Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

domenica 20 marzo 2011

La risolluzione dell'ONU che porta alla guerra


Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è pronunciato a favore dell’istituzione della No fly zone sulla Libia e dell’autorizzazione all’uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili.

In altri termini, ha autorizzato la guerra.

Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell’Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell’aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.

Si tratta, in realtà, di un precedente ben pericoloso. Sul quale giustamente paesi come la Russia, la Cina, il Brasile, l’India e la Germania hanno espresso più di una riserva. Che si è limitata però ad un’astensione, che lascerà di fatto liberi quei paesi che hanno deciso di bombardare Tripoli e sostituire Gheddafi con le fazioni a lui ostili per un cinico calcolo geopolitico e di convenienze.

Sia chiaro a tutti che i diritti umani e le giuste aspirazioni dei giovani libici alla democrazia e a liberarsi dal regime non c’entrano nulla con la decisione di Parigi e Londra, seguite a ruota dal sempre più deludente Obama, di attivare l’intervento militare.
Chi sarà in futuro a decidere quali violenze contri i civili sono accettabili o meno saranno solo e sempre le superpotenze militari imperialiste e occidentali. E lo faranno con il sostegno del sistema di informazione mondiale che selezionerà alla bisogna chi e come andrà bombardato, chi potrà o meno rimanere al potere.

Chi stabilisce, infatti, che si decide di bombardare la Libia, mentre si consente all’Arabia Saudita di inviare truppe per sedare le proteste nel vicino Baherein, mentre si lascia il presidente dittatore da trentadue anni dello Yemen, Abdullah Saleh, sparare da giorni sulla folla che ne chiede a gran voce e da tempo le dimissioni? Si arriva al paradosso che la petromonarchia del Qatar, anch’essa impegnata nel reprimere le proteste del Baherein con il suo esercito, ha allo stesso tempo annunciato che invierà i suoi caccia per la democrazia in Libia.
Tutto ciò dimostra solo come nel caso libico si è da subito tentato di intervenire militarmente per interessi geopolitici.
Quale è infatti la razionalità politica di tale scelta? Semplice.

Come sempre, ciò che muove gli eserciti non sono le intenzioni umanitarie, ma ben altre ragioni e motivazioni. Seguite il petrolio, il gas e i dollari e troverete la risposta.
Per ciò che riguarda la Francia e la sua frenesia di menar le mani si segua, oltre alla via del petrolio, quella dell’uranio che alimenta le sue centrali nucleari e quelle che vende per il mondo.
Il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal governo libico forse lascia del tempo per cercare di evitare la tragedia di una guerra nel mediterraneo. Temiamo duri poco. Sarà cercato in ogni modo un pretesto per giustificare comunque l’attacco, ora che una parvenza di legittimità internazionale è stata data dalla sciagurata risoluzione 1973.
L’Onu, che dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, in questo caso ha varato una decisione che potenzialmente potrebbe allargarlo e diffondere la guerra.

Una decisione quindi si storica, ma per stupidità. Una stupidità alla quale, naturalmente, non si sottrae il governo italiano, pronto a dare basi uomini e mezzi all’impresa.

In buona compagnia del Pd – già d’altronde in prima fila nelle guerre umanitarie del passato – che condivide apertamente tale scelta.

Mentre la situazione in Libia stava precipitando, solo alcuni paesi progressisti dell’america latina hanno avanzato, invece di minacce e proclami, una proposta di mediazione, di soluzione politica del conflitto capace di scongiurare la guerra civile e l’intervento esterno.

Questa proposta è rimasta colpevolmente abbandonata. Se vi sono ancora degli spiragli per evitare il peggio vanno usati ed agiti fino in fondo. Serve da subito una mobilitazione del popolo della pace per fermare la macchina da guerra che sta scaldando i suoi motori. Serve scendere subito in piazza contro la guerra e per chiedere che l’Italia rimanga fuori da questa nuova e sciagurata avventura bellica. Noi ci saremo.


Liberazione 19 marzo 2011

sabato 19 marzo 2011

Nucleare, tre domande e tre risposte.


“Non facciamoci prendere dalle emozioni”, hanno detto a caldo i governanti di fronte alla tragedia di Fukushima. Salvo poi farsi prendere dai sondaggi e innestare una rapida e forse falsa marcia indietro. Ma prendiamoli alla lettera: ragioniamo.

1. Il nucleare italiano serve al paese per smettere di importare elettricità dalla Francia o piuttosto ai francesi per estendere il loro mercato?

In Italia l’energia elettrica costa all’industria parecchio di più che in altri paesi europei. Il doppio, si potrebbe dire, talvolta anche di più. Bisogna tenerne conto, perché è l’unico argomento non immediatamente contraddittorio o falso a favore del nucleare nazionale, come per esempio l’indipendenza dall’estero o i vantaggi in direzione del riscaldamento globale. Ma davvero con due o quattro reattori nucleari il costo dell’elettricità per le industrie italiane scenderebbe di molto?

Con il sistema di prezzi e di bollette attuale non sarebbe così. Anzi il rischio sarebbe di pagare nelle bollette la costruzione o l’eventuale interrotta costruzione delle centrali. In altre parole, conta molto di più il sistema di prezzi in atto, molto legato all’oligopolio elettrico che non l’efficienza produttiva leggermente incrementata da poche centrali nucleari. I due o quattro reattori in funzione tra dieci anni potrebbero modificare marginalmente lo svantaggio che sarebbe recuperato meglio con una politica industriale indirizzata da scelte produttive, di prodotto e di processo, più “leggere”, con minori contenuti energetici. Nel decennio ottanta l’Italia è stata capofila in Europa da questo punto di vista, per poi lasciarsi andare alla deriva. Contro la scelta nucleare militano i costi di costruzione, l’inadeguatezza del territorio, scarsamente pianeggiante e con fiumi in cattiva salute o esauriti, per cui l’acqua necessaria in grande quantità, per il raffreddamento, dovrebbe essere ricavata dal mare, con la conseguenza di rendere più fragile l’impianto e più a rischio il territorio.

Inoltre devono essere prese in considerazione, la diffusa sismicità, la presenza ininterrotta di città, paesi e anche luoghi isolati, notevoli da un punto di vista storico, archeologico, paesaggistico. Infine gli aspetti di salute pubblica sempre negati e sempre riaffioranti per le persone, soprattutto i bambini, che vivono nei pressi di un reattore; e quelli di sicurezza, sempre rimossi da parte dei sostenitori. D’altro canto Enel, maggior produttore nazionale, possiede centrali nucleari in Spagna e in Slovacchia. Potrebbe, se volesse, esportare una parte dei chilowatt nucleari in Italia, attraverso la rete europea, costringendo i francesi a subire una concorrenza. Il fatto è che Enel è il socio di Électricité de France o Edf nell’impresa del nucleare nostrano e inoltre è il maggior importatore di elettricità dalla Francia. I margini ottenuti da Enel importando i chilowatt “nucleari” sono considerevoli; Enel compra a poco e vende a molto. Nessuna impresa del settore è interessata a fare chiarezza, perché il sistema elettrico nazionale è ampiamente remunerativo per tutti: ogni giorno il prezzo è fatto dal peggiore dei venditori accettati. Infine deve essere ricordato che Edf ha un assoluto bisogno di esportare energia elettrica da qualche parte e in quantità e l’Italia serve ottimamente allo scopo.

La Francia non sa come fare. La nazione sorella è letteralmente prigioniera del suo nucleare e non è in grado di ridurre la propria dipendenza. Può solo continuare, con l’incubo di non trovare soluzioni sicure o almeno accettabili per il futuro spegnimento dei suoi 58 reattori, la gestione sicura degli impianti non più in produzione (decommissioning) e la collocazione delle scorie. Rispetto all’Italia vi si determina una riduzione nei consumi di gas ma consumi petroliferi poco diversi da quelli italiani, con un numero di abitanti corrispondente, pur in assenza di reattori nucleari in Italia, a conferma del fatto che il nucleare serve solo alla generazione elettrica.

2. L’Italia ha perso terreno per l’assenza di energia nucleare diretta?
Se l’Italia è “cresciuta” meno di altri nei decenni passati, non è certo per carenza di centrali nucleari, quanto per cattiva politica ed egoismo rapace. Da un punto di vista economico generale, alla mancata crescita del Pil, spesso lamentata, si sarebbe potuto ovviare con un aumento di occupazione nei servizi e nella manutenzione del territorio e delle città. Sarebbe cresciuto il Pil con la soddisfazione dei cittadini. Si sarebbe potuto e si potrebbe investire nella scuola, nell’università, nella ricerca, nella cultura.

L’Italia sarebbe più forte e interessante, più degna d’affetto e considerazione; e più ricca anche di Pil, se è questo che conta. La scelta del nostro paese industriale è stata quella di cedere rami di attività molto importanti: chimica, farmaceutica, elettromeccanica di consumo, telefonia mobile, informatica. E sono tutti settori nei quali la differenza non è data dai quantitativi di energia elettrica disponibili o dal loro costo, ma dalla qualità d ricerca e innovazione nonché, un po’, dal costo del lavoro. L’energia elettrica in Italia è sovrabbondante.

3. Il nucleare italiano risolve i problemi energetici nazionali?
I problemi di prospettiva sono dati soprattutto dal 20/20/20 prescritti per il 2020 con l’accordo del dicembre 2008 da parte del Consiglio europeo. La formula matematica, per chi non lo ricorda, significa che per l’anno 2020 si devono ridurre del 20% le emissioni di gas serra (anidride carbonica), il 20% dell’energia deve essere da fonti alternative e l’efficienza energetica deve aumentare del 20%. Una corsa, o anche una corsetta, al nucleare distoglie dai veri obiettivi.

Sposta risorse economiche, sociali e intellettuali verso altri fini che non sono quelli ritenuti essenziali dall’Unione europea o Ue, in vista non tanto di un futuro successo industriale o economico, ma semplicemente di un futuro. L’Ue ha accettato l’indicazione degli scienziati raccolti nell’Ipcc o Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazione unite sul disastro ambientale in corso per il riscaldamento globale e ha indicato la prima tappa del proprio percorso, indicando ai paesi membri obiettivi da rispettare.

Il 20/20/20 è poi una prima tappa, insufficiente per salvare l’attuale società umana, ma serve come partenza e come apprendimento. Ogni paese che si divincola, guarda altrove, perde l’obiettivo, è in errore e deve cambiare. Da questo punto di vista la reale scelta obbligata tra nucleare e rinnovabili, tra atomo e sole, non è aggirabile con un “ma anche”. Le risorse, scarse, sono da indirizzare verso un risultato pratico e visibile.

Va aggiunto che il nucleare vedrebbe il nostro paese a rimorchio della Francia o degli Stati uniti, mentre il solare, per non citare che uno degli sviluppi possibili, ci potrebbe reintrodurre in testa ai paesi più avanzati. C’è un altro aspetto, quello che un mix di impianti leggeri, adatti ai luoghi e meno invadenti dal punto di vista della natura è preferibile per chi creda nella democrazia dei beni comuni.

Non sarà invece d’accordo chi è convinto che la natura vada dominata sempre e in ogni caso. Ma dai tempi in cui il re Serse fece frustare il mare, quest’ultimo comportamento non è saggio, tanto nei confronti della Natura – del mare (Ellesponto) in questo caso – quanto di chi è costretto dai suoi comandanti a fare una cosa tanto stupida.

di Guglielmo Ragozzino

giovedì 17 marzo 2011

150 anni di unità nazionale: conquiste e perdite



In occasione del 150° anniversario dell’unificazione nazionale potremmo porci due semplici domande.

La prima: Cos’è che dal 1861 ad oggi riteniamo che sia stato maggiormente tradito rispetto agli ideali risorgimentali?

L’elenco è breve:
1. il Mezzogiorno è stato il grande penalizzato, in quanto s’è voluto trasformarlo in un’enorme colonia di risorse umane, naturali e materiali per l’industrializzazione del centro-nord. Se ancora oggi i meridionali avvertono come traditori i Savoia e persino Garibaldi, il motivo è tutto qui: la cronica mancanza di una riforma agraria a favore delle plebi rurali; la netta subordinazione delle esigenze agricole a quelle industriali.

2. Unità nazionale e processo industriale hanno voluto dire decollo di un sistema sociale basato sul capitalismo privato, senza alternative di sorta; quel capitalismo che porterà sì al miracolo economico della belle époque e del consumismo anni Cinquanta e Sessanta, ma anche al brigantaggio, all’emigrazione, all’abbandono delle terre, alla penetrazione massiccia del capitalismo nelle campagne (e quindi alla formazione di monocolture per i mercati e alla fine di qualunque esperienza di autoconsumo e di comunità di villaggio).

3. Lo sviluppo del capitalismo privato, prima concorrenziale poi monopolistico (con l’appoggio dello Stato), ha comportato una devastazione irreversibile dell’ambiente naturale, nel senso che si è preferito privilegiare la “produzione di beni industriali” piuttosto che la “riproduzione di beni naturali” (al nostro paese s’è imposta con la forza l’idea di “consumare” quante più merci possibili).

4. La centralizzazione dei poteri politici, nella capitale romana, ha mortificato enormemente gli usi, i costumi, le tradizioni, le lingue locali e regionali, nonché l’autonomia delle comunità territoriali e degli Enti Locali (cosa che oggi si cerca di recuperare, senza però rimettere in discussione lo sviluppo capitalistico del paese, attraverso l’idea di “federalismo”, che, guarda caso, sembra procedere in parallelo a una accelerazione dei processi politici verso una repubblica presidenziale).

5. La permanenza di uno “Stato del Vaticano” ha reso impossibile un’effettiva separazione giuridica e politica tra Stato e chiesa, un’affermazione della laicità dello Stato, una formulazione autenticamente democratica degli articoli costituzionali riferiti alla libertà di coscienza e di religione (l’art. 7, p.es., sarebbe semplicemente da abolire).

La seconda domanda: dal 1861 ad oggi cos’è che si è maggiormente sviluppato a favore della democrazia sociale, culturale e politica?

1. Nel secondo dopoguerra si è sviluppato lo Stato sociale (scuola, sanità, previdenza, assistenza ecc.), che però si è cominciato progressivamente di smantellare sin dall’inizio degli anni Ottanta e soprattutto a partire dal crollo del cosiddetto “socialismo reale“, di cui lo Stato sociale dei paesi occidentali costituiva una sorta di “mimesi”. Si fa questo senza rendersi conto che gli sbocchi inevitabili del puro liberismo sono stati, fino ad oggi, due guerre mondiali, intervallate da decenni di disumane dittature, e là dove non s’è imposta la dittatura politica (p.es. in Francia o in Inghilterra) è stato solo perché si beneficiava ancora dei vecchi imperi coloniali, cioè di una dittatura economica.

2. Le battaglie condotte dal mondo del lavoro contro il capitale (anni Venti, Resistenza e anni Sessanta e Settanta) hanno sicuramente contribuito a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, ma anche queste conquiste si stanno progressivamente riducendo, soprattutto a causa del fatto che il globalismo del capitale sta inducendo alla delocalizzazione delle imprese occidentali, là dove il costo del lavoro è minimo.

3. La donna ha sicuramente aumentato la consapevolezza di una propria diversità di genere da far valere nel rapporto con l’uomo, ma l’Italia resta ancora un paese molto indietro rispetto ad altri paesi nord-europei. Soprattutto la donna italiana non è in grado d’intervenire nella rappresentazione che di lei danno i mass-media (tv, cinema, carta stampa e pubblicità).

4. E’ aumentata la sensibilità per i problemi dei consumatori, ma resta ancora molto forte l’egemonia economica dei produttori. Il consumatore vede il produttore come un nemico da combattere proprio perché il produttore vede il consumatore come un “pollo da spennare”.

5. E’ notevolmente cresciuto l’interesse per i problemi ambientali, per le produzioni biologiche e per quelle ecosostenibili, ma nel complesso ciò non scalfisce il trend dominante, che resta basato su saccheggio e spreco di risorse naturali, e questo nell’illusione che scienza e tecnica siano sempre in grado di risolvere i loro stessi problemi, ma anche nell’errata percezione di causare danni minimi coi nostri comportamenti sbagliati, per non parlare della irresponsabilità con cui assegniamo ad altri o alle generazioni future il compito di rimediare ai nostri guasti.

6. E’ aumentato il senso di appartenere a una comunità europea, ma siamo ancora lontanissimi dall’avere un’identità comune europea. Gli Stati continuano a muoversi in maniera separata e non vogliono attribuire al Parlamento europeo poteri effettivi. Le religioni, specie quella cattolico-romana, ostacolano notevolmente la formazione di un’identità europea laica. L’Europa continua ad essere avvertita come un di più, spesso inutile e oneroso.Probabilmente però la cosa che più manca alla coscienza degli italiani non è il senso della democrazia o della laicità, che pur certamente da noi difettano più che altrove in Europa.

E’ piuttosto la consapevolezza di ciò che l’Italia fa nel mondo. Noi non sappiamo nulla di come il nostro paese si muove all’estero. Non sappiamo cosa produce, cosa acquista, come lo faccia, che rapporti abbia con tutti i paesi della terra. Soprattutto non sappiamo quali siano i legami internazionali che determinano il nostro benessere.

lunedì 14 marzo 2011

Giappone, economia del disastro: l'effetto farfalla

Venerdì scorso, la scossa di 8.9 gradi Richter che ha devastato il nordest del Giappne ha fatto ondeggiare i grattacieli di Tokyo pochi attimi prima che la borsa chiudesse, condizionandone comunque la performance. Certo, l'indice Nikkei sui futures ha perso tre punti, ma nonostante non si sapesse ancora dello tsunami, il settore delle costruzioni già faceva un bel balzo in alto, con le azioni di alcune compagnie edili delle aree più colpite che registravano fino a più trenta per cento.

Quando Tokyo ha chiuso e le notizie provenienti dal Sol Levante si sono diffuse nel mondo, le borse hanno cominciato a comportarsi schizofrenicamente, con Wall Street, buona ultima per questioni di fuso orario, che registrava addirittura una rivalutazione dello yen. La ragione? Capitali giapponesi - cioè yen, appunto - che tornano a casa per la ricostruzione.
E tanto per complicare il quadro complessivo, il prezzo del petrolio è sceso su tutti i mercati mentre quello del gas è salito. Per il primo si teme una battuta d'arresto dell'economia del Giappone, terzo consumatore mondiale; nel caso del secondo, al contrario, si prevede che il Sol Levante ne utilizzerà di più per sopperire alla probabile riduzione di energia nucleare disponibile.

L'imprevedibile e cinico andamento delle borse rivela però almeno due verità.
Primo: economia di carta (leggi "finanza") ed economia reale sono interlacciate attraverso mille nessi imperscrutabili ai più.
Secondo: il disastro umano e sociale dell'accoppiata terremoto-maremoto potrebbe avere esiti imprevedibili, sul medio-lungo periodo, per l'annaspante economia giapponese e per quella planetaria tutta.

Nel quarto trimestre del 2010, il Pil del Sol Levante aveva registrato una contrazione dell'1,3 per cento. Oggi, non pochi analisti ritengono che il boom delle (ri)costruzioni trainerà l'economia nipponica così come avvenne già all'indomani di Hiroshima e Nagasaki. Una crescita Cinese, insomma, con una differenza.

Oltre Muraglia, edilizia e infrastrutture, anche se in odore di bolla, sono comunque trainate dalla richiesta abitativa di una moltitudine spinta a migliorare i propri standard di vita. In Giappone invece, con la violenza della natura, si dispiega quella del capitale: la distruzione diventa occasione per un nuovo processo di accumulo e può apparire tutto sommato, a qualche occhio capitalista, una buona notizia.

Nell'immediato, si prevede però una contrazione dell'economia. Alcune fabbriche sono chiuse, la produzione ridotta, le comunicazioni rallentate. Un destino beffardo per gli inventori del modello Toyota, del just-in-time, l'idea cioè che per aderire meglio alle richieste di un mercato finito e volubile, non si debba tenere merce in magazzino, ma farla circolare al massimo di velocità ed efficienza per arrivare là, dove c'è domanda, prima e meglio di altri.
Oggi non c'è merce da far circolare e, qualora ci fosse, non la si porterebbe da nessuna parte. Bisogna leccarsi le ferite e poi, piano piano, ripartire. Ricostruire, appunto.

Forse magazzini un po' più pieni sarebbero serviti a contrastare un'altra emergenza che già si intravede. E qui le ricadute sono planetarie. La distruzione, specialmente lo tsunami, ha infatti inferto un duro colpo alla produzione di riso, di cui il Giappone è uno dei maggiori consumatori mondiali (9 milioni di tonnellate). Finite le scorte, Tokyo importerà massicciamente, dando ulteriore impulso al prezzo delle commodities e all'inflazione alimentare, figli del global warming e della speculazione globale.
È in virtù di questo nesso economico che terremoto fa rima con intifada, tsunami con rivolta del pane.

Si dice, nella teoria del caos, che il battito d'ali di una farfalla in Brasile può scatenare un uragano in Giappone. Oggi, in direzione contraria, un terremoto nel nordest del Sol Levante può far approdare un barcone di migranti africani a Lampedusa.

Gabriele Battaglia

domenica 13 marzo 2011

Nucleare? tuttapposto!!



Terremoto e Tsunami in Giappone destano sgomento. Le reazioni non possono essere che di solidarietà e sostegno al popolo giapponese colpito da questa tragedia.

In questa tragedia c'è un evento che parla direttamente all'Italia: si tratta delle conseguenze degli incidenti nelle centrali nucleari. Ancora non sono chiare tutte le conseguenze, anche per le reticenze del Governo. E' un fatto che gli incidenti si sono rivelati, ora dopo ora, sempre più gravi, fino all'evacuazione di decine di migliaia di persone e al rilascio di radioattività di cui per ora non conosciamo la gravità esatta.

Il Governo italiano che ha fatto ricorso al voto di fiducia per reintrodurre il nucleare in Italia dovrebbe riflettere alla luce degli avvenimenti giapponesi.
Il Governo italiano dovrebbe decidere di sospendere il progetto nucleare, o almeno di bloccarne l'attuazione fino all'effettuazione del prossimo referendum che punta a cancellare la legge 99/2009, aspettando il responso degli elettori.

Fino ad ora il Governo ha dimostrato di avere paura del referendum abrogativo e preferisce buttare dalla finestra 300 milioni di euro pur di evitare un successo dei referendum. Infatti basterebbe fare coincidere le elezioni amministrative con i referendum per risparmiare 300 milioni, ma l'Esecutivo sa che il nucleare è stato approvato dal parlamento solo imponendolo con il voto di fiducia e che la maggioranza dei cittadini è tuttora contraria.

La scelta nucleare è stata fatta su pressione della lobby affaristica italiana ed internazionale che punta sul grande affare nucleare, in spregio all'esito dei referendum del 1987, che con percentuali fino all'80% si pronunciarono per l'uscita dal nucleare.
C'è anzitutto una questione democratica. Può un parlamento come questo, per di più ricattato dal voto di fiducia, capovolgere il voto dei cittadini ?

A questo, punto la scadenza dei prossimi referendum abrogativi deve essere utilizzata per bloccare la folle scelta del Governo di tornare alle centrali nucleari in Italia e di dissipare un bene pubblico come l'acqua. C'è un'evidente sinergia tra il referendum per garantire che l'acqua resti bene pubblico e quello per bloccare la scelta nucleare.
Arrivare al quorum nei referendum è la difficoltà maggiore da superare, per questo il Governo ha scelto di fatto il boicottaggio del voto.

Partecipare al voto e contribuire a realizzare il quorum è un buon antidoto contro la disaffezione elettorale che da due decenni sta colpendo il nostro Paese.
Perché il nucleare va bloccato ? Anzitutto per ragioni di costo. L'Enel ha cercato di dimostrare che il nucleare conviene, ma per farlo ha raccontato balle sui veri costi di costruzione delle nuove centrali. Nel 2009 Enel sosteneva che una nuova centrale Epr sarebbe costata tre miliardi di euro. Di fronte all'esplosione dei costi dei prototipi finlandese e francese ha dovuto alzare la cifra a quattro miliardi. In realtà il costo reale è ormai di otto miliardi di euro a centrale. Con questi costi non esiste la possibilità di produrre energia elettrica a prezzi inferiori alle fonti attuali, anzi questi saranno maggiori.

Non è vero neppure che l'Italia sarebbe energeticamente più autonoma, perché dovremmo importare quasi tutto, certamente le tecnologie più sofisticate e il combustibile. Inoltre, il combustibile nucleare è disponibile per alcuni decenni, esattamente come il petrolio e gli altri combustibili fossili. Come hanno detto 200 imprenditori, prima firma Pasquale Pistorio, investire oltre 30 miliardi nel nucleare per le prime 4 centrali vorrebbe dire bloccare di fatto gli investimenti nel risparmio energetico e nelle rinnovabili.

L'Italia non ha le risorse per fare tutto. Lo conferma Enel che ha venduto parte delle sue energie rinnovabili per diminuire il suo debito e poi gettarsi nella costosissima avventura nucleare .
Le centrali nucleari sono enormi concentrazioni di investimenti e quindi di affari, con tutte le preoccupazioni conseguenti. Mentre il risparmio energetico e le energie rinnovabili si spandono su migliaia di investimenti e di operatori diffusi.

Il nucleare è pericoloso. Lo smaltimento delle scorie radioattive non è stato risolto in alcun paese al mondo. Si aggiunga il problema delle scorie accumulatea dalle centrali dismesse e quello dei siti in cui sono costruite.
Ci sono scorie che rilasceranno radiazioni per decine di migliaia di anni, alcune tipologie per centinaia di migliaia. Costruendo le centrali condanneremmo le future generazioni a convivere con i pericoli e le conseguenze di queste scelte per tempi maggiori di quelli della storia umana conosciuta.

Questo è il peggior regalo che le attuali generazioni possono fare a quelle che verranno.
Dopo Three miles Island e Chernobyl ora c'è il grave incidente in Giappone. Per non parlare di tanti altri incidenti, per fortuna meno gravi, le cui notizie vengono nascoste. Ad esempio, in Francia si sono avuti 19 incidenti nei primi due mesi dell'anno.
I pericoli non sono rappresentati solo dagli incidenti. Le centrali rilasciano radiazioni anche durante il loro funzionamento normale, come hanno dimostrato diverse indagini. L'ultima ricerca è stata svolta in Germania e ha rilevato, nelle aree più vicine alle centrali nucleari, un aumento delle leucemie di 2.2 volte nei bambini.

Approfittando della crisi libica e dell'aumento dei prezzi del petrolio i nuclearisti sono tornati all'attacco, omettendo di dire che le centrali nucleari non sono la soluzione, perchè anche il più ottimista tra loro ammette che prima del 2020 non entreranno in funzione. Fino al 2020 che facciamo ?

In realtà la soluzione dei problemi energetici è data risparmio energetico e dalle fonti rinnovabili perchè non dipendono da vicende internazionali, perchè possono essere introdotte in tempi brevi, con investimenti più limitati e con risultati occupazionali 15/20 volte maggiori del nucleare. Il Governo, come è noto, sta facendo il contrario, rischiando così di compromettere lo sviluppo delle rinnovabili per favorire l'avventura nucleare.

Solo puntando su risparmio energetico e rinnovabili potremmo essere pronti per gli appuntamenti del 20/20/20 concordati con l'Europa.
Se il Governo, come è probabile, ignorerà ogni principio di precauzione, occorrerà occorrerà intensificare la mobilitazione per arrivare al quorum e vincere il referendum sul nucleare, oltre che quello sull'acqua bene pubblico.

sabato 12 marzo 2011


«A difesa della Costituzione» non è uno slogan qualsiasi. La manifestazione di oggi può rappresentare una svolta se riuscirà a chiarire - finalmente - qual è il terreno sul quale si sta svolgendo, in Italia, il più impegnativo scontro politico, ma anche la più profonda battaglia culturale. E non da oggi.

L'intero ultimo ventennio s'è caratterizzato per la volontà di modificare il «patto costituente». È in particolare la nascita del berlusconismo che dà origine e impulso a un ciclo politico post-costituzionale.

La «discesa in campo» dell'imprenditore Berlusconi è esplicitamente motivata dalla fine del sistema costituzionale classico. Il partito-azienda che egli promuove non ha alcun legame con la Costituzione. Anzi la costituzione è per esso un corpo estraneo, un intralcio alla realizzazione immediata degli scopi politici da conseguire.

La divisione dei poteri, le garanzie dei diritti, le misure di bilanciamento tra gli organi politici, il rispetto per i ruoli distinti e le prerogative di ciascun soggetto istituzionale (dal Parlamento alla magistratura, dalla Corte costituzionale al Presidente della repubblica), che rappresentano l'essenza del costituzionalismo democratico, diventano d'improvviso solo un impaccio.

È la Costituzione che «impedisce di governare», che ostacola il governo del fare. Un governo che trae la sua legittimazione unicamente dal consenso di una minoranza di cittadini, fatta passare per una maggioranza di popolo (se non per tutto il popolo unitariamente inteso) grazie ad una distorsione elettorale accompagnata da una propaganda ingannevole.

Come in tutti i regimi populisti ciò che unicamente conta è l'acclamazione, il poter ricondurre il potere a una fonte d'origine popolare, non al popolo reale, nelle sue divisioni e i suoi contrasti, bensì al suo volto mitico. Una volta investito del potere il "sovrano" non ha più limiti, è egli - egli solo - che opererà per il bene del popolo, con fare paterno.

L'"eletto" del popolo (non invece eletto dal popolo) non potrà certo essere giudicato per le modalità con cui opera, la delega di potere politico a lui conferita è assoluta, non può esservi un contropotere, nessun diritto può farsi valere dinanzi a chi incarna senza sbavatura alcuna il popolo nella sua "identità totale".Quanto di più lontano dall'idea che il costituzionalismo ha imposto nella modernità giuridica, spezzando proprio la convinzione medioevale dell'assolutezza della sovranità.

Il costituzionalismo ha imposto la supremazia delle regole su quella del potere: oggi non a caso si torna a parlare di "neomedioevalismo istituzionale".
Eppure in Italia questa storia di lungo regresso è apparsa ai più la forma politica nuova, in grado di dare risposta all'evidente crisi della democrazia rappresentativa. Una crisi, quella della rappresentanza politica, che non poteva - e non può - essere negata.

Per un lungo trentennio la nostra vita democratica è stata organizzata dai partiti di massa, che assorbivano l'intera rappresentanza popolare.

Legittimati in questo ruolo da una chiara disposizione costituzionale (l'articolo 49), i partiti storici che avevano dato vita alla repubblica e innervato - nel bene e certamente anche nel male - la democrazia costituzionale italiana, erano tutti ben consapevoli che il loro potere, e quello dei tanti leader che si sono avvicendati al governo, aveva una essenziale base di legittimazione nella Costituzione.

Lo scontro politico poteva essere acceso e le divisioni inconciliabili, ma la tavola di valori costituzionali, il progetto emancipante che in essa era iscritto, non venivano esplicitamente contestati da nessuno. Le ideologie del Novecento dividevano, ma la costituzione univa. Porsi sopra la legge non sarebbe stato concepibile, voleva dire attentare alla Costituzione. La fedeltà alla Costituzione non poteva essere discussa a pena dell'esclusione dal circuito della rappresentanza politica. Poi non è più stato così.

Se ci si vuole interrogare sulle ragioni di fondo che hanno indotto le diverse forze politiche (chi più chi meno) ad abbandonare la strategia della legittimazione costituzionale, non ci si può fermare a constatare la crisi dei partiti politici di massa.

Non v'è infatti un nesso necessario tra un certo tipo di partito e la costituzione. Quest'ultima va ben oltre le specifiche forme organizzative che assume la libera dialettica politica, nei singoli paesi e nei diversi contesti storici.

Negli Stati Uniti - ad esempio - partiti di massa di stampo europeo non sono mai esistiti e la personalizzazione del potere è iscritta nella cultura democratica di quel popolo, ma il rispetto per i Padri fondatori non ha mai cessato di porsi a fondamento indiscusso di ogni potere, anche di quello presidenziale.

In Europa, non si vede nessun ordinamento politico, pur se in crisi, contestare la legittimazione della lex superior e anzi il "patriottismo costituzionale" è indicato come la via da perseguire per superare le difficoltà della politica e riequilibrare le divisioni sociali che la recessione economica rende laceranti.

In Italia il regime populista sembra in una fase agonica, ma tenta l'ultimo assalto alla legge suprema, progettando un'epocale riforma costituzionale della giustizia. Alla piazza del 12 marzo è affidato l'immenso compito di raccogliere la bandiera caduta della costituzione per respingere nel passato, da dove è arrivato, il cavaliere medioevale che ci governa.

mercoledì 9 marzo 2011

Sicurezza nucleare? ci pensa Veronesi!!

Veronesi fa di mestiere l'oncologo e, nel tempo libero, l'esperto nucleare. Lascia l'incarico di senatore del Pdmenoelle (partito nuclearista) per la presidenza dell'Agenzia per la sicurezza nucleare. Ha 85 anni e, come è giusto, le conseguenze del nucleare, di un futuro che non vedrà mai, non lo preoccupano. Con quella dentiera può dire ciò che vuole...



Di Giorgio Ferrari, comitato antinucleare:
Ho lavorato nel settore nucleare per più di venti anni svolgendo i controlli sul combustibile nucleare per tutte le centrali dell'Enel e non ho mai sentito tante grossolanità da uno scienziato che per di più occupa un posto delicato come quello di presidente della Agenzia per la sicurezza nucleare.

Sono l'unico esperto nucleare ad aver fatto obiezione di coscienza dopo l'incidente di Chernobil, mettendo a rischio la mia professionalità e la mia stessa carriera e penso con sgomento al fatto che la sicurezza nucleare venga gestita con le modalità assurde stabilite dal governo: dodici mesi per svolgere il licencing di una centrale nucleare e del deposito nazionale per le scorie, quando il maggiore ente di sicurezza del mondo (la Nrc statunitense) ci impiega non meno di tre anni disponendo di oltre mille tecnici esperti, mentre la nostra Asn ha solo duecento dipendenti assai poco preparati.

Che ne sa Veronesi dei problemi che sorgono in fase di certificazione di un progetto nucleare?

Di come si valuta un massimo credibile incidente, dei controlli da effettuare in fase di costruzione e di esercizio di un impianto?

Di come anche i più sofisticati sistemi e procedure di sicurezza falliscono: a Three Mile Island i malfunzionamenti dei servizi di emergenza furono sei e solo due erano attribuibili al fattore umano.

Certo, finché medici come lui si faranno schermo delle statistiche dell'Oms e della Iaea, che sostengono che a Three Mile Island non è morto nessuno e che a Chernobil i morti sono poche migliaia, allora i cittadini dovranno veramente temere per la loro sicurezza.

Ci sono scienziati russi, bielorussi ed ucraini che hanno illustrato nei loro studi le decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di patologie post Chernobil, che vengono costantemente ignorati e boicottati da uomini come Veronesi e dall'omertà che contraddistingue la maggioranza della cosiddetta comunità scientifica (non solo italiana).

E poi basta con le falsità che il nucleare ci rende liberi dal petrolio dato che solo il 5 per cento dell'energia elettrica è prodotta con questa fonte mentre la stragrande maggioranza del suo consumo va nei trasporti e nell'industria, e poi è assai probabile che sarà l'uranio ad esaurisrsi prima dei combustibili fossili.

Basta con la favola che tutti i problemi del nucleare (dalle scorie ai reattori di quarta generazione saranno risolti) perché sono gli stessi problemi che studiavamo in Enel trenta anni fa prevedendo di risolverli entro il 2000, ed ora che siamo nel 2010 ci dicono che la loro soluzione è spostata di altri trenta anni!

Se Veronesi è disposto a tenersi le scorie nucleari nella sua camera da letto, come pare abbia dichiarato, è affar suo (anche se in proposito sarebbe interessante sapere come la pensano i suoi vicini di casa), ma se il presidente dell'Asn (che è un'autorità indipendente) afferma che le centrali nucleari sono studiate per durare fino a cent'anni, allora si apre un serio problema di competenza e di affidabilità dell'intera struttura che, a mio giudizio, non può che risolversi sollevando Veronesi dal suo incarico."

martedì 8 marzo 2011

Dalla parte del torto


L’Assessore provinciale Simonetta Pellegrini, ha sbandierato sulla stampa e nelle televisioni di avere stanziato nel Piano di azioni integrate, finanziato dal Fondo sociale europeo, 6 milioni di euro per i prossimi 2 anni. Vorrei chiarire che, intanto il Fondo non è “integrato” perché la Provincia non ci mette nemmeno un Euro in più rispetto a quelli derivanti dal finanziamento regionale. Inoltre si prevede uno stanziamento di 3.000.000,00 di euro per il 2011 e di 2.700.000,00 per il 2012, in pratica il 17% di risorse in meno rispetto al 2010 ed il 34% in meno rispetto al 2009.

Anno

2009

2010

2011

2012

Risorse previste

4.536.000,00

3.661.357,00

3.031.000,00

2.750.000,00

Inoltre la Provincia, nel 2009 e nel 2010 usufruiva di un bando straordinario finanziato dalla Fondazione MPS per sostenere i disoccupati, che, probabilmente, nel 2011 e 2012 non ci sarà più. In realtà il Fondo Sociale è stato tagliato dalla Regione per finanziare altri settori, nonostante il Governatore Rossi, dopo il discorso natalizio del Presidente Napolitano, annunciava che per il 2010 metteva 100 milioni di euro a disposizione delle politiche giovanili. Come al solito parole, parole, parole.

Intanto i giovani (disoccupati) e le fasce più deboli della Provincia avranno un Fondo Sociale tagliato con il macete ed i giornali continueranno ad essere intasati da dichiarazioni inutili. Questa è l’amara e cruda realtà.

Ieri i consiglieri provinciali del PD, del PDL e dell’IdV hanno votato favorevolmente a questo taglio e la cosa più grave si sono espressi contro una mozione che chiedeva l’istituzione di un bando straordinario e la messa in campo di strumenti finalizzati a sostenere il reddito dei disoccupati e degli inoccupati, compresa l’istituzione di un Fondo di Solidarietà.

Il rammarico per quanto successo non è solo la constatazione che il PD ed il PDL sono tutt’uno in termini di politica economica, ma la cosa che mi ha amareggiato di più è aver visto votare alcuni consiglieri contro la propria volontà e facendosi scappare un “non vorrei farlo, ma…..”.

Quanto avvenuto ieri in Consiglio provinciale a Siena è molto grave e purtroppo mette a nudo l’incapacità della politica e dei politici nel dare risposte ai cittadini che rappresentano. Sono consapevole del momento critico che stiamo attraversando a causa della crisi economico-finanziaria, ma è proprio per questo che occorre un impegno straordinario nel cercare gli strumenti per garantire un vivere dignitoso alle comunità che si rappresentano. Occorre una politica forte ed autorevole. Quando si taglia i Fondi destinati al sociale significa che siamo alla frutta, che la politica è impotente per cui gli Enti possono fare anche a meno della rappresentanza. E’ inutile sprecare soldi per le elezioni. Tanto non cambierà niente.

E’ necessario cambiare rotta, ridando forza alle Assemblee elettive ed ai cittadini. Occorre ricostruire una sinistra di opposizione, una sinistra vera che riporti nei consigli l’autorevolezza e la forza per cambiare le cose e per dare risposte concrete ai bisogni dei più deboli, tanto i forti sono garantiti dal potere e dal danaro.

domenica 6 marzo 2011

Sciopero generale di 4 ore il 6 maggio. "La peggiore delle decisioni migliori"

di Giorgio Cremaschi

E' inutile nascondersi dietro le parole. Lo sciopero generale proclamato dalla segretera della Cgil si presenta come uno sciopero a metà. Da un lato, è evidente, esso raccoglie una domanda di mobilitazione che è partita dalla piazza del 16 ottobre scorso dove si sono incontrati Fiom e movimenti.

Dall'altro, però, non solo per le sue dimensioni, le quattro ore, ma anche per gli obiettivi, si presenta come uno sciopero in assoluta continuità con le iniziative del passato.

Il 26 giugno dell'anno scorso la Cgil proclamò uno sciopero generale di quattro ore contro la politica del governo Berlusconi. Un anno dopo, fa la stessa identica cosa, nello stesso identico modo. In mezzo a queste due date è cambiato il mondo.

L'attacco di Marchionne, quello della Gelmini, il propagarsi dal pubblico al privato, dai metalmeccanici agli insegnanti agli addetti al terziario, della devastazione contrattuale, ha messo in discussione tutto. Cisl e Uil sono state complici convinte di tutte le scelte del governo, della Confindustria, della Fiat.

E' avanzato un processo di distruzione dello stato sociale che in Italia viene presentato come Federalismo.

Tutto questo si è accompagnato all'aggravarsi della crisi della democrazia, all'abolizione delle libere elezioni nella Fiat come nel lavoro pubblico, all'attacco alla Magistratura, all'aggressione alla Costituzione, all'impunità di Berlusconi rivendicata e proclamata come sistema di governo. Eppure dopo tutto questo, lo sciopero generale proclamato dalla segreteria della Cgil è lo stesso di un anno fa.

E' evidente che questo errore di sensibilità e scelta politica nasce da un vizio di fondo che persiste nella linea della confederazione. Si continua a negare la realtà. Si continua a credere che oltre Marchionne, oltre Berlusconi e Sacconi, oltre gli accordi separati, ci sia ancora un mondo ove si possa ricostruire una politica unitaria con Cisl e Uil e un patto sociale con la Confindustria. Questo mondo in realtà non esiste più.

C'è oramai un blocco di potere, una vera e propria concertazione che fa sì che tutte le principali decisioni di politica economica e sociale siano prese di comune accordo fra la Lega, Tremonti, Berlusconi, la Confindustria, Cisl e Uil. C'è un blocco di potere concertativo che governa l'Italia ed esclude la Cgil.

Questo blocco di potere fa sì che Berlusconi continui, nonostante i suoi misfatti, a restare in sella, mentre appare inconcludente e inefficace l'opposizione politica. Il gruppo dirigente della Cgil continua a illudersi che prima o poi la signora Marcegaglia, la Cisl, la Uil, facciano un'altra politica.

E' la stessa illusione che coltiva Bersani quando chiede alla Lega di dissociarsi da Berlusconi. Ma negare la realtà può essere più facile che cambiare linea e comportamento. Per cui, specularmente, ad un'opposizione politica che ogni cinque minuti chiede la caduta di Berlusconi, ma non fa nulla di vero e serio perché ciò avvenga, così la Cgil chiede un cambiamento profondo nelle politiche economiche e sociali, ma poi non fa uno sciopero generale in grado di bloccare davvero il Paese.

E' questa contraddizione che è stata immediatamente colta in tutti i luoghi di lavoro ove, dopo la prima cauta soddisfazione per la proclamazione dello sciopero generale, è emersa la rabbia per la data e soprattutto per le quattro ore. Sbaglia chi, come fa il nostro caro amico Loris Campetti su il manifesto, sottovaluta questo aspetto e si fa trascinare nella vecchia logica del bicchiere mezzo pieno.

Questo sciopero generale così com'è non va, bisogna cambiarlo. Innanzitutto si deve mettere nella piattaforma che esso va proclamato non solo contro il governo, ma anche contro la Confindustria e contro il sistema delle imprese. Pensiamo alla Confcommercio, che sta estendendo ovunque, assieme al governo, il modello Marchionne.

Bisogna smettere di illudersi che ci sia un altro padronato buono che è pronto a dissociarsi dall'amministratore delegato della Fiat. In secondo luogo bisogna fare uno sciopero generale di otto ore. Già diverse categorie: la scuola, la funzione pubblica, il commercio, i metalmeccanici, hanno deciso o paiono intenzionati a decidere, l'estensione dello sciopero. Bisogna provare a bloccare il Paese e non a fare uno sciopero di circostanza.

Nelle prossime settimane, ogni luogo di lavoro, ogni rappresentanza sindacale, ogni struttura, dovrà essere portata a discutere e a decidere sugli obiettivi e sull'estensione dello sciopero. Lo sciopero dovrà essere un appuntamento di tutto il Paese che lotta per i diritti e la democrazia.

Per questo si dovranno incontrare i movimenti sociali e gli studenti. Essi devono essere soggetti attivi e partecipi dello sciopero e non semplicemente spettatori tollerati. Infine questo sciopero va costruito politicamente anche rispetto a Cisl e Uil. Il primo maggio unitario, che precede lo sciopero è una pura ipocrisia e rischia persino di danneggiare la giornata di lotta se quel giorno, nelle piazze, si dovrà diplomaticamente tacere di essa.

Si faccia un primo maggio che prepari lo sciopero, che ne spieghi le motivazioni e gli obiettivi e si vada in piazza anche per questo. Pazienza se Cisl e Uil a questo punto ne saranno travolte o saranno costrette a non partecipare.

Bisogna fare sul serio. Ogni giorno le lavoratrici e i lavoratori, i giovani, i disoccupati e i precari sono di fronte a drammi che si abbattono sulla loro vita. Per questo mobilitazioni rituali non servono più a nessuno e possono persino diventare controproducenti. Abbiamo a questo punto due mesi per arrivare a uno sciopero generale vero. Facciamo sì che ogni appuntamento - lo sciopero dell'11 marzo dei sindacati di base, le altre lotte e mobilitazioni, le assemblee degli studenti e dei movimenti sociali, le manifestazioni della società civile, da quella del 12 marzo a quella sull'acqua - pur conservando naturalmente la propria autonomia, servano anche a far sì che lo sciopero del 6 maggio sia un appuntamento di tutti.

Impadroniamoci di quella data e facciamo dello sciopero generale proclamato senza convinzione dalla segreteria della Cgil una data che segni la vita sociale e politica Paese. Con la consapevolezza che oggi più che mai è necessaria la critica a quei gruppi dirigenti che non vogliono cogliere la dimensione dura e drammatica del conflitto in atto. La trasformazione dello sciopero del 6 maggio in uno sciopero generale vero, è la strada sulla quale dobbiamo muoverci.



giovedì 24 febbraio 2011

Sciopero generale: Il momento è ora


di Giorgio Cremaschi.

La decisione del Direttivo della Cgil di indire lo sciopero generale è sicuramente un passo avanti, che nasce dalla spinta profonda dei movimenti di lotta di questi mesi. Tuttavia lo sciopero generale ancora non è in campo perché la data non è stata fissata, e in questa decisione contraddittoria sta tutto il passaggio politico che vive oggi la Cgil.
Il dibattito nel Comitato direttivo ha visto per la prima volta una scomposizione degli schieramenti congressuali.

Non solo la Fiom, non solo la minoranza congressuale, seppure con diversi accenti, ma anche i pensionati, la Cgil emiliana, la Flc hanno chiesto lo sciopero generale in tempi ravvicinati. Sull’altro versante, alcune strutture del Nord, in particolare Milano e la Liguria, hanno considerato sbagliata la scelta dello sciopero ora. In mezzo, un vasto schieramento di gruppi dirigenti che da un lato sente la necessità dello sciopero generale ma dall’altro non può non cogliere la contraddizione di esso con quanto sinora affermato dal gruppo dirigente centrale.
All’assemblea nazionale della Fiom, tenutasi ai primi di febbraio, il responsabile dell’industria della confederazione aveva detto con franca brutalità che lo sciopero generale non era all’ordine del giorno perché la Cgil tentava, da un lato, di ricostruire un dialogo sulla rappresentanza con Cisl e Uil, dall’altro, un patto per la crescita con Confindustria.

Proprio in quei giorni, però, il Governo, Cisl e Uil firmavano l’ennesimo accordo separato per i dipendenti pubblici, mentre la Confindustria e la Federmeccanica mostravano un sempre più convinto allineamento con le posizioni di Marchionne.

Ora la trattativa per il rinnovo del contratto del commercio sta riproponendo lo stesso drammatico scenario. Le imprese, in accordo con Cisl e Uil, pretendono una revisione totale al ribasso dei contratti, la liquidazione dei due livelli di contrattazione, lo smantellamento dei diritti personali dei lavoratori, dai riposi alla malattia, la piena acquisizione dentro i testi contrattuali di tutte le più barbare norme sulla flessibilità volute dal governo.

Un progetto distruttivo, per una categoria già massacrata dalla flessibilità e dalla precarietà, che la Cgil, anche nelle sue componenti più moderate, non può sottoscrivere. Se quindi si arrivasse a un altro accordo separato, la maggioranza dei lavoratori italiani sarebbe sottoposta ad un regime contrattuale che esclude la Cgil e che devasta il contratto nazionale, le libertà personali e sindacali.
Di fronte a tutto questo era difficile continuare a negare la realtà.

Ed infatti, già nella relazione e nel dibattito, per la prima volta da molto tempo, è emersa la consapevolezza di quanto sia difficile la ricostruzione a breve dell’unità con Cisl e Uil, mentre si è diffusa l’accusa a queste due organizzazioni di essere complici di Governo e Confindustria. Tuttavia, questa presa d’atto della realtà non ha prodotto una riflessione di fondo su quale linea alternativa costruire.

La realtà cambia, ma si cerca di affrontarla continuando sulla strada sin qui seguita. Per questo, di fronte alla pressione di categorie e strutture, si è deciso lo sciopero generale, ma senza fissarne la data. Sono queste una riserva politica e anche una contraddizione, che possono indebolire la funzione e la stessa efficacia dello sciopero.

In questa contraddittorietà delle decisioni sta, con chiara evidenza, la difficoltà strategica della Cgil. Una difficoltà che riflette quella dell’opposizione politica a Berlusconi. Quest’ultimo, nonostante il criminale sostegno a Gheddafi, i processi, l’impresentabilità politica e morale, continua a stare al suo posto, mentre l’opposizione continua a non mordere sul serio.
C’è una ragione di fondo in tutto questo, la stessa che rende difficile il cammino della Cgil. Berlusconi, per quanto impresentabile, è riuscito a costruire un blocco di potere stabile con la Confindustria, la Cisl, la Uil.

Questo blocco di potere è stato rafforzato ed è sostenuto dall’offensiva autoritaria e anticostituzionale di Marchionne che, con il consenso diffuso che raccoglie nei palazzi della politica e del potere, ha finito per puntellare il dominio scricchiolante del padrone di Mediaset. L’evidente asimmetria tra scontro politico e scontro sociale rafforza totalmente il Presidente del Consiglio.
Il Parlamento è diviso a metà, la grande stampa e l’opinione pubblica sono contro Berlusconi, ma il consenso verso Marchionne sfonda a sinistra e conquista le imprese e i sindacati complici. Così l’offensiva contro Berlusconi finisce per perdere materialità sociale ed è proprio l’opposizione che si indebolisce.

Solo la grande opposizione sociale e civile, quella che ha visto come sua ultima espressione l’eccezionale mobilitazione delle donne del 13 febbraio, può cambiare le carte in tavola. Ma questa opposizione ha bisogno di decisioni e lotte che vedano come avversari non solo Berlusconi, ma anche Marchionne e il blocco di potere economico e sindacale che lo sostiene. Questa è la dura realtà dello sciopero generale che la Cgil ora deve fare. Uno sciopero generale che, per non essere un puro atto di testimonianza, deve collocarsi appieno nella radicalità dei movimenti che scuotono il paese.

La Cgil ha deciso lo sciopero ma non ne ha fissato la data. E’ quindi compito di tutte e tutti coloro che sinora si sono battuti per esso, far precipitare la scadenza in tempi politici necessari ad incidere sulla realtà attuale. Già domani si svolgerà a Roma un’assemblea di delegati autoconvocati, che potrebbe rilanciare la mobilitazione per lo sciopero generale.

A giorni è prevista l’assemblea della minoranza congressuale della Cgil. Tutti i movimenti oggi hanno interesse a mobilitarsi perché questa benedetta data dello sciopero finalmente arrivi, e arrivi in tempo utile per incidere sullo scontro politico in atto oggi.

Lo sciopero generale non dovrà essere un ennesimo appuntamento rituale, come gli ultimi che si sono svolti. Dovrà essere un’incontro e un atto di forza di tutti i movimenti assieme al mondo del lavoro. Dovrà provare a bloccare davvero il Paese. Dovrà vedere uniti il mondo del lavoro, che si vede cancellare i contratti nazionali, con quel mondo precario, che a un contratto nazionale non è mai arrivato. Dovrà vedere la lotta sociale unirsi con la protesta civile e morale contro Berlusconi e il suo governo. Dovrà essere uno sciopero sociale e politico al tempo stesso.

Tutto questo ancora non c’è. C’è solo in campo una decisione formale e incompleta del Direttivo Cgil. Sta a tutti noi adesso agire perché in Italia ci sia finalmente un vero sciopero generale. Quando l’otterremo dovremo far sì che esso sia un momento di avvio della lotta contro il sistema di potere che, da Berlusconi a Marchionne, ci sta facendo pagare tutti i costi della crisi.

lunedì 21 febbraio 2011

A Madre cala la vista e Tiemme la Licenzia.

Volentieri pubblico e mi associo a questo comunicato dei COBAS per ribadire la mia perplessità , espresse a suo tempo in Consiglio Comunale a Monteriggioni, e che adesso trovano conferme, sul piano dei diritti e rapporti sindacali dei lavoratori confluiti in questa nuova azienda.

Non sono passati molti mesi quando fu presentata in provincia la nuova azienda di Trasporto pubblico Tiemme Toscana Mobilità. Grandi numeri per il Nuovo soggetto del Tpl : “produzione di 34 milioni di vetture- km/anno ,quasi 40 milioni di passeggeri annui trasportati, un parco mezzi di 750 autobus ,oltre 1150 dipendenti e un fatturato di circa 90 milioni di euro”.

Numeri che la collocano al 10° posto in Italia tra le aziende di trasporto pubblico. Guidata dall’ onnipresente Ing. Sassoli , ormai da decenni nella breccia del TPL della Toscana , prima Direttore di Ataf , oggi oltre ad essere Direttore Generale di Tiemme e ricoprire altri 5 incarichi nella stessa azienda continua ad essere amministratore delegato di LFI.

Che dire del Presidente Di Tiemme nonché presidente di TRAIN, Dott. Roncucci figura di spicco addirittura del trasporto pubblico Nazionale : Presidente di ASSTRA Toscano , Membro consiglio direttivo di ASSTRA Nazionale. Grandi personaggi , grandi numeri, che purché da anni masticano di TPL non si Vedono grandi risultati e a fronte di stipendi da capogiro che un operaio neppure in due vite riuscirà mai a guadagnare ( Sassoli per il suo triennio fiorentino ha preso 840 mila euro ) offrono ad una Mamma con problemi di salute un calcione e la licenziano.

Dove si sta andando ? Che società costruiamo per i nostri figli . Una lavoratrice , una Mamma , un autista Tiemme che per non aver rinunciato all’ essenza della Vita “ Dare al Mondo dei Figli “si vede oggi cacciata dal proprio posto di Lavoro. La gravidanza ha creato un abbassamento della Vista tale da renderla INIDONEA alla guida . Questo è ciò che una mamma deve accettare ? O famiglia o Lavoro ?Anni di conquiste sindacali , di onesto lavoro , per poi di un tratto dopo essere stato spremuto con una pedata cacciato fuori? Da una azienda a capitale pubblico per di più.

Quegli Ideali che hanno contraddistinto la rivalsa degli operai contro i padroni ma anche dell’emancipazione della Donna che fine hanno fatto ? Tiemme non ha risparmiato nella Gestione ,neppure nei consigli di amministrazione avendone creato un altro , ma gioco forza non intende ricollocare una mamma né qualsiasi altro Lavoratore che si trovasse in condizioni di salute Precarie. Non regge neppure la frase presente nella lettera di licenziamento “Ad oggi , purtroppo come già comunicatole all’ epoca con le precedenti note aziendali ,non esistono posti disponibili in azienda prospettabili per una Sua eventuale ricollocazione anche alla luce delle ultime vicende normative che prevedono forti tagli dei corrispettivi e conseguente del servizio e del personale necessario per la sua effettuazione “ .

Perché l’ accordo siglato in Regione dai Confederali il 15 Febbraio 2011, scongiurando uno sciopero Regionale , sospeso pure dai noi Cobas , pone come primo obbiettivo quello di salvaguardare tutti i posti di lavoro rimandando a soluzioni condivise quali prepensionamenti per eventuali esuberi. Altro punto di detto accordo “ migliorare l’ efficienza tramite il recupero dell’ evasione ( i famosi Portoghesi )” si pone come soluzione alla nostra Mamma e va verso l’ indirizzo programmatico voluto dalla Regione. Solo due controllori sono operativi in tutta la Provincia di Arezzo dove opera Tiemme .

Un accordo in Ataf siglato in questi giorni prevede l’inserimento degli esuberi dovuti dai tagli del settore appunto in mansioni di verificatori. Perché i luminari della Tiemme , Sassoli e Roncucci , ma a maggior ragione i soci pubblici del colosso del trasporto non seguono le Indicazioni della Cabina di Regia di Ceccobao ? Forse il grande progetto Tiemme non è cosi grande come fu fatto apparire ma solo l’ ennesima spartizione di potere e di Denaro alla solita Casta , che da anni mastica di trasporto a scapito dei Lavoratori e di Utenti ?

Noi come Confederazione Cobas del Lavoro Privato facciamo un appello a tutte le forze politiche ed in primis all’ Assessore Dott. Ceccobao affinché il buon senso prevalga ricollocando la Madre all’ interno dell’ Azienda e pure tutti coloro che si dovessero trovare nella Stessa Situazione. Contrasteremo con tutti i mezzi possibili che la Malattia di un lavoratore possa essere il pretesto del suo Licenziamento.

Confederazione Cobas del Lavoro Privato


domenica 13 febbraio 2011

Con le donne, per i diritti, contro il berlusconismo in ogni sua forma!!


E’ doveroso essere in piazza domenica 13 febbraio nella giornata della mobilitazione nazionale per i diritti e la dignità delle donne.

E’ ora non soltanto di dire basta a questo mercimonio del corpo delle donne – amplificato mediaticamente – ma anche a ciò che tutto ciò vuole alludere e di fatto imporre: lo spazzare via – come avvenuto su tanti altri fronti dal punto di vista dei diritti – tutte le conquiste, faticose e certo mai concluse, di autodeterminazione, di indipendenza, di libertà della donna compiute negli ultimi decenni. Eravamo infatti consapevoli delle discriminazioni subite dalle donne sul lavoro: si pensi agli stipendi più bassi a parità di incarichi, al non accesso – perché donne – ad incarichi di responsabilità, ecc: oggi la situazione si è aggravata con la crisi, la quale ci dice che – col taglio dei fondi nei bilanci degli enti preposti – tutta l’attività di cura è in capo alle donne, e che la disoccupazione colpisce prima di tutto le donne stesse. Ad un quadro così desolante si affianca – specularmente – il tentativo di far passare modelli agghiaccianti e inaccettabili di mercimonio, di vendita del corpo delle donne.

A tutto ciò la risposta parlamentare appare del tutto insufficiente. Per questo è assolutamente imprescindibile moltiplicare le mobilitazioni e doveroso essere in piazza domenica prossima e proseguire poi nell’impegno per un deciso cambio di rotta.

Dal manifesto per la giornata di mobilitazione….

La fine del governo Berlusconi è per noi un obiettivo fondamentale poiché viviamo una vera e propria emergenza democratica. Ma sappiamo che la fine del governo Berlusconi non sarà automaticamente la fine del berlusconismo. Rappresentante volgare del neoliberismo autoritario, il videocrate Berlusconi è anche icona di un senso comune maschilista e di una reazione patriarcale diffusa, forma nuova del dominio maschile, appunto autoritario, violento perché non più egemone. Un dominio maschile che ingloba anche i corpi delle donne nell'onnivoro processo di mercificazione e li imprigiona nei flussi della video-comunicazione.

Per questo motivo conduciamo una battaglia molecolare al berlusconismo e ad ogni forma di sessimo agendo una critica politica e culturale nella società, nei luoghi di lavoro e di studio, nella famiglia, nei partiti, nei movimenti, nelle istituzioni. Vogliamo bloccare i flussi di una comunicazione oscena, che riduce le relazioni tra "uomini e donne" alla seduzione del tronista, o del Presidente.

Sentiamo oggi l'importanza di una presa collettiva di parola delle donne. Siamo qui, come donne e con le donne di tutte le piazze d'Italia, non solo per esprimere la nostra indignazione e la nostra rabbia, ma perché pensiamo sia possibile una trasformazione della società e della politica a partire dalla soggettività delle donne, da un movimento femminista che riprenda il filo della "rivoluzione più lunga".

Vogliamo esprimere qui la gioia di essere donne, di praticare desideri, di vivere la nostra sessualità in maniera indecorosa e libera. A salvarci non sarà un familismo di ritorno, né un bigottismo che pretende "decoro" nel privato degli uomini pubblici, senza cogliere il nesso inestricabile tra personale e politico, tra sessualità maschile e potere. Per noi la questione morale è, in primo luogo, critica del potere.

Siamo donne che lottano contro la precarietà e per i diritti del lavoro; che vanno a letto tardi e che si alzano presto; difendiamo il nostro diritto a vivere felicemente contro ogni forma di oppressione materiale, di sottrazione di reddito, di violenza domestica, di violenza vaticana; siamo donne che difendono i loro diritti, in primo luogo quello all'autodeterminazione; siamo donne che studiano, che accudiscono e che non accudiscono, siamo prostitute e missionarie, siamo lesbiche e madri: siamo tutte egiziane, in lotta per la nostra libertà. E non lasceremo sola nessuna, neanche la nipote di Mubarak.

sabato 12 febbraio 2011

Comunicato stampa contro il pedaggio sulla Firenze Siena


Autopalio: sarebbe inaccettabile che dopo il danno arrivasse la beffa! Sono anni che viene richiesta con determinazione l’ammodernamento e la messa in sicurezza di questa fondamentale arteria, notoriamente disastrata, pericolosa e spesso congestionata. Un arteria di collegamento, scorrimento e pendolarismo primaria per la Toscana e di percorso obbligatorio per tutti i cittadini che giornalmente devono raggiungere da Siena Firenze e viceversa. Di fronte a queste necessità il governo non solo è rimasto sordo alle pressanti sollecitazioni degli enti locali e delle province interessate a mettere in atto gli interventi necessari sulla Firenze – Siena, ma ha previsto – dal primo maggio, secondo quanto recita un decreto approvato lo scorso ottobre dalla Camera – l’introduzione del pedaggio su questo asse viario. Dopo i danni quindi la beffa! Unica via diretta e quindi obbligata fra Siena e Firenze, la messa a pedaggio costituirebbe un aggravio economico pesante e inaccettabile soprattutto per le comunità locali, per i lavoratori pendolari ecc. che giornalmente utilizzano l’arteria nonché all’economia dell’area. Il tutto – vista la mancanza di interventi strutturali in previsione – dovendo percorrere un asse viario con manto stradale disastrato, pieno di buche, senza corsia di emergenza, ecc.! La mancanza di interventi e la contemporanea previsione dell’introduzione del pedaggio hanno provocato forti proteste da cittadini e enti locali, che però non hanno ad oggi sortito risultati. Per questo riteniamo di estrema importanza, accogliamo con favore, sosteniamo e parteciperemo alla mobilitazione “Siena Firenze day” del 12 febbraio pv promossa dalle province di Siena e Firenze e che vede impegnati nella definizione dell’appuntamento direttamente i presidenti delle due Province, per chiedere un piano di investimenti certo e dire con chiarezza no al pedaggio. Unitamente a questo, da parte nostra, massimizzeremo l’impegno politico e istituzionale affinché venga bocciata l’ipotesi pedaggio e nel contempo si realizzino gli improcrastinabili interventi di ammodernamento e messa in sicurezza dell’Autopalio.

Federazione della Sinistra