, poi dal momento che si fa riferimento ad una “previsione urbanistica” il tempo di 5 anni mi sembra congruo per qualsiasi soggetto privato per decidere se investire o meno sul territorio messo a disposizione dal Comune con sopra una “previsione”.

Per quanto riguarda il rifacimento del sito istituzionale sono pienamente d’accordo, infatti la prima proposta che portai all’attenzione della commissione era il rifacimento del sito, e trovo utile che ci sia spazio e la volontà come avevo più volte sollecitato, per favorire la visibilità delle varie associazioni, che sono un valore aggiunto del territorio per tutta la comunità, ed è giusto restituire loro visibilità anche tramite il sito istituzionale, con cui i cittadini prediligono sempre di più relazionare, e comunque è una delle poche operazioni di innovamento a costo zero.

Per il capitolo delle opere pubbliche è un capitolo che trova molti lati chiaroscuri, oltre allo slittamento di molte opere del 2010, dove si deve ricorrere al “ consistente” piano delle alienazioni per far fronte alle opere inserite nel 2011, ovviamente con il meccanismo perverso esistente, per tenere fede ai pagamenti delle opere che si andranno a realizzare nell’anno corrente devono avvenire con entrate dell’anno corrente quindi si deve ricorrete all’alienazione e poi alla vendita di terreni e proprietà comunali, cosa che io non condivido perché è un circolo vizioso da cui non è facile uscirne.

Credo comunque che le opere di interesse pubblico siano anche le piccole opere, come i marciapiedi, la segnaletica e gli attraversamenti in sicurezza, dei giardini pubblici attrezzati, spazi per far passeggiare i cani, che con capitoli di spesa sostenibili possono essere realizzate, e credo che ce ne sia bisogno dove in questi anni c’è stato una forte espansione urbanistica.

Concludo dicendo che condivido in molte parti il lavoro, lo sforzo e le scelte dalla maggioranza, ma io mi trovo dalla parte della minoranza e quindi il mio voto contrario resta un voto politico, e non di merito, per le ragioni sopra esposte.

Rimango in attesa di leggere il bilancio consuntivo, dove le riflessioni non saranno al “se o ai ma”, sarà un giudizio globale sulla scorta del lavoro e degli obbiettivi programmati svolti, se tali obbiettivi saranno a mio avviso soddisfacenti il mio voto sarà diverso.

domenica 10 aprile 2011

Oggi ci sono motivi per uscire nelle strade e bisognerà imparare a vederle in modo diverso....


La citazione del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd l'hanno fatta ieri i lavoratori dello spettacolo romani, quelli che hanno occupato il cinema Metropolitan qualche settimana fa, a conclusione della Street Parade contro la precarietà «il nostro tempo è adesso» che ha raccolto ventimila persone intorno al palco costruito vicino al Colosseo.

Questa frase permette di guardare con nuovi occhi alla questione sociale che ha distrutto il futuro di almeno due generazioni senza previdenza, welfare e garanzie sociali minime e dà finalmente una forma al più grande scandalo della nostra storia, complice la crisi ma soprattutto il criminale disinteresse di un governo impegnato a risolvere le grane giudiziarie del Presidente del Consiglio. Promosso, ed organizzato, dall'omonimo comitato, l'appuntamento romano, insieme alle decine di manifestazioni in tutta Italia, è stato un buon inizio di un percorso che si annuncia lungo e accidentato.

Nei discorsi ascoltati dal palco, e da quelli captati nel corteo da piazza della Repubblica fino al Colosseo, è stato ripetuto instancabilmente il concetto che, oggi, si sta ribellando contro la precarietà «la parte migliore di questo paese, quella giovane che studia e produce ed è stanca di questa vita». La segretaria Cgil Susanna Camusso lo ha rafforzato sostenendo che «stiamo rubando la cosa più preziosa del nostro paese, il diritto dei giovani di sentirsi cittadini e di non continuare a sbirciare la vita dietro le quinte». «Questo è l'inizio di una storia collettiva - ha aggiunto in un'intervista a Radio articolo 1 - i giovani vogliono certezze».

È indiscutibile che la crisi abbia colpito le nuove generazioni, ma è anche vero che la «precarietà» è ormai una realtà che coinvolge fasce d'età ben più ampie e lavoratori che hanno un'esperienza consolidata in tutti i campi, dal lavoro dipendente a quello autonomo. Vigili del fuoco, portuali, ma anche architetti a partite Iva, giornalisti ultratrentenni pagati 50 euro lordi ad articolo, traduttrici e formatori, non solo laureati alla ricerca del primo impiego. Lo testimoniano le cifre che la stessa Cgil ha diffuso ieri.

Nel Lazio, e a Roma in particolare - la seconda città italiana del terziario avanzato dopo Milano - i «precari» hanno in media 35 anni, guadagnano circa 900 euro al mese. Sono quasi 420 mila a trovarsi in questa condizione e da almeno un anno crescono al ritmo di 1200 persone al mese. Chi vuole incrociare questi dati con quelli relativi alla disoccupazione scopre che le fasce della popolazione maggiormente colpite sono sempre i 35enni con tassi di scolarizzazione elevata, cioè coloro che vivono nei settori legati all'economia della conoscenza.

Un rapporto del 2008 del Comune di Roma ha inoltre calcolato che solo nella Capitale buona parte dei «precari» sono rappresentati dai lavoratori autonomi, atipici o intermittenti che si aggirano intorno alle 230-240.000 unità, una cifra comunque inferiore ai 320 mila stimati dall'Ufficio Statistiche comunale. Al di là delle statistiche, sempre molto fumose quando si parla dei «nuovi» lavori, si può dire che i ventimila che erano in piazza ieri rispondevano a queste caratteristiche.

La loro non è sembrata una semplice testimonianza di disperazione esistenziale. Si è avvicinata piuttosto ad una consapevole rivendicazione di libertà e autonomia sociale alla quale nessuna struttura politica o sindacale è riuscita ancora a dare voce, a Roma come nel resto del Paese. Bastava infilarsi dietro uno dei quattro camion della Street parade per rendersene conto. Apriva il corteo quello del «Torretta Style», sound system romano doc, seguiva quello degli studenti della Sapienza con gli scudi del book bloc che si sono visti nelle piazze autunnali durante le manifestazioni noGelmini. «Libera spazi, condividi saperi, reclama reddito» era lo striscione del camion. In mezzo, il camion del Roma Euro Pride 2011 che si svolgerà dal 1 al 12 giugno.

La colonna sonora era come sempre travolgente. La hit del momento è «Ho 25 anni e faccio la escort, perché lavorare in un call center se potrei fare...». Il resto è noto, inutile scendere in dettagli anatomici. Parlano le intercettazioni di Arcore. E infine c'era il tir di San precario, la rete delle associazioni e dei collettivi che da undici anni organizzano a Milano la May Day Parade e preparano lo «sciopero precario». La terza tappa degli «Stati Generali della Precarietà» è stata fissata a Roma dal 15 al 17 aprile. Ieri sono scesi «in piazza i precari, una manifestazione indetta solo apparentemente da reti, collettivi e gruppi autonomi, ma la regia e la sceneggiatura è a firma Cgil/Camusso».

I ragazzi del collettivo «Generazione P» hanno distribuito cartoline dove si può scrivere in sei righe, in un disegno, in un insulto «una storia di precarietà abitativa, lavorativa, sentimentale». «Basta allo stagismo di Stato», ecco un'altra rivendicazione al diritto ad una vita degna delle stagiste del Ministero degli esteri. É il cartello autoadesivo che Elena ha attaccato sulle spalle e sulla pancia. Ha negoziato uno stage di 4 mesi, rifiutando la cortese offerta di prolungarlo a sei mesi, forse un anno. Inorridisce solo al pensiero: «Meglio non fare nulla - dice - che lavorare gratis».

L'uso di un'ironia amara, insieme agli onnipresenti flash mob, è una costante in queste occasioni. «Non sparate alla ricerca» recitava lo striscione dei ricercatori precari dell'Istat che si sono sono presentati vestiti con camici e maschere bianche. In via Labicana c'era un sole spiovente mentre le maschere si inginocchiavano. Si è presentato un tagliatore di teste in giacca e cravatta, aveva una maschera minacciosa calata a mezza bocca. Passando tra questi penitenti postmoderni li ha abbattuti uno ad uno come birilli. Tutti licenziati e nessun contratto rinnovato.

Ma lo striscione che meglio ha rappresentato la necessità di guardare diversamente le nostre strade era quello dei lavoratori dello spettacolo «Com'è triste la prudenza». Il tempo è scaduto, ora i diritti bisogna conquistarli. Tony fa l'attore e ha uno spirito incontenibile. Con il megafono si è rivolto ai precari dell'Alitalia: «Li stanno licenziando tutti - ha detto - Chi vuole fare un corso di mimo con loro?». È seguita un'esilarante simulazione dei gesti che le hostess e gli steward fanno prima del decollo, quando indicano le uscite di sicurezza e la posizione del respiratore in caso di ammaraggio. Quello che è certo è che nessuno vuole affogare. Noi vogliamo vivere.

di Roberto Ciccarelli

venerdì 1 aprile 2011

I quarantaquattro giorni del governo senza fare nulla


Roberto Maroni, ministro dell'Interno, il 14 febbraio di quest'anno annuncia che ci si attende un esodo biblico. Su varie fonti di informazione le stime del Viminale parlano di cinquantamila persone attese sull'isoletta ( dove in un primo tempo c'erano otto carabinieri ad attendere a piè fermo migliaia di persone). La guerra in Libia non era ancora cominciata, formalmente. Cosa si stesse muovendo a livello di intelligence nel regime di Gheddafi è cosa che deve ancora essere raccontata.

Quarantaquattro giorni dopo a Lampedusa ci sono migliaia di persone, una manifestazione di protesta che blocca il porto, cassonetti per le strade, focolai di una rivolta più che annunciata. Condizioni sanitarie inaccettabili e un consiglio dei ministri convocato nelle prossime quarantotto ore. Quarantotto.

Il quesito più elementare riguarda una professione, quella di chi fa il ministro dell'Interno e la sua squadra dai sottosegretari ai portaborse: "Come affronta un 'esodo biblico annunciato' il dicastero preposto anche a eventualità straordinarie, ma reali, possibili?".

Non è una domanda banale, nemmeno tanto retorica. La risposta arriva a quarantaquattro giorni di distanza: costruiamo delle tendopoli. Mandiamo delle navi traghetto da diecimila posti ciascuna per l'evacuazione. Ma, afferma il Viminale, non sappiamo che cosa potrebbe accadere rispetto agli effetti migratori del conflitto in Libia.

La fiction che sorbiamo da anni sui film più avanzati tecnologicamente, ci insegna che l'universo dei satelliti sparsi poco sopra l'atmosfera terrestre è capace di fotografare nei minimi dettagli cosa accade in un determinato posto in ogni minuto della nostra esistenza. I radar umani e tecnologici del ministero, evidentemente, sono spenti.

Oppure. Un'emergenza che crea problemi e rivolte contro chi scappa e cerca una via di fuga sull'altra sponda del Mediterraneo è uno strumento utile, politicamente parlando. Utile come arma di pressione per i soci dell'Unione europea - i Paesi nordici sarebbero sordi all'idea di condividere un intervento di accoglienza - e soprattutto come strategia politica che fa leva sulla stanchezza di chi si vede letteralmente invaso da chi sta male e cerca una via di fuga.

Sentita al bar: "E questi pretendono addirittura che gli si dia da mangiare: dobbiamo anche apparecchiare la tavola?". Bersaglio centrato.

martedì 29 marzo 2011

Quel 25 Aprile, Alex e gli slum di Nairobi


di Marco Paolini


Ammetto di averci pensato a lungo, a questa prefazione. Ammetto di avere condiviso la fatica di trovare le parole con amici e compagni.
Come fai a presentare un libro così? Non servono parole, non bastano; servirebbero i fatti, i buoni esempi, ma noi siamo più bravi a darne di cattivi, mica come padre Alex… Come fai a presentare uno così, uno che agisce, sempre e comunque, uno che usa le parole, le lingue come ponti, mai come ostacoli, uno che sa essere messaggio evangelico, rinunciando alla sua voce per darla ai poveri, uno che con rispetto sa ricordarti che l’Africa, se la vuoi vedere è anche dietro la porta di casa tua, uno che non sa farsi bastare l’impegno una tantum con cui altri, non pochi, lavano le proprie coscienze.

Uno che ti ricorda che non servono i soldi per dare o restituire dignità, né ai ladri, né ai derubati.

Un Francesco d’Assisi solido come un faggio trentino, capace di farsi carico del peso della disperazione altrui senza esserne schiacciato, capace di farsi megafono del grido muto degli inascoltati del mondo. Come fai? Non lo so. No, lo sappiamo! Ma per provarci partiamo dall’inizio, dal nostro inizio.

Nel 2001, assieme ad un gruppo di amici, organizzammo una manifestazione all’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano. Eravamo in periodo preelettorale e cercavamo un modo nostro, fuori dai patrocini degli schieramenti politici, per manifestare il nostro dissenso, gridare il nostro «basta» a tutti i «contro» e condividere la fatica di cercare dei «per» in cui credere.

Fu un’autoconvocazione per un 25 aprile di resistenza che chiamammo Appunti partigiani e che da allora rinnova i suoi comizi d’amore ogni anno su quello stesso palcoscenico. Sul palco tutti uguali, sette minuti ciascuno, in un passaggio di testimone tra rockstar e artisti di strada, cabarettisti, attori di teatro, musicisti classici e scrittori. Mai da soli, ciascuno accompagnato da qualcun altro, come nella vita dovrebbe essere.

Dietro le quinte a fare in modo che tutto funzionasse, che ogni scelta fosse condivisa, altri amici: organizzatori, tecnici, uffici stampa, cuochi, tuttofare. Tutti gratis, tutti con il solo scopo di dare significato a quel 25 aprile e, magari, un pochino aiutare il prossimo, quello della Comasina, come quello di Breganze, ma anche di Nairobi, di Korogocho. Decidemmo infatti di devolvere l’intero incasso raccolto con le offerte del pubblico al progetto di padre Alex Zanotelli a Korogocho.

Ci aspettavamo cinquemila persone, ne vennero più di quindicimila, c’era chi già conosceva padre Alex e chi ancora no, ma tutti capirono che una piccola offerta era un atto di giustizia prima ancora che di solidarietà. Fu una giornata lunga, faticosa e meravigliosa, e la raccolta delle offerte fu generosa.

Il giorno dopo, chiamammo padre Alex per dirgli cosa avevamo fatto e lui ci disse: «Grazie per aver organizzato l’incontro, grazie di cuore a tutti. Per i soldi che avete destinato a Korogocho… sono imbarazzato. È bello sentire che tanta gente ci è vicina, ma non è altrettanto facile l’usare soldi a Korogocho quando si cerca di fare un cammino con la gente. Ecco perché sono così titubante sui soldi… lasciatemi pensare».

Poi parlò con una suora inglese, sister Gill, che dal 1987 lavora a Korogocho con i malati di Aids ed assiste oggi, insieme con le comunità di base di Korogocho, oltre novecentocinquanta «casi» terminali di Aids nelle loro case. Lei accettò di usare quei soldi per i malati di Aids di Korogocho.
Alex ci disse che dovevamo andare a vedere, a respirare quell’aria, quella quotidiana fatica di vivere e quell’amore per la vita.

Ci andammo, qualche mese più tardi, con l’amico scrittore Gianfranco Bettin che aveva condiviso con noi gli Appunt partigiani. Era dicembre, da noi inverno, là piena estate; partimmo con enormi valigie, cariche di abiti, penne, quaderni, gomitoli di lana, tutte cose che questo mondo ha in abbondanza e che lì valgono come pietre preziose. Ricordiamo bene quel viaggio, l’incontro con Gino, un missionario laico che ha dedicato la sua vita ai poveri d’Africa, con padre Alex, con sister Gill e con la gente di Korogocho.

Credevamo di essere preparati a quell’incontro, e invece… Le dimensioni, difficili da descrivere, da immaginare, difficili da credere perfino quando ce le hai sotto gli occhi e sotto i piedi: a Nairobi il 55% della popolazione, circa due milioni di persone, vive nell’1,5% del territorio municipale, e nell’80% dei casi per una baracca di lamiera paga l’affitto a gente che non vive nemmeno in baraccopoli, ma in città.

Korogocho è una delle tre grandi baraccopoli che circondano la capitale, è immensa, ma ci vivono «appena» centomila persone, a Kibera sono oltre un milione… gente a cui può accadere qualsiasi cosa senza che il mondo se ne accorga, perché sulla carta non esiste.

Mentre eravamo là, a Kibera scoppiò una rivolta: i proprietari delle baracche, per sfrattare un gruppo di abitanti da un appezzamento diventato edificabile, bruciarono le baracche. Per gente che non ha nulla tutto è prezioso e una baracca di lamiera rappresenta l’unico tetto possibile per la propria famiglia, così scoppiò la ribellione.

Padre Alex ci impedì di andare a Kibera, disse che era troppo pericoloso, lui però con Gino ci andò, per ragionare, mediare, aiutare.

Negli scontri che seguirono morirono alcune persone. Di questa, che imparammo essere la consueta modalità di sfratto per vincere la resistenza dei baraccati, l’Europa, l’Italia, forse non ne avrebbe saputo nulla se Gianfranco Bettin non avesse chiamato la redazione di alcune testate giornalistiche italiane.

Alex ha vissuto in baraccopoli, tra gli ultimi e con gli ultimi, per tutti i dodici anni che ha passato a Korogocho, unico lusso: la chiave di un minuscolo baracchino con una turca. La turca, il bagno, è uno dei parametri per valutare il livello di benessere di una baraccopoli; averne una ogni duecento famiglie è un risultato cui Korogocho è arrivata dopo un lungo cammino.

A Korogocho le fogne sono a cielo aperto, eppure non c’è la puzza che ti aspetteresti. In realtà odore c’è, ma è di bruciato, di fuochi arsi per terra e, su tutto, la discarica, ma non le fogne. «Perché ve ne stupite?». A nessuno piace vivere nella puzza dei propri escrementi. Qui la gente ci vive, la loro conquista di dignità passa anche dal tenere puliti gli scoli, i rivoli, le mille e mille stradine e pertugi di un dedalo in cui perdersi è facilissimo.

Non c’è nulla ai nostri occhi che ti aiuti a orientarti, non un cartello, uno slargo, un crocicchio delineato, seguiamo Alex che ci guida e ci raccomanda di fare attenzione, di non restare indietro, soprattutto di non lasciare che i bambini ci seguano: per loro il rischio di perdersi è altissimo e qui c’è gente che nei loro sorrisi non vede il candore della vita che si rinnova, della speranza in un futuro migliore, ma purtroppo solo un business.

I bambini scomparsi qui raramente vengono ritrovati. Alex è instancabile, dall’alba fino a notte fonda. Quando il sole cala accende la pila e, come un minatore, continua la sua opera di sostegno e assistenza. Ha una parola per tutti, un gesto per ogni dolore: quello rabbioso delle sbornie, quello perso della colla respirata, quello disperato della vita che si spegne. Perfino per noi, per il nostro smarrimento che ci assale di fronte alla realtà dei baraccati. La nostra amicizia con padre Alex e la nostra stima passano da questo suo operare, dal suo fare quotidiano, dal suo saper pregare oggi, in italiano, in inglese o in kikuyu, invocando «Papà», partecipando la sua fede anche con chi di fede non ne sente.

Anche oggi, al Rione Sanità di Napoli, Alex combatte con gli ultimi, in prima linea per il diritto all’acqua, e oggi anche per il diritto all’aria pulita, che interessi camorristici e connivenze politiche sembrano voler negare ai cittadini. Conosciamo poche persone che con tale coerenza e convinzione perseguono il loro cammino, consapevoli dei rischi, ma disposti al sacrificio per il bene collettivo.

Alex è una di quelle persone che per ogni cosa giusta che dice ne fa almeno altre quattro, una persona che prima di parlare «è» e «fa». In questo non è certo l’unico, ce ne sono altre, ma non si notano. E poi Alex sa ascoltare, e parlare con lui è sempre illuminante.
È per questo suo «essere» che Alex si è guadagnato il rispetto anche di chi professa religioni diverse e persino di molti avversari. Ed è sempre per questo suo «essere» che per taluni Alex rappresenta un pericolo. Non dobbiamo farne un eroe e lasciarlo solo, dobbiamo ripartire il rischio che corre, stando al suo fianco nelle battaglie con il nostro agire quotidiano.

Non abbiamo bisogno di eroi, e men che meno di martiri, ma di esempi che ci siano compagni. In tempi di egoismo sempre più marcato e di interessi sempre più privati, la sua figura è un riferimento prezioso, aiuta a dare senso e forza alla resistenza quotidiana. In Africa, ma anche in Italia, tra gli ultimi, e tra chi non vuole rassegnarsi ad una società che condanna sempre più persone ad una vita da ultimi.