Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

lunedì 21 febbraio 2011

A Madre cala la vista e Tiemme la Licenzia.

Volentieri pubblico e mi associo a questo comunicato dei COBAS per ribadire la mia perplessità , espresse a suo tempo in Consiglio Comunale a Monteriggioni, e che adesso trovano conferme, sul piano dei diritti e rapporti sindacali dei lavoratori confluiti in questa nuova azienda.

Non sono passati molti mesi quando fu presentata in provincia la nuova azienda di Trasporto pubblico Tiemme Toscana Mobilità. Grandi numeri per il Nuovo soggetto del Tpl : “produzione di 34 milioni di vetture- km/anno ,quasi 40 milioni di passeggeri annui trasportati, un parco mezzi di 750 autobus ,oltre 1150 dipendenti e un fatturato di circa 90 milioni di euro”.

Numeri che la collocano al 10° posto in Italia tra le aziende di trasporto pubblico. Guidata dall’ onnipresente Ing. Sassoli , ormai da decenni nella breccia del TPL della Toscana , prima Direttore di Ataf , oggi oltre ad essere Direttore Generale di Tiemme e ricoprire altri 5 incarichi nella stessa azienda continua ad essere amministratore delegato di LFI.

Che dire del Presidente Di Tiemme nonché presidente di TRAIN, Dott. Roncucci figura di spicco addirittura del trasporto pubblico Nazionale : Presidente di ASSTRA Toscano , Membro consiglio direttivo di ASSTRA Nazionale. Grandi personaggi , grandi numeri, che purché da anni masticano di TPL non si Vedono grandi risultati e a fronte di stipendi da capogiro che un operaio neppure in due vite riuscirà mai a guadagnare ( Sassoli per il suo triennio fiorentino ha preso 840 mila euro ) offrono ad una Mamma con problemi di salute un calcione e la licenziano.

Dove si sta andando ? Che società costruiamo per i nostri figli . Una lavoratrice , una Mamma , un autista Tiemme che per non aver rinunciato all’ essenza della Vita “ Dare al Mondo dei Figli “si vede oggi cacciata dal proprio posto di Lavoro. La gravidanza ha creato un abbassamento della Vista tale da renderla INIDONEA alla guida . Questo è ciò che una mamma deve accettare ? O famiglia o Lavoro ?Anni di conquiste sindacali , di onesto lavoro , per poi di un tratto dopo essere stato spremuto con una pedata cacciato fuori? Da una azienda a capitale pubblico per di più.

Quegli Ideali che hanno contraddistinto la rivalsa degli operai contro i padroni ma anche dell’emancipazione della Donna che fine hanno fatto ? Tiemme non ha risparmiato nella Gestione ,neppure nei consigli di amministrazione avendone creato un altro , ma gioco forza non intende ricollocare una mamma né qualsiasi altro Lavoratore che si trovasse in condizioni di salute Precarie. Non regge neppure la frase presente nella lettera di licenziamento “Ad oggi , purtroppo come già comunicatole all’ epoca con le precedenti note aziendali ,non esistono posti disponibili in azienda prospettabili per una Sua eventuale ricollocazione anche alla luce delle ultime vicende normative che prevedono forti tagli dei corrispettivi e conseguente del servizio e del personale necessario per la sua effettuazione “ .

Perché l’ accordo siglato in Regione dai Confederali il 15 Febbraio 2011, scongiurando uno sciopero Regionale , sospeso pure dai noi Cobas , pone come primo obbiettivo quello di salvaguardare tutti i posti di lavoro rimandando a soluzioni condivise quali prepensionamenti per eventuali esuberi. Altro punto di detto accordo “ migliorare l’ efficienza tramite il recupero dell’ evasione ( i famosi Portoghesi )” si pone come soluzione alla nostra Mamma e va verso l’ indirizzo programmatico voluto dalla Regione. Solo due controllori sono operativi in tutta la Provincia di Arezzo dove opera Tiemme .

Un accordo in Ataf siglato in questi giorni prevede l’inserimento degli esuberi dovuti dai tagli del settore appunto in mansioni di verificatori. Perché i luminari della Tiemme , Sassoli e Roncucci , ma a maggior ragione i soci pubblici del colosso del trasporto non seguono le Indicazioni della Cabina di Regia di Ceccobao ? Forse il grande progetto Tiemme non è cosi grande come fu fatto apparire ma solo l’ ennesima spartizione di potere e di Denaro alla solita Casta , che da anni mastica di trasporto a scapito dei Lavoratori e di Utenti ?

Noi come Confederazione Cobas del Lavoro Privato facciamo un appello a tutte le forze politiche ed in primis all’ Assessore Dott. Ceccobao affinché il buon senso prevalga ricollocando la Madre all’ interno dell’ Azienda e pure tutti coloro che si dovessero trovare nella Stessa Situazione. Contrasteremo con tutti i mezzi possibili che la Malattia di un lavoratore possa essere il pretesto del suo Licenziamento.

Confederazione Cobas del Lavoro Privato


domenica 13 febbraio 2011

Con le donne, per i diritti, contro il berlusconismo in ogni sua forma!!


E’ doveroso essere in piazza domenica 13 febbraio nella giornata della mobilitazione nazionale per i diritti e la dignità delle donne.

E’ ora non soltanto di dire basta a questo mercimonio del corpo delle donne – amplificato mediaticamente – ma anche a ciò che tutto ciò vuole alludere e di fatto imporre: lo spazzare via – come avvenuto su tanti altri fronti dal punto di vista dei diritti – tutte le conquiste, faticose e certo mai concluse, di autodeterminazione, di indipendenza, di libertà della donna compiute negli ultimi decenni. Eravamo infatti consapevoli delle discriminazioni subite dalle donne sul lavoro: si pensi agli stipendi più bassi a parità di incarichi, al non accesso – perché donne – ad incarichi di responsabilità, ecc: oggi la situazione si è aggravata con la crisi, la quale ci dice che – col taglio dei fondi nei bilanci degli enti preposti – tutta l’attività di cura è in capo alle donne, e che la disoccupazione colpisce prima di tutto le donne stesse. Ad un quadro così desolante si affianca – specularmente – il tentativo di far passare modelli agghiaccianti e inaccettabili di mercimonio, di vendita del corpo delle donne.

A tutto ciò la risposta parlamentare appare del tutto insufficiente. Per questo è assolutamente imprescindibile moltiplicare le mobilitazioni e doveroso essere in piazza domenica prossima e proseguire poi nell’impegno per un deciso cambio di rotta.

Dal manifesto per la giornata di mobilitazione….

La fine del governo Berlusconi è per noi un obiettivo fondamentale poiché viviamo una vera e propria emergenza democratica. Ma sappiamo che la fine del governo Berlusconi non sarà automaticamente la fine del berlusconismo. Rappresentante volgare del neoliberismo autoritario, il videocrate Berlusconi è anche icona di un senso comune maschilista e di una reazione patriarcale diffusa, forma nuova del dominio maschile, appunto autoritario, violento perché non più egemone. Un dominio maschile che ingloba anche i corpi delle donne nell'onnivoro processo di mercificazione e li imprigiona nei flussi della video-comunicazione.

Per questo motivo conduciamo una battaglia molecolare al berlusconismo e ad ogni forma di sessimo agendo una critica politica e culturale nella società, nei luoghi di lavoro e di studio, nella famiglia, nei partiti, nei movimenti, nelle istituzioni. Vogliamo bloccare i flussi di una comunicazione oscena, che riduce le relazioni tra "uomini e donne" alla seduzione del tronista, o del Presidente.

Sentiamo oggi l'importanza di una presa collettiva di parola delle donne. Siamo qui, come donne e con le donne di tutte le piazze d'Italia, non solo per esprimere la nostra indignazione e la nostra rabbia, ma perché pensiamo sia possibile una trasformazione della società e della politica a partire dalla soggettività delle donne, da un movimento femminista che riprenda il filo della "rivoluzione più lunga".

Vogliamo esprimere qui la gioia di essere donne, di praticare desideri, di vivere la nostra sessualità in maniera indecorosa e libera. A salvarci non sarà un familismo di ritorno, né un bigottismo che pretende "decoro" nel privato degli uomini pubblici, senza cogliere il nesso inestricabile tra personale e politico, tra sessualità maschile e potere. Per noi la questione morale è, in primo luogo, critica del potere.

Siamo donne che lottano contro la precarietà e per i diritti del lavoro; che vanno a letto tardi e che si alzano presto; difendiamo il nostro diritto a vivere felicemente contro ogni forma di oppressione materiale, di sottrazione di reddito, di violenza domestica, di violenza vaticana; siamo donne che difendono i loro diritti, in primo luogo quello all'autodeterminazione; siamo donne che studiano, che accudiscono e che non accudiscono, siamo prostitute e missionarie, siamo lesbiche e madri: siamo tutte egiziane, in lotta per la nostra libertà. E non lasceremo sola nessuna, neanche la nipote di Mubarak.

sabato 12 febbraio 2011

Comunicato stampa contro il pedaggio sulla Firenze Siena


Autopalio: sarebbe inaccettabile che dopo il danno arrivasse la beffa! Sono anni che viene richiesta con determinazione l’ammodernamento e la messa in sicurezza di questa fondamentale arteria, notoriamente disastrata, pericolosa e spesso congestionata. Un arteria di collegamento, scorrimento e pendolarismo primaria per la Toscana e di percorso obbligatorio per tutti i cittadini che giornalmente devono raggiungere da Siena Firenze e viceversa. Di fronte a queste necessità il governo non solo è rimasto sordo alle pressanti sollecitazioni degli enti locali e delle province interessate a mettere in atto gli interventi necessari sulla Firenze – Siena, ma ha previsto – dal primo maggio, secondo quanto recita un decreto approvato lo scorso ottobre dalla Camera – l’introduzione del pedaggio su questo asse viario. Dopo i danni quindi la beffa! Unica via diretta e quindi obbligata fra Siena e Firenze, la messa a pedaggio costituirebbe un aggravio economico pesante e inaccettabile soprattutto per le comunità locali, per i lavoratori pendolari ecc. che giornalmente utilizzano l’arteria nonché all’economia dell’area. Il tutto – vista la mancanza di interventi strutturali in previsione – dovendo percorrere un asse viario con manto stradale disastrato, pieno di buche, senza corsia di emergenza, ecc.! La mancanza di interventi e la contemporanea previsione dell’introduzione del pedaggio hanno provocato forti proteste da cittadini e enti locali, che però non hanno ad oggi sortito risultati. Per questo riteniamo di estrema importanza, accogliamo con favore, sosteniamo e parteciperemo alla mobilitazione “Siena Firenze day” del 12 febbraio pv promossa dalle province di Siena e Firenze e che vede impegnati nella definizione dell’appuntamento direttamente i presidenti delle due Province, per chiedere un piano di investimenti certo e dire con chiarezza no al pedaggio. Unitamente a questo, da parte nostra, massimizzeremo l’impegno politico e istituzionale affinché venga bocciata l’ipotesi pedaggio e nel contempo si realizzino gli improcrastinabili interventi di ammodernamento e messa in sicurezza dell’Autopalio.

Federazione della Sinistra


sabato 29 gennaio 2011

Il Comune mette in "svendita" i suoi beni!!

Il Comune mette in mostra il patrimonio immobiliare destinato alla vendita. Martedì 1 febbraio alle ore 18, presso il complesso monumentale di Abbadia a Isola, l’Amministrazione Comunale di Monteriggioni presenterà il proprio piano di dismissioni immobiliari, già autorizzato dal Consiglio Comunale.

“La chiamerei operazione di marketing immobiliare - suggerisce il sindaco Bruno Valentini –perché questa assemblea pubblica serve appunto a promuovere all’esterno la conoscenza dei terreni o degli immobili che il Comune ha intenzione di alienare.

Sono pezzi di patrimonio non strategico, che serviranno a pagare nuove opere pubbliche, soprattutto per fronteggiare le limitazioni imposte dal Patto di Stabilità che rendono difficile pagare tempestivamente i fornitori”.Al meeting sono stati invitati, tramite le associazioni di categoria, le imprese edili della provincia di Siena ma la partecipazione è libera a tutti ed in particolare ai professionisti del settore”.

Piano di dismissione; operazione di marketing immobiliare; ormai le parole hanno perso il loro significato, io, questa operazione la chiamo col suo nome, sarà che sono di estrazione contadina, ma preferisco dire “pane al pane e vino al vino”!!Questa, più che una “ dismissione e un operazione di marketing immobiliare ” è una svendita di terreni prima, e di territorio poi, quando sopra ai terreni ci verranno costruite le case.( visto che i destinatari dell’incanto sono principalmente i costruttori, basta fare uno più uno che si capisce cosa ci verrà fatto su quei terreni!! )

Sicuramente è una strada che porta ad un vicolo cieco, visto che le vendita di questi beni serve a pagare le opere pubbliche e/o le mancate o ridotte entrate di provenienza statale nell’anno corrente.Quindi nell’immediato, (meglio un uovo oggi che una gallina domani), saranno compensate e coperte le opere in calendario ma per il futuro?

Per il futuro non siamo messi bene, le mancate entrate di quest’anno saranno niente al confronto dei tagli dei prossimi anni e le opere pubbliche previste sono tante e costose, e siccome i cantieri dureranno diversi anni, per coprirne i costi dovranno essere messi in vendita molti altri terreni, e cosi all’infinito, in un circolo vizioso, ma i terreni di proprietà non sono infiniti, quindi cosa succederà negli anni avvenire non lo sapremo, ma di certo se non fermiamo questo modo di operare non avremo più terreni o beni da vendere e forse dovremo ricorrere a mutui, come hanno fatto altri comuni, ma anche questa strada è incerta, oppure escogitare qualche altra alchimia finanziaria per trovare le risorse, tipo quelle già sperimentate, dove il Comune nel rilascia la concessione edilizia, magari con la “concessione” di qualche mc in più, fa firmare una convenzione ad ok dove si fa cedere dal costruttore uno o più appartamenti da ricollocare sul mercato immobiliare libero.

Più che alchimia, la chiamerei operazione di speculazione immobiliare, visto che gli appartamenti vengono rimesse sul mercato al prezzo corrente.

Oppure valutare di ridurre le opere pubbliche più “faraoniche e costose” per le meno dispendiose ma indispensabili.

Ma traspare anche un’altra cosa, la rinuncia sempre più chiara ad un uso pubblico del patrimonio in possesso dei comuni: ormai in nome di problemi di bilancio e mancanza di risorse, gran parte di questo patrimonio viene (s)venduto a privati!

lunedì 24 gennaio 2011

Dagli operai della Fiat una chance alla sinistra

intervista di Stefano Galieni a Roberta Fantozzi

A distanza di una settimana dal voto di Mirafiori sono successe molte cose.

E’ vero, ma da quel voto si deve partire e si deve continuare a sottolinearne il valore, rifiutando i tentativi di ridimensionarne la portata, di farlo cancellare dal rumore caotico della comunicazione mediatica. Come è stato sottolineato, a Mirafiori anche recententemente le mobilitazioni erano state più difficili che altrove, più pesante è l’apparato di controllo, più alta l’età media dei lavoratori. Quel risultato, dentro il ricatto micidiale messo in campo, è la dimostrazione del livello di consapevolezza e di disponibilità alla lotta che esiste nelle fabbriche di questo paese. La consapevolezza che siamo ad un passaggio “storico” in cui dentro la più grande crisi del dopoguerra, il tentativo è quello di determinare una regressione micidiale nella materialità della condizione di lavoro e nei diritti di chi lavora, facendo tabula rasa tanto delle relazioni industriali quanto della Costituzione. La disponibilità alla lotta è quella che si è determinata nel maturare di questa consapevolezza, nell’intreccio con il ruolo svolto dalla Fiom: l’investimento di fiducia guadagnato sul campo dalla Fiom in ogni passaggio di questi difficilissimi mesi, che la identificano come “il sindacato” e anche di più. Giacchè è evidente che soprattutto a partire dalla manifestazione del 16 ottobre, la capacità di mettere in connessione i movimenti, di presentare una piattaforma complessivamente alternativa ne determinano nei fatti un ruolo di supplenza politica: ad una politica che sta dalla parte sbagliata o che, se sta dalla parte giusta, non ha il livello di efficacia che sarebbe necessario.

L’attacco in atto va avanti.

Le dichiarazioni di Federmeccanica a cui sono seguite quelle di Confindustria esplicitano, senza più veli, qual è l’obiettivo “di sistema”, un obiettivo del tutto comprensibile fin dalla vicenda dell’accordo separato sul sistema contrattuale, a cui certo la Fiat ha impresso un’accelerazione estrema. E’ incredibile che a fronte di Pomigliano si sia detto che quella sarebbe stata un’eccezione e che anche dopo si sia pensato che in fondo la logica delle newco riguardava i grandi gruppi multinazionali ma non il complesso delle aziende, come ha provato a riaffermare il direttore generale di Federmeccanica. Il contratto aziendale sostitutivo di quello nazionale, significa la rottura di ogni garanzia per i lavoratori e una macelleria nelle piccole imprese dove il sindacato è più debole o inesistente. Aziendalizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro sono gli obiettivo espliciti, perseguiti tanto da Federmeccanica e Confindustria, quanto dal Governo e dalla legislazione sul lavoro che è stata approvata. Basta pensare al Collegato Lavoro e alla spinta che dà all’individualizzazione del rapporto di lavoro. Diceva una compagna all’ultimo attivo nazionale, che c’è da scommettere sul fatto che i lavoratori che saranno riassunti individualmente dalla newco, nel contratto troveranno anche la clausola compromissoria: quella che rinvia per ogni controversia all’arbitrato e impedisce di accedere alla magistratura. Mentre per altro verso la bozza di Statuto dei Lavori, rende i diritti che formalmente non tocca, derogabili a seconda della congiuntura economica: i diritti diventano per legge variabili dipendenti del mercato! Aziendalizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro e insieme tabula rasa dei diritti individuali e collettivi, sanciti dalle leggi e dalla Costituzione. I luoghi di lavoro e la società, trasformati in caserme, in cui chi lavora è ridotto a braccia in competizione con altre braccia: senza autonomia, possibilità di organizzazione collettiva, diritti. Invece di dare diritti a chi è precario, quello che sta avvenendo è il tentativo di generalizzare, peggiorandola, la condizione di ricatto che la precarietà impone già oggi drammaticamente a milioni di persone.

Come si fa a contrastare un attacco di questa portata?

Ci sono più leve che vanno agite. Giustamente la Fiom ha detto da subito che, se a partire dal voto di Mirafiori non si riapriva la trattativa, avrebbe percorso ogni via, compresa quella giudiziaria. Il diktat di Mirafiori e quello di Pomigliano, offrono ampia materia, poiché ancora esistono leggi e Costituzione. Non applicazione della normativa sulla cessione di ramo d’azienda - alla base di tutta l’operazione newco - malattia, diritto di sciopero e libertà di associazione sindacale: c’è n’è per tutti i gusti! Poi, c’è la lotta sindacale e politica. Lo sciopero e le manifestazioni del 28 saranno importantissime ed è estremamente positivo che su quella data ci sia stata la convergenza dei sindacati di base, mentre è squadernata l’esigenza che la Cgil proclami lo sciopero generale. Non c’è una via che non metta in campo un conflitto determinato e durevole, per cui esistono tuttavia tutte le condizioni, come dimostra proprio quella straordinaria disponibilità alla lotta presente nel voto di Mirafiori e prima di Pomigliano, nella crescente resistenza che si è determinata in questo paese. Come dimostra anche il movimento nuovo di studenti e precari. Alla gestione di destra della crisi, costituente di un modello sociale che scardina la sostanza della Costituzione va opposto un movimento costituente di un altro modello sociale. Del resto in molti si muovono, si moltiplicano le risposte: da Uniti contro la crisi, alla costituzione di Lavoro e Libertà, all’appello di Micromega. Ci sono le condizioni per la costruzione di un movimento politico di massa contro il ritorno all’800 e per un’alternativa.

E la politica?

Il PD ha mostrato il punto a cui è arrivata la sua mutazione. Nella coesistenza paralizzante delle diverse linee è evidente non solo quanto pesa non aver rimesso in discussione l’impianto social-liberista, ma i pezzi di interesse materiale che a quel partito concretamente fanno riferimento. Si conferma la giustezza della nostra analisi sull’impossibilità di una prospettiva di governo con quel partito ed è squadernata la necessità di ricostruire una rappresentanza politica del mondo del lavoro. Una sfida per noi dentro un processo di ricostruzione del massimo possibile di rapporti unitari a sinistra, con l’arco di forze che a Mirafiori ha detto NO. Costruzione di rapporti unitari, da accelerare in un quadro politico quanto mai opaco in cui è possibile che la caduta del governo sia all’ordine del giorno e questo è un’obiettivo decisivo, ma nel frattempo si registra dentro il PD la consueta presenza di opzioni diverse e, a dare retta all’intervista di Enrico Letta di qualche giorno fa, la priorità grave della ricerca di alleanze con il terzo polo.
Ricostruire la rappresentanza politica del mondo del lavoro e con questo obiettivo tessere il massimo di rapporti unitari, significa interrogarsi su quale progetto, quali fili da tirare, nella crisi e nelle specifiche caratteristiche del capitalismo italiano.

Ci sono a mio avviso quattro nodi ineludibili.
Il primo è la democrazia, perché democrazia significa quale assetto dei poteri e dunque quale peso degli interessi nella società. La necessità di una legge sulla democrazia sindacale, sul modello della proposta della Fiom, va insieme alla necessità di superare il bipolarismo. Le due cose si tengono più di quanto non si sottolinei. Alla necessità della riappropriazione dei lavoratori delle scelte sulla propria condizione di lavoro, corrisponde la necessità della riappropriazione dei cittadini del terreno della rappresentanza politica: oggi inibita dal maggioritario, cioè dal fatto che si costruiscono coalizioni forzose in cui il principale criterio è prendere un voto più degli altri, nell’omologazione degli schieramenti. Del resto il bipolarismo nasce per rendere impermeabile la sfera istituzionale dal conflitto sociale.
Il secondo è la necessità di ricomporre il mondo del lavoro. Con le sue implicazioni sul terreno della contrattazione e delle tipologie dei rapporti di lavoro. Riunificazione delle categorie, drastica riduzione del numero dei rapporti di lavoro e riaffermazione della centralità del rapporto a tempo indeterminato, riconduzione dell’area del falso lavoro autonomo alle tutele del lavoro dipendente.
Il terzo è un’iniziativa per una radicale redistribuzione delle ricchezze, in un paese in cui la sperequazione è a livelli insostenibili. Se nei quindici paesi Ocse più ricchi la quota di salario sul Pil è diminuita di 10 punti tra il 1976 e il 2006, in Italia è diminuita di 15, a favore delle rendite. E dunque patrimoniale, tassazione delle rendite, contrasto all’evasione.
Il quarto è indirizzare le risorse alla produzione pubblica di beni collettivi: politiche industriali, conoscenza, welfare. Politiche industriali: perché la bassa produttività del lavoro in Italia è conseguenza del “piccolo è bello” degli anni passati, e dell’assenza di investimenti in innovazione di prodotto, che radicalizzano la competizione sui settori saturi. Perché la crisi ecologica rende sovraordinante la riconversione dell’economia e delle filiere industriali. Politiche pubbliche: di un pubblico da rinnovare nel segno della trasparenza e della partecipazione, per ricostruire una capacità di intervento in economia che metta in discussione lo strapotere del capitalismo globalizzato. Conoscenza: per riqualificare l’apparato produttivo, ma anche per una società di donne e uomini liberi. Estensione del welfare: sia sul terreno del reddito sociale che dell’ampliamento della sfera dei servizi, in un paese in cui giovani e donne sperimentano una condizione significativamente peggiore del resto dell’Europa.

Non è un programma irrealistico nella situazione che viviamo?

Sappiamo bene che i rapporti di forza sono assai distanti dalla possibilità di realizzare domattina questi obiettivi e che i processi, non ultimo la pesante involuzione del quadro europeo, stanno andando nella direzione opposta. Quello che va costruito nel senso comune è intanto la consapevolezza che quelle politiche distruggono la società e radicalizzano la crisi. Il modello aziendalista delle relazioni industriali degli Stati Uniti che si vuole importare in Italia, con la pesante compressione dei salari e dei diritti che ha determinato, è una causa della crisi e non può perciò essere la soluzione. Questo dovremmo essere in grado di fissare. E fa un certo effetto che il Fondo Monetario Internazionale si accorga in un rapporto di fine settembre scorso, che la disoccupazione è insostenibile come lo è la crescita delle disuguaglianze, che la crisi è da domanda e le esportazioni non possono sostituire la domanda interna, che i paesi che hanno introdotto maggiore flessibilità del lavoro stanno pagando un prezzo più alto in termini di disoccupazione, che politiche fiscali restrittive generalizzate compromettono la ripresa. Questo non certo perché, per citare Wallerstein, l’FMI, sia diventato “il portavoce della sinistra mondiale”. Ma è evidente che c’è un’instabilità altissima determinata dalla crisi ed è altrettanto evidente che individuare un programma complessivo serve a ricostruire un diverso senso comune e dunque le condizioni soggettive indispensabile per una possibilità di cambiamento.
Aggiungo un ultima considerazione, ultima non per importanza. C’è la necessità di costruire un quadro che tenga insieme queste proposte. Credo che dovrebbe essere oggetto di discussione assai maggiore a sinistra quello che veniva richiamato nell’appello di questa estate dei 250 economisti e che Emiliano Brancaccio in particolare ha più volte esplicitato: la fine dell’egemonia del libero scambismo, non attraverso la ricetta di politiche protezionistiche classiche, che pure vengono attivate - se è vero come è vero che negli ultimi due anni sono state assunte 332 nuove misure protezionistiche a livello internazionale - ma l’idea che sia legittimo ripristinare meccanismi di controllo e limitazione dei movimenti di capitali, sul terreno finanziario, degli investimenti e degli scambi di merci, laddove non ci sia una remunerazione sufficiente del lavoro. Una proposta estendibile anche al campo delle protezioni sociali e ambientali, e traducibile anche tecnicamente in un meccanismo definito. Se la globalizzazione neoliberista è stata la libertà dei capitali di mettere in campo un gigantesco processo di dumping salariale e fiscale andando in giro per il mondo dove era più conveniente, è questo assunto che deve essere messo in discussione.

Come si coniuga un progetto di questo tipo con il “qui e ora”?

Io credo che servano idee lunghe - come è indispensabile attrezzare la resistenza su scala europea - ed insieme servano anche pratiche corte. Avere un progetto è indispensabile per stare dentro la costruzione del conflitto e dei movimenti. E ci sono segnali positivi, anche per quel che ci riguarda. Questo partito che si è speso generosamente nella costruzione del 16 ottobre, è in campo con forza anche ora per il 28 di gennaio. Dall’impegno dei compagni di Torino a Mirafiori, ai 130 banchetti organizzati nel Veneto per sostenere il 28, alle tantissime iniziative in corso. E sta cambiando la propria pelle. Mi ha colpito un comitato politico in Emilia dedicato interamente alle vertenze, alla costruzione di movimento, alle pratiche sociali. Tanti giovani bravissimi, e racconti carichi anche di emotività. Come quando un compagno ha raccontato che i soldi raccolti facendo arancia metalmenccanica per sostenere una vertenza, sono stati dati da quei lavoratori ai lavoratori migranti impiegati da un altra ditta, in quella fabbrica, per le pulizie. Come dire rompere sul campo le divisioni e , nella ritessitura di solidarietà, rovesciare l’immaginario del capro espiatorio. Progetto, conflitto, costruzione di un campo politico e sociale della sinistra di alternativa.


da Liberazione.

venerdì 21 gennaio 2011

Aumenta il peso dei derivati, comuni indebitati!!

I comuni di Verona e Venezia ancora alle prese con Merrill Lynch

Se chiudessero tutti i contratti derivati in essere, le amministrazioni del Nord-Est dovrebbero sborsare 99 milioni di euro. A tanto ammonta il valore di mercato dei prodotti finanziari di questo tipo acquistati da 39 enti locali delle tre regioni.

Le amministrazioni pubbliche non hanno le risorse, oggi, per far questo, e alcune di loro – Verona, Padova, Venezia – rimangono appese a cause o citazioni in giudizio che ne bloccano l'estinzione.

A Verona, in particolare, il municipio guidato da Flavio Tosi intende dimostrare come Merril Lynch, la banca d'affari che nel 2007 ha siglato con la città un derivato di 256,8 milioni, abbia applicato commissioni occulte.

Ma più passa il tempo, più diventa oneroso mantenere ed eventualmente estinguere i derivati.

I dati (della Banca d'Italia) dicono anche che il Veneto risulta essere, in questo senso, tra le regioni più penalizzate d'Italia, poiché nel territorio il rapporto tra il debito del totale degli enti e il valore di mercato dei prodotti è superiore alla media nazionale (1,38% contro l'1,1%). Meglio vanno invece le cose in Friuli-Venezia Giulia e in Trentino-Alto Adige (esente da queste problematiche).
«I classici derivati vanno chiusi appena diminuisce il loro valore di mercato in seguito al calo dei tassi di interesse – dicono gli esperti –. Inoltre, servono consulenze specializzate: la gestione di questi contratti è al limite del dilettantismo»

Il costo dei derivati pesa per 99 milioni

Il costo da sopportare per chiudere una volta per tutte i contratti dei derivati ammonta, per il totale delle 39 amministrazioni del Nord–Est coinvolte, a 99 milioni di euro. La cifra corrisponde al valore di mercato al giugno 2010, secondo i dati della Banca d'Italia. Il peso del danno dei derivati – contratti utilizzati spesso per far cassa "a pronti", a vantaggio dell'amministrazione in carica, e trasferire costi "a termine" quando il governo sarà di altri – sembra essere maggiore rispetto alla media italiana, in particolare sul Veneto, poiché il rapporto tra il debito delle amministrazioni coinvolte e il valore complessivo di mercato dei prodotti acquistati è superiore alla media nazionale.

In Veneto a fine 2009 il debito delle amministrazioni ammontava a 6,484 miliardi. A giugno 2010 se gli enti locali avessero chiuso i contratti derivati accesi nel passato avrebbero dovuto soffrire una perdita pari a 90 milioni. Il rapporto tra questi 2 valori (90 milioni e 6,484 miliardi) è pari all'1,38 per cento. Se confrontato il risultato di questo rapporto con quello medio nazionale (1,1%) se ne ricava un differenziale (1,38% - 1,1% = 0,28%) che indica, essendo maggiore di quello medio nazionale, quanto i derivati stiano producendo nel Veneto danni superiori rispetto alla media nazionale.

Da dicembre 2005 a giugno 2010 si è anche modificato il costo per l'eventuale chiusura delle operazione legate a "derivati": esso è passato dagli iniziali 18 milioni a 90 milioni. Ma il forte incremento è avvenuto negli ultimi mesi (maggiore costo di 30 milioni da fine 2009 a giugno 2010). Spalmando il costo sul numero degli enti pubblici coinvolti si ricava il dato medio per ente: a dicembre 2005 era pari a 621mila euro mentre a giugno scorso era salito a 3 milioni. Altro dato interessante è l'evoluzione di questo costo rispetto a quello medio nazionale. A dicembre 2005 nel Veneto era di 621mila euro contro 1,709 milioni del dato nazionale, mentre a giugno scorso era di 3 milioni contro 3,3 milioni medi nazionali. Quindi la situazione del Veneto è molto peggiorata rispetto al dato medio italiano.

Visto l'elevato costo che necessita una eventuale chiusura di un prodotto derivato, le amministrazioni sono ben lungi dal poterlo fare. Notizie positive arrivano però da due sentenze del tribunale amministrativo. Il 5 novembre scorso il Tar della Toscana ha emesso una sentenza che pare poter offrire agli enti pubblici la possibilità di stracciare i contratti sui derivati qualora dovesse emergere che nel contratto non erano indicati chiaramente dei costi o clausole onerose. Il tribunale amministrativo ha infatti approvato – con effetto retroattivo – l'annullamento in autotutela da parte della provincia di Pisa, dei due swap stipulati nel 2007 con gli istituti di credito Crediop e Depfa come controparti. Il contratto, infatti, sarebbe stato gravato – così hanno rilevato gli esperti esterni contattati dalla provincia di Pisa – da costi occulti per 1,4 milioni di euro. Alla base dell'annullamento, la violazione del "principio di convenienza economica" fissato dalla finanziaria del 2002.

Nei giorni scorsi anche il tribunale civile di Rimini si è pronunciato in senso favorevole ad un ente pubblico che, dopo aver rinegoziato tre contratti di interest rate swap, ha addirittura peggiorato la sua posizione finanziaria. Il giudice ha emesso una sentenza di nullità del contratto stipulato.

Per quanto riguarda Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige la situazione è decisamente migliore rispetto al Veneto. In Friuli-Venezia Giulia a fine 2009 il debito delle amministrazioni ammontava a 2,840 miliardi. A giugno 2010 se le amministrazioni locali avessero chiuso i contratti derivati accesi nel passato avrebbero dovuto soffrire una perdita pari a 9 milioni. Il rapporto tra questi 2 valori (9 milioni e 2,840 miliardi) è pari allo 0,32%, percentuale inferiore alla media nazionale, il che indica quanto i derivati stanno producendo nel Friuli-Venezia Giulia minori danni superiori rispetto alla media nazionale. Da inizio 2010 a giugno, tuttavia, all'opposto di quanto accaduto nel Veneto, in questa regione vi è stato solo un leggero aumento del costo (da 8 a 9 milioni). Per quanto riguarda il costo medio per ente a dicembre 2005 era pari a 3,5 milioni di euro mentre a giugno scorso era sceso a 1 milione (contro 3,3 milioni medi nazionali).

In Trentino-Alto Adige a fine 2009 il debito delle amministrazioni ammontava a 1,169 miliardi. A giugno 2010 le amministrazioni locali non avevano più nessun contratto derivato acceso. Unico caso in Italia assieme alla Valle d'Aosta.

giovedì 20 gennaio 2011

LIVORNO - SABATO 29 GENNAIO 2011

Comunisti insieme per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema

ricostruire e rifondare il partito comunista,

rilanciare la sinistra anticapitalista,

costruire un vasto fronte di resistenza alla crisi

“Torniamo al centro del conflitto sociale, no ai ricatti Fiat, basta con le politiche governiste”


Davanti a noi abbiamo una devastante crisi economica. Non è una semplice crisi finanziaria e nemmeno una normale crisi ciclica ma – su questo c’è ormai un consenso generalizzato, nonostante la propaganda dell’economia politica - una crisi più profonda e “di sistema”; probabilmente la crisi più grave di valorizzazione del capitale da molti decenni a questa parte.

I padroni cercano nuove e più efficaci strade per evadere le tasse, comprimere i salari e sottrarsi alle loro colpe e responsabilità. Sappiamo bene, infatti, che la crisi non è la stessa per tutti e che sono le classi sociali più disagiate - quelle classi che Gramsci chiamava «subalterne» - a pagarne i costi.

Quei soggetti sociali che fino a non poco tempo fa sarebbero stati senz’altro definiti “proletari” – il lavoro dipendente, il lavoro autonomo parasubordinato, il precariato di massa, la manodopera giovanile in formazione - si trovano oggi di fronte ad un ricatto quotidiano come quello messo in atto dalla Fiat di Marchionne: o accetti di venderti al prezzo più basso, rinunciando ad ogni diritto acquisito, oppure sei fuori e la tua stessa sussistenza è a rischio. Inoltre, per la prima volta dal dopoguerra questi ceti si trovano a fronteggiare la crisi senza una propria qualificata rappresentanza politica; senza una rappresentanza, cioè, che sia in grado di difenderne gli interessi immediati ma anche di proporre un’alternativa complessiva e di sistema.

Questa assenza, questa vera e propria catastrofe della sinistra politica che si è resa manifesta dall’aprile 2008, rende ancora più grave la crisi economica, perché alimenta una pericolosa guerra tra poveri – Nord contro Sud, bianchi contro neri, particolarismo contro particolarismo, lavoro contro ambiente… -, e le dà il segno di un’egemonia reazionaria. Ma quest’assenza e questa catastrofe non sono un fenomeno casuale e contingente. Sono semmai la conseguenza di un fatto molto semplice: tutti gli spazi di agibilità per ipotesi neoriformiste volte a disegnare un “capitalismo dal volto umano”, quali quelle tentate fino a qualche anno fa, sono oggi chiusi. Detto in soldoni: non c’è più una lira da redistribuire e il welfare tradizionale è definitivamente tramontato – a meno, aggiungiamo, di non voler mettere in discussione le cosiddette compatibilità ed il sacro vincolo della proprietà privata (profitti, grandi patrimoni, spese militari, evasione fiscale...).

Naturalmente, il padronato e la classe dominante stanno approfittando di questa crisi internazionale per distruggere lavoro, diritti, democrazia e ambiente, nella speranza di far ripartire i profitti a livelli per loro vantaggiosi nella competizione globale. Nel frattempo, i metalmeccanici e gli studenti, i precari e i lavoratori immigrati, i senza casa e i disoccupati, occupano i tetti e scendono nelle piazze per resistere alla crisi, ma i conflitti sociali nel paese, che pure si stanno moltiplicando, sono sparpagliati e privi di una sintesi comune. In altre parole, la lotta di classe c'è eccome, ma viene agita solo dai padroni verso le classi subalterne.

Come possiamo essere utili a questo movimento?

Non certo illudendoci di cavalcarlo, di egemonizzarlo o di imporre una qualche linea dall’alto. Ma nemmeno cercando di dimostrarci affidabili al PD e ai settori padronali più “moderni”, scegliendo in altre parole l’alleanza con Montezemolo invece che con Marchionne, come qualcuno purtroppo continua a fare. C’è bisogno, al contrario, di rifare su basi nuove lo stesso faticoso lavoro che ha portato, più di un secolo e mezzo fa, alla costruzione del movimento operaio. C’è bisogno, cioè, di riaggregare un vasto fronte di resistenza anticapitalista, che i comunisti devono sostenere apertamente e del quale devono provare ad essere protagonisti.

Non è sufficiente oggi essere meri spettatori o proporsi come improbabili sponde esterne. Il rischio è che le speranze di cambiamento sociale che le piazze esprimono vengano nuovamente frustrate dalle politiche inevitabilmente filo-capitalistiche di nuovi “governi amici”. In questo senso, ci pare chiaro che i tentativi di coinvolgere la sinistra di classe nelle primarie del PD sostenendo il leaderismo di Vendola, esattamente come la cancellazione della effimera svolta di Chianciano e la riproposizione di alleanze governiste da parte della FdS, ci riporteranno sulla stessa strada, sbagliata e fallimentare, dell’Arcobaleno.

Se vogliamo ricostruire e rifondare un partito comunista forte e credibile, questo è il momento della lotta e della costruzione di una vasta opposizione anticapitalista. D’altro canto, non sono sufficienti e adeguate nemmeno le risposte minoritarie finora messe in campo, con micro-partitini o col rifugiarsi in un movimentismo antipolitico inconcludente. Questa strada rischia solo di alimentare la diaspora silenziosa e la frammentazione delle forze comuniste e anticapitaliste.

Noi riteniamo, al contrario, che sia necessario urgentemente:

- agire per unire, collegare e salvaguardare le energie conflittuali, le militanze dei compagni/e collocati sia dentro che fuori i partiti comunisti della FdS; difendere le comunità resistenti e le esperienze politiche, in particolare quelle di base; mettere in contatto le diverse realtà critiche presenti nel paese, ancora scollegate e frammentate, al di là dei riferimenti a differenti aree e organizzazioni, per impedire che il dissenso diventi sfiducia e disimpegno;

- sviluppare tavoli di confronto permanenti tra tutte le esperienze comuniste ed anticapitaliste, sociali e politiche, disponibili ad una ricerca e ad un lavoro comune, e questo rigorosamente sul terreno dei contenuti, delle analisi e delle concrete esperienze nelle lotte sociali, proponendo la convergenza su battaglie comuni per costruire un processo di riaggregazione su contenuti di classe;

- rafforzare, monitorare e collegare la presenza dei/lle compagni/e, dei circoli e sezioni di PRC e PdCI, delle varie forze e realtà comuniste, nelle lotte sociali, agendo in maniera dialettica (impegno diretto, proposta, sintesi e orientamento politico nei/dei movimenti) e facendo anche la necessaria chiarezza sulla contraddizione sempre possibile tra impegno sociale e rappresentanza politico-istituzionale, che spesso rischia di distruggere la credibilità della nostra iniziativa politica;

- riaffermare la necessità di un partito comunista di quadri con un radicamento di massa, ma riempire questa enunciazione, che in sé rischia di essere formalistica e persino feticistica, di contenuti concreti. C’è bisogno di una riflessione di fondo su questioni centrali come la linea politica, la democrazia interna, la forma partito, il contrasto alla formazione e alla separatezza dei ceti politici, la critica alla “doppiezza”, all’istituzionalismo, al governismo così come al settarismo dogmatico. Occorre una adeguata formazione teorica e pratica, una rinnovata rielaborazione sulla questione giovanile e su quella meridionale, la differenza di genere, sul rapporto tra ambiente e contraddizione di classe, sul senso della militanza e la funzione indispensabile dell’opposizione, sulla gestione delle risorse.

- riaggregare su programmi e obiettivi concreti una sinistra anticapitalista, un ampio fronte di realtà sociali e politiche presente nei luoghi del conflitto, con l’obiettivo di ricostruire una rappresentanza autonoma e indipendente della classe e favorire la costituzione di un Blocco Sociale antagonista agli interessi del capitalismo.

Proponiamo un primo incontro nazionale a tutti/e i/le compagni/e, alle forze comuniste e anticapitaliste e a tutte le realtà interessate a questo percorso.

L’incontro si terrà sabato 29 gennaio 2011 a Livorno, perché l’occasione del 90° anniversario della fondazione del PCdI (21 gennaio 1921) non sia una mera celebrazione retorica ma rappresenti un’occasione per ripensare e rilanciare l’unità e l’autonomia dei comunisti nel nostro paese. Per tornare ad essere il cuore dell’opposizione di classe, per un’alternativa di sistema e non per un’alternanza di governo.

sabato 15 gennaio 2011

A Mirafiori riparte la lotta di classe, perchè la dignità non ha prezzo.

I risultati del referendum tra i lavoratori Fiat a Mirafiori non lasciano spazio ad interpretazioni, nonostante la spudoratezza di certi commenti provenienti da altre sigle sindacali.
Il 47% di “No” segna oltre ogni dubbio la vittoria della dignità al cospetto di chi ha inscenato una vergognosa campagna ricattatoria contro gli operai pretendendo, in cambio di investimenti, la rinuncia a diritti indisponibili.
La Cgil si è schierata a fianco della sua categoria, rivendicando la dignità del sindacato maggiormente rappresentativo e di tutti i lavoratori, e ha poi assistito indignata alle intollerabili prese di posizione del premier Berlusconi a sostegno dell'irresponsabilità dell'ad Fiat Marchionne.
Ora governo e azienda devono prendere atto dell'esito del voto ben aldilà della risicatissima vittoria del “Sì”. La competizione al ribasso - quella che incide sulla riduzione del costo del lavoro e delle garanzie sociali lasciando intatte le vere ragioni del pauroso deficit di competitività del Lingotto - non aiuterà certo la Fiat a stare sul mercato globale.
E' dunque necessario che i vertici aziendali cambino immediatamente atteggiamento, rispettando fino in fondo le prerogative di tutti i dipendenti preoccupati sia per il loro futuro sia per la lesione sistematica dei diritti prevista dall'accordo stesso. La vertenza resta dunque aperta.
E qualora dovessimo continuare ad assistere a provocazioni – a cominciare da nuovi ricatti contrapposti alla sacrosanta protesta – noi lanceremo immediatamente la proposta di nazionalizzazione della Fiat. Perché stiamo parlando di un patrimonio dell'Italia e dei suoi lavoratori.


Nonostante il ricatto morale e materiale al quale erano sottoposti, " o voti si o ti mandiamo in mezzo ad una strada" , quasi la metà complessiva degli oltre 5.000 lavoratori dello stabilimento FIAT di Mirafiori ha deciso eroicamente di non piegarsi ai "dictat" di Marchionne e al suo piano industriale neo-schiavista . Decisivo per lo spostamento del verdetto finale in favore del SI è stato il voto favorevole dei 500 impiegati e dirigenti intermedi i quali partecipavano al voto anche se l'accordo sui quali erano chiamati ad esprimersi non toccava minimamente le loro posizioni contrattuali.

La memoria non può che tornare quindi al 1980 quando la cosiddetta "marcia dei colletti bianchi" impose la fine dell'occupazione dello stabilimento Torinese che durava ininterrotta da 35 giorni, segnando forse la più cocente sconfitta del movimento operaio del dopoguerra. Da allora, in questi ultimi trent'anni, la classe operaia ha vissuto il più brutto periodo della sua storia: ha visto l'introduzione del lavoro precario e interinale, il diminuire dei salari, l'innalzamento dell'età pensionabile e la perdita dei diritti sindacali. Il tentativo attuale del padronato, del quale gli accordi di Pomigliano e Mirafiori sono solo rappresentazioni, va oltre anche a queste sconfitte: si vuole di fatto, riportare i metodi produttivi all'800 e le condizioni dei lavoratori a quelle dello schiavismo.

Ieri come oggi, per perseguire i loro interessi, i padroni hanno trovato degli alleati all'interno dei lavoratori stessi, nei sindacalisti "gialli" e nei capi-reparto. Laddove non può la disperazione personale dell'operaio arriva il padrone a corrompere, a comprare,dividere, mentire e ingannare: A mettere gli uni contro gli altri i lavoratori.

Resta il fatto che nei centri produttivi dello stabilimento, nelle carrozzerie il NO ha vinto ovunque, e senza il voto dei "quadri" asserviti, il NO avrebbe vinto, anche se di misura, nel totale dei lavoratori. Marchionne non esce quindi per nulla vincitore da questo scontro. Da oggi infatti egli è consapevole che la maggioranza degli operai lo avverserà continuamente, che questi potranno contare nel futuro anche dell'appoggio di chi ha votato SI solo per disperazione, che attorno alla resistenza eroica degli operai di Mirafiori si sta serrando un fronte unitario di lotta pronto a mettere in piedi uno sciopero generale ad oltranza.

Insomma se trent'anni fa Mirafiori segnò la fine della lotta di classe in Italia, oggi Mirafiori può e deve diventare l'emblema e il punto di partenza di una nuova stagione di lotta operaia.

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Non c'è nessuna vergogna nella resa degli operai della Fiat. Ciò che doveva avvenire è avvenuto implacabilmente. La classe operaia italiana è livellata sotto il rullo compressore della reazione capitalistica. Per quanto tempo? Nulla è perduto se rimane intatta la coscienza e la fede, se i corpi si arrendono ma non gli animi.
Gli operai della Fiat per anni e anni hanno lottato strenuamente, hanno bagnato del loro sangue le strade, hanno sofferto la fame e il freddo; essi rimangono, per questo loro passato glorioso, all'avanguardia del proletariato italiano, essi rimangono militi fedeli e devoti della rivoluzione.
Hanno fatto quanto è dato fare a uomini di carne ed ossa; togliamoci il cappello dinanzi alla loro umiliazione, perché anche in essa è qualcosa di grande che si impone ai sinceri e agli onesti.

(tratto da Antonio Gramsci, "L'Ordine Nuovo", 8 maggio 1921)

venerdì 14 gennaio 2011

Resisteremo al fascismo aziendale

Questo inizio di anno 2011 non ha portato nessuna buona notizia sul fronte del lavoro e dei diritti in generale, calpestati ad ogni piè sospinto, basti pensare che Marchionne è stato eletto l'uomo dell'anno dal Sole 24 ore, giornale della Confindustria, proprio quella confederazione degli industriali che Marchionne ha deciso di lasciare, per essere libero da vincoli per intraprendere il "suo piano di rinascita" ( da non confondere con quella di Gelli ) "industriale ovviamente", per un mondo del lavoro al ribasso.
Non mi resta altro che lasciare spazio alle parole di Cremaschi che riassumono tutto il dramma dell'Italia di oggi.



Comunque vada il referendum a Mirafiori noi andremo avanti. La lotta contro l’autoritarismo e il fascismo aziendale di Marchionne e per un lavoro dignitoso e libero continuerà.

E’ stata la Fiat a volere questo referendum, come hanno mostrato anche le goffe richieste di alcuni sindacati di rinviarlo. E’ stata la Fiat a volere il giudizio di Dio conclusivo sul contratto nazionale e sui diritti e le libertà sindacali.

I lavoratori di Mirafiori dovrebbero votare per conto di tutti i lavoratori italiani la rinuncia a tutto. Questo referendum non ha alcuna legittimità formale e morale, è solo una brutale estorsione a danni di lavoratrici e lavoratori che, in condizione libera, non avrebbero un dubbio a dire di no. La Fiat per prima ha dichiarato di non essere disposta ad accettare il no minacciando la chiusura della fabbrica. Perché allora, nel caso opposto, dovrebbe farlo la Fiom? Sapendo che anche coloro che voteranno sì lo faranno con la rabbia e le lacrime agli occhi?

Che il principale partito di opposizione, che si autodefinisce democratico, non veda la lesione dei principi costituzionali della democrazia in questo plebiscito autoritario, è la più grande vittoria di Berlusconi. Questo referendum è illegittimo formalmente e moralmente, anche perché secondo l’accordo dovrebbe essere l’ultima volta che si vota. Come in tutte le tirannie, si vota di non votare mai più. Non si eleggeranno più le rappresentanze sindacali, e le assemblee di oggi dovrebbero essere le ultime libere. Le iscrizioni alla Fiom saranno proibite, così come qualsiasi forma di libera scelta sindacale. Come chiamare questo, se non fascismo aziendale? D’altra parte, per imporre le condizioni di supersfruttamento che vuole la Fiat si può solo creare un regime di ricatto permanente. Anche dopo il voto, se dovesse passare il sì, i lavoratori subiranno sempre la minaccia o del licenziamento individuale, con le clausole capestro che saranno costretti a firmare uno
per uno, o della chiusura della fabbrica, come è scritto nell’accordo.

Di fronte a questa vergogna tutte le parole paiono insufficienti e forse solo le lacrime del pensionato Fiat, comparse su tutte le tv, esprimono il dramma. Chi vede in questo il progresso o è un mascalzone o è un’idiota.

Comunque vada il voto i lavoratori non resteranno soli perché avranno la Fiom al loro fianco, dentro e fuori dalla fabbrica, nell’iniziativa sindacale così come di fronte ai giudici. La Fiom non firmerà mai questo accordo e continuerà la lotta per rovesciarlo. Non ci sono riusciti i tedeschi, nel 1945, a distruggere Mirafiori, non ci riuscirà Marchionne oggi.

Giorgio Cremaschi

venerdì 31 dicembre 2010

DICHIARAZIONE D’INTENTI DEI COMPAGNI E DELLE COMPAGNE DELLA TOSCANA

LAVORO SOLIDARIETA’ PER LA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA:

Nessun esponente della sinistra di classe italiana siede più nel Parlamento nazionale e nel Parlamento europeo. E’ dalla fine dell'Ottocento, quando fu eletto il primo deputato socialista nel parlamento, fatto salvo il periodo fascista, che questo non accadeva. Il lavoro è privo di rappresentanza politica anche sul piano squisitamente istituzionale. Le forze presenti nel Parlamento all’opposizione del governo Berlusconi sostengono l’equidistanza tra capitale e lavoro come tratto costitutivo (PD), oppure si caratterizzano per un populismo demagogico che affida alla “legalità” la risoluzione dei conflitti fra impresa e lavoro (IDV). Vi è il fondato rischio che l’Italia approdi definitivamente ad una “americanizzazione” del quadro politico e sociale, dove interessi sociali e rappresentanza politica si riferiscano a frazioni della borghesia e dei gruppi industriali ed editoriali, in concorrenza si, ma esclusivamente all’interno del medesimo riferimento sociale e culturale. Il mercato, la libera concorrenza, la proprietà privata, l’equiparazione tra lavoratore ed imprenditore: il dominio del capitalismo e la sua sacralità. Lo stesso sistema istituzionale, attraverso una legge elettorale maggioritaria con premio di maggioranza, e l’accentramento negli esecutivi della residua dialettica politica, a scapito delle assemblee rappresentative, si organizza coerentemente con l’esclusione del lavoro come soggettività politica autonoma. L'iniziativa di Marchionne - antidemocratico, illiberale e autoritario, così definito dalla segretaria generale della CGIL Susanna Camusso - sul piano sociale è complementare a quella di Berlusconi sul piano politico-istituzionale. La firma di CISL e UIL li trasforma, oggettivamente, in sindacati aziendalisti che propagandano la posizione della FIAT. L'esclusione della Fiom-CGIL dalle fabbriche del gruppo FIAT, voluta da Marchionne ed appoggiata e difesa da CISL e UIL, rappresenta un ritorno agli anni Cinquanta, quelli della cacciata dei comunisti dalle aziende e dei reparti confino. La costituita Federazione della Sinistra, momento fondamentale di aggregazione della sinistra anticapitalista, deve assumere in pieno la gravità storica di questo passaggio. Una sinistra anticapitalista che non rinunci ad una teoria generale della transizione al socialismo e ad una idea di modello alternativo di società, pena l’essere subordinata alla cultura borghese e condannata a confliggere all’interno del recinto della società capitalista. Prc, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro-Solidarietà, consapevoli della necessità di dar vita ad un nuovo soggetto politico, hanno dato prova di umiltà, nel riconoscere che ciascun soggetto era singolarmente inadeguato alle necessità, e di grande generosità, affidando alla Federazione della Sinistra il compito di invertire la tendenza alla divisione ed alla frammentazione che tanto danno ha arrecato alla sinistra e soprattutto alla classe operaia. A questa unità non c’è alternativa, pena una miseranda lotta fratricida fra quel poco che resta delle tradizioni della sinistra di classe. Nella Federazione vivono i momenti più alti della storia del movimento operaio italiano, la tradizione comunista (proveniente dal PCI e dalla nuova sinistra) e quella socialista (con particolare riferimento alle capacità di analisi del capitalismo italiano “maturo” degli anni ’60 e ’70), l’antifascismo e le grandi lotte dei movimenti per la pace ed i diritti civili. La Federazione della Sinistra riafferma, finalmente, la centralità del lavoro. La sinistra italiana si è infatti progressivamente trasformata da soggetto rappresentativo di forti interessi di classe e portatore di un progetto di società alternativa, in un’area politico culturale definita da valori: una forza d’opinione non radicata nella classe. Gli operai - e più complessivamente il lavoro dipendente privato e pubblico-, venuti meno i partiti politici di massa, sono privi di potere politico. Si crea così uno squilibrio fra le classi sociali che mina la stessa Costituzione repubblicana. A opporsi in prima linea, nei luoghi di lavoro, è rimasta solo la CGIL come grande organizzazione di massa. Appare evidente come l’unica grande forza di contrasto alla distruzione dei diritti dei lavoratori, allo loro frantumazione, al razzismo e a tutela della democrazia come sintesi non solo di libertà e diritti politici ma anche di diritti materiali sia proprio la CGIL. Ma senza una forza politica che rappresenti e organizzi il lavoro la stessa tenuta della CGIL è messa a dura prova. La stessa CGIL, in assenza di una prospettiva di trasformazione generale della società e di un adeguato partito che rappresenti gli interessi di classe, è da troppo tempo sulla difensiva. I sindacati infatti, anche quando si muovono al meglio delle loro potenzialità, in assenza di un partito dei lavoratori di ispirazione socialista e comunista, sono destinati a muoversi su un piano di subordinazione e di resistenza. La presenza dei partiti di massa nei luoghi di lavoro alimentava infatti la diffusione tra i lavoratori di una cultura e di una progettualità che vivificavano l’azione dei sindacati. Questa è la precondizione per una ripresa dell’offensiva da parte della CGIL. Questa è per noi l’importanza strategica della Federazione della Sinistra, che va fatta vivere senza remore e titubanze come soggetto politico unitario ed autonomo. Per noi che abbiamo dato vita all’associazione Lavoro-Solidarietà, sindacalisti e delegati della CGIL che ritengono fondamentale mettere la propria faccia direttamente anche sul piano dell’iniziativa politica, la Federazione merita tutto il nostro impegno e la nostra passione. Allargare l’adesione alla proposta politica e ideologica di Lavoro-Solidarietà a tutti quanti e tutte quante ne condividano il profilo è il nostro impegno per l’oggi.

1. Per la difesa della Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza
antifascista, organizzata sui partiti di massa e sulla libera espressione del conflitto di classe, fondata sul lavoro.

2. Per il ripristino di una legge elettorale proporzionale senza sbarramento che ridia centralità del Parlamento e renda possibile la rappresentazione nella sfera istituzionale di forze politiche fondate sul lavoro.

3. Per un sistema di rappresentanza delle forze sindacali basato sul consenso ottenuto nelle votazione nelle RSU - da estendere obbligatoriamente a tutto il mondo del lavoro - e dalle adesioni certificate, in modo che nessuna minoranza possa sottoscrivere contratti validi per tutti i lavoratori, stabilendo altresì la possibilità che in caso di disaccordo da parte di forze sindacali rappresentative possa essere indetto, anche a fronte della firma di organizzazioni sindacali rappresentative dalla maggioranza dei lavoratori, un referendum sull’intesa eventualmente sottoscritta.

4. Per una politica industriale che impedisca la marginalità dell’Italia all’interno della divisione internazionale del lavoro, nella consapevolezza che la borghesia nazionale è totalmente incapace di svolgere questo ruolo, affidando i propri guadagni alla rendita e a forme di monopoli privati figli della svendita del patrimonio e delle competenze del pubblico.

5. Per l’intervento diretto dello Stato nei settori industriali strategici, ripubblicizzando altresì tutte le attività che rivestono un interesse collettivo prioritario, come le imprese a rete (energia, trasporti, acqua, rifiuti, telecomunicazioni) ed i beni comuni.

6. Per la riconquista di un sistema contrattuale di regole certe ed universali per tutti i lavoratori, che riunifichi il mondo del lavoro e che operi un recupero salariale reale, anche attraverso una distribuzione di una quota della crescita di produttività, tale da portare, in un tempo ragionevole, il monte salari globale al 50% del reddito nazionale, a fronte della quota attuale del 40%. Non c’è difesa della Costituzione possibile se non difendendo il ruolo politico del lavoro, e quindi il suo potere, a fronte del potere dell’impresa. Questione democratica e questione sociale per noi si tengono reciprocamente.

7. Per una proposta elettorale che metta in campo uno schieramento ampio, di alleanza democratica, a fronte della presenza di una destra eversiva come quella rappresentata dall’attuale maggioranza di Governo.

8. Per una proposta elettorale che contenga altresì elementi programmatici qualificanti sul piano sociale, come l’abolizione di tutte le normative che precarizzano il lavoro, distruggono l’Università e la scuola pubblica, aboliscono “di fatto” il diritto del lavoro sostituito dalla norma sull’arbitrato.

9. Per una politica industriale che una volta individuati i settori manifatturieri sui quali puntare utilizzi anche l’intervento diretto dello Stato nella proprietà, come accade in molti paesi europei.

10. Per una tassazione delle rendite e dei grandi patrimoni in modo da finanziare sia l’estensione e la riforma degli ammortizzatori sociali che politiche di sviluppo e infrastrutturali che indichino una via alta dello sviluppo, da accompagnare con maggiori investimenti in istruzione e ricerca.

11. Per la creazione di una cultura di governo di sinistra, per dire non solo cosa non bisogna fare, ma cosa si deve e si può fare e soprattutto cosa faremmo se riuscissimo ad ottenere i consensi necessari a governare. Per cosa dovremmo essere votati e soprattutto quale dovrebbe essere la tangibile utilità sociale per i soggetti che vogliamo rappresentare. Organizzare anzi, non solo rappresentare.

12. Per aprire da subito una offensiva politica nei confronti di Sinistra Ecologia e Libertà, per costruire una piattaforma programmatica comune in modo da riempire di contenuti più avanzati l’alleanza democratica.

13. Per la riunificazione, all’interno della Federazione, di tutti i comunisti e le comuniste, che vada oltre il necessario superamento della divisione del Prc e del Pdci, due partiti che nel nome si dicono comunisti e nel simbolo hanno la falce e martello. Processo che non sia esclusivamente organizzativistico, ma si confronti sull’analisi del capitalismo attuale e sulla storia del movimento comunista internazione, in modo da indicare quale prospettiva possa assumere l’indicazione del Socialismo del XXI° secolo.

Stare nella Federazione con le posizioni di Lavoro Solidarietà significa quindi rafforzare gli elementi di classe del progetto, rafforzare una visione maggioritaria della nostra iniziativa politica e del nostro radicamento sociale, comprendere la centralità della CGIL nello scontro sociale attuale, valorizzandone le iniziative, ponendosi come interlocutore privilegiato all’interno delle varie forze politiche. Per una forza di classe che organizzi la classe, facendo particolare attenzione alla forza lavoro precaria ed a quella immigrata - operai, 8 milioni e 149 mila secondo la rilevazione Istat del 2008, larga parte del lavoro dipendente pubblico privato d’altro genere, 7 milioni 301 mila sempre Istat 2008, giovani lavoratori atipici, gran parte del falso lavoro autonomo, migranti, disoccupati, gran parte dei pensionati: pur rappresentando la maggioranza della popolazione e ciò che dovrebbe costituire il blocco sociale della sinistra sono ad oggi divisi ed egemonizzati da 250 mila imprenditori privati e dalla parte abbiente di 3-4 milioni di lavoratori autonomi -, che faccia del marxismo il proprio strumento di analisi, che valorizzi il pensiero di Antonio Gramsci, che non sia né settaria né minoritaria – quando necessario magari estremista - , che sfidi la SEL sul terreno dell’unità della sinistra ed il Pd sul piano dell’alleanza democratica contro la destra eversiva. Una forza che riprenda il ripudio della guerra come risoluzione delle controversie internazionali, così come sancito nella Carta Costituzionale, ma soprattutto così come vive ed è sempre vissuto all’interno del movimento dei lavoratori, riprendendo anche una battaglia antimilitarista. Che stia sempre dalla parte della ragione: quella dei lavoratori e delle lavoratrici, della loro dignità, dei loro diritti e del loro potere organizzato.
Questo è il tempo della semina.

Firenze, dicembre 2010

lunedì 13 dicembre 2010

La crisi economica aumenta le disuguaglianze

Lo tsunami della crisi economica si sta abbattendo sui paesi che meno hanno contribuito a scatenarla. A questo ritmo, l'obiettivo di sradicare la fame e la povertà entro il 2015 rischia di rimanere un miraggio per la maggior parte dei paesi nel mondo. Lo denuncia la rete internazionale Social Watch nel rapporto “People First” diffuso in questi giorni. “Studiando l'impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i paesi impoveriti e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono nuovi poveri”, afferma Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia. “Fra le prime vittime del crollo dei mercati finanziari vi sono i più poveri che, spendendo dal 50 all’80% del loro reddito in beni alimentari, risentono maggiormente dell'aumento del costo delle derrate agricole. Ma anche le donne, spesso impiegate in lavori precari o a cottimo, con minori salari e più bassi livelli di tutela sociale”. Tramite l’Indice delle Capacità di Base (BCI), il rapporto analizza lo stato di salute e il livello dell’istruzione elementare di ciascun paese. I risultati sono preoccupanti: al 2009, quasi la metà dei paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell'Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio. “Le cifre rivelano una situazione di disuguaglianza drammatica in tutto il mondo, sebbene i dati elaborati si riferiscano a un periodo in cui la crisi economica doveva ancora produrre i suoi effetti più profondi”, afferma Jason Nardi. “La crisi finanziaria offre un'opportunità storica per ripensare i processi decisionali in politica economica attraverso un approccio basato sui diritti umani”.

Il BCI è un indice alternativo che definisce la povertà non in termini di reddito, ma in base alla possibilità di godere di alcuni diritti fondamentali. In particolare, l’indice è costruito attraverso l'analisi di alcuni fattori determinanti per lo sviluppo di un paese: la percentuale di bambini che arriva alla quinta elementare, la sopravvivenza fino ai cinque anni di età e la percentuale di nascite assistite da personale qualificato. A livello mondiale, emerge che nel 18% dei paesi è in atto una regressione in alcuni casi accelerata. Tra questi, il 41% fa parte dell’Africa subsahariana. Un dato preoccupante per una regione che già in precedenza registrava i valori più bassi. L'Asia meridionale sta invece progredendo rapidamente, pur partendo da valori molto bassi, mentre in America Latina e nei Caraibi non si registrano miglioramenti. Al ritmo di sviluppo attuale, solo Europa e Nord America potrebbero raggiungere entro il 2015 valori accettabili dell'indice. Ciò significa che, in mancanza di cambiamenti sostanziali, per tale data gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio concordati a livello internazionale non verranno raggiunti.

Lo scenario desta ancor più preoccupazione se si considera che solo Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda e Lussemburgo hanno rispettato gli obiettivi delle Nazioni Unite, destinando almeno lo 0,7% del Pil all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps). Nonostante le ripetute promesse del nostro governo, si prevede che l'Aiuto Pubblico allo Sviluppo in Italia subirà un drammatico taglio, scendendo dallo 0,2% del PIL a meno dello 0,17%. Al pari della Grecia e di poco al di sopra della Repubblica Ceca, l'Italia si ritrova così agli ultimi posti tra i paesi industrializzati.

Le differenze tra uomo e donna non si riducono, mentre cresce la distanza tra i paesi più virtuosi e quelli in cui la discriminazione è maggiore. Lo rivela l'Indice di Parità di Genere (GEI), sviluppato e calcolato per il 2009 dal Social Watch. Il GEI analizza la disparità tra i sessi, classificando 157 paesi in una scala in cui 100 indica la completa uguaglianza tra donne e uomini.

I valori più alti nell'Indice di Parità di Genere sono attribuiti alla Svezia (88 punti). Seguono Finlandia e Ruanda - entrambi con 84 punti nonostante l'enorme differenza in termini di ricchezza tra i due paesi. Poco al di sotto si classificano Norvegia (83), Bahamas (79), Danimarca (79) e Germania (78). L’indice dimostra quindi che un alto livello di reddito non è sinonimo di maggiore uguaglianza e che anche i paesi poveri possono raggiungere livelli di parità molto elevati, sebbene uomini e donne vivano in condizioni non facili. In questa speciale classifica, l’Italia scende rispetto al 2008 dal 70° al 72° posto, con un valore di 64 punti, collocandosi subito dopo paesi come Grecia, Slovenia, Cipro e Repubblica Dominicana (66). Confrontando il dato dell’Italia con la media europea (72), emerge il ritardo del nostro paese nel raggiungere un’effettiva uguaglianza di genere.

“L’indice della parità di genere rivela se una società sta evolvendo verso una maggiore equità di genere o rimane ferma. La mancata riduzione del divario nei diritti tra uomo e donna conferma la miopia dei governi. La distinzione tra paesi del cosiddetto Sud del mondo e quelli del Nord sviluppato è sempre più sfumata”, afferma Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia. “La promozione della parità tra i sessi è uno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: i nostri dati dimostrano che quell’obiettivo invece di avvicinarsi si sta allontanando”. Nelle prime 50 posizioni dell’indice sono compresi i due terzi dei paesi dell’Unione Europea, ad esclusione di paesi come Irlanda, Slovacchia, Repubblica Ceca, Grecia e Italia. Tra i primi 50, c’è inoltre una significativa rappresentanza di paesi in via di sviluppo, tra i quali Filippine, Colombia, Tanzania e Thailandia. L’insufficiente progresso nella riduzione della disparità di genere ha portato, in molte realtà, a una crescente polarizzazione: mentre nei paesi dove l'uguaglianza è maggiore si registra una tendenza verso il miglioramento, gli Stati con livelli di discriminazione più elevati evolvono in modo negativo. É il caso dell'America Latina e dei Caraibi, da una parte, e dell'Asia Orientale e del Pacifico, dall'altra. Crisi economica: donne più vulnerabili

La situazione di estrema disuguaglianza tra uomo e donna è stata aggravata dall'attuale crisi economica. Le donne, infatti, sono più esposte alla recessione globale perché hanno minore controllo della proprietà e delle risorse, sono più numerose nei lavori precari o a cottimo, percepiscono minori salari e godono di livelli di tutela sociale più bassi. L'ONU riferisce che il tasso globale di disoccupazione femminile potrebbe arrivare al 7,4%, contro il 7,0% di quella maschile. Ciononostante, il Social Watch ricorda che la crisi non presenta soltanto sfide, ma anche l’opportunità di cambiare l'architettura finanziaria globale e definire politiche innovative, basate sull’equità e sul rispetto dei diritti.

L'indice GEI è composto da una serie di indicatori della disparità di genere che coprono tre dimensioni: l'istruzione, la partecipazione all'attività economica e l'empowerment (concessione di pieni poteri alle donne). L'analisi del divario nei tassi di alfabetizzazione e di iscrizione a scuola dei diversi paesi mostra che i progressi registrati nella sfera dell'istruzione sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli registrati nelle altre dimensioni della parità di genere. Nell'accesso agli spazi decisionali e nell'esercizio del potere, invece, la disuguaglianza tra uomini e donne è più evidente: non c'è un solo paese dove le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di partecipare ai processi economici o socio-decisionali. I progressi nella partecipazione all'attività economica registrati nel 2008, infine, sono stati completamente azzerati nel 2009. In particolare nella regione dell'Africa subsahariana.

domenica 12 dicembre 2010

Resoconto Consiglio Comunale del 29 novembre 2010

Dopo due mesi dallo scorso consiglio comunale ci siamo ritrovati a dover affrontare un ordine del giorno di 15 punti, dove negli ultimi giorni, fino un ora prima del consiglio, abbiamo sostenuto un tour de force per le commissioni che si sono susseguite una dopo l’altra.

Al primo punto ci sono state due mozioni, simili nell’argomento, ma distanti nella richiesta, visto che si parlava della ZTL all’interno del castello di Monteriggioni dove già esisteva, ma non era più sostenibile il transito e la sosta dei privati e degli operatori commerciali e andava rivisto il regolamentato.
Ovviamente per il suddetto regolamento ha competenza la giunta ma l’indirizzi gli devono essere forniti dal consiglio, quindi sono approdate in consiglio le due mozioni, dove quella del centro sinistra prendeva quello di buono che era stato fatto finora apportando gradualmente altre regolamentazioni alla circolazione e alla sosta, nello specifico a rilasciare permessi in misura agli stalli di sosta, a rilasciare permessi ai residenti senza scadenza, a prevedere il carico e scarico merci soltanto nella mattina, ad intensificare i controlli con la polizia municipale, ecc.

Quella del Polo, riconosceva che la pratica della pedonalizzazione è necessaria nei centri di interesse storico, che ovviamente questo apporta una riqualificazione ambientale utile per il luogo stesso e per i turisti che ne usufruiscono, e che in sostanza i parcheggi all’esterno delle mura erano sufficienti per l’uso esclusivo sia dei residenti sia degli operatori commerciali, quindi le loro richieste erano di limitare la totalità del transito, con il divieto assoluto di sosta e di fermata, compreso ai portatori di handicap, cosa secondo me veramente discriminatoria e inaccettabile, per non parlare della rimozione totale della segnaletica orizzontale e verticale.

Ne è scaturita una discussione molto variegata, con spunti di riflessione, ma al momento del voto è passata la linea della maggioranza, che in questa circostanza condivido, in quanto il luogo è si di interesse storico, architettonico, turistico, ma è cosi attrattivo perché all’interno ancora vivono delle persone, molte delle quali anziane, e per le quali delle forti restrizioni alla circolazione e alla sosta possono portare a dei disagi non indifferenti, quindi il passaggio va fatto gradualmente.

La mozione successiva è stata voluta e sottoscritta da tutti i gruppi consiliari con la richiesta di moratoria sulla pena di morte, rievocando la vicenda Sakineh Mohammadi Ashtiani, che è stata condannata nel maggio 2006 per aver avuto una "relazione illecita" con due uomini ed è stata sottoposta a 99 frustate, come disposto dalla sentenza.
Successivamente è stata condannata alla lapidazione per "adulterio durante il matrimonio", accusa che lei ha negato.

Questo esempio ancora una volta mette in evidenza le condizioni in cui versano i diritti delle donne, che sono ancora una volta negati, e questo fa si che si possa perpetrare le più feroci violenze nei loro confronti.
Sullo slancio di questa vicenda, del suo caso umano, che il Comune di Monteriggioni tutto, vuole riaffermare il diritto universale alla vita chiedendo nelle sedi preposte la moratoria della pena di morte, per accelerare un processo che ha già visto dagli anni 90 oltre 50 paesi rinunciare al suo uso e il suo uso restringersi in molti paesi per un accresciuto rispetto della vita umana e per riaffermare il diritto fondamentale di ogni individuo alla vita.
Permette di fermare un sistema giudiziario che non è mai infallibile. Permette di introdurre misure alternative sempre aperte alla riabilitazione umana, capaci di risarcire la società e di scoraggiare ogni senso di vendetta.

Non si può togliere quello che non si può restituire.
Non si può aggiungere una morte alla morte già avvenuta.
Non si può legittimare, da parte dello stato, il diritto a infliggere la morte mentre si vorrebbe sostenere il diritto alla sicurezza della vita.

Lo stato e la società civile non può mai scendere al livello di chi uccide. Una giustizia capace di essere sempre dalla parte della vita è la via per riconciliare interi paesi e popoli dopo sanguinose guerre e atroci sofferenze, come mostra la scelta coraggiosa contro la pena capitale di paesi come Ruanda, Burundi, Cambogia, che hanno vissuto un terribile genocidio, come indica il Sudafrica che è uscito dall’apartheid senza pena di morte e indicando la strada di una giustizia senza vendetta.
E’ passata all’unanimità.


Al punto successivo dopo l’approvazione dei verbali della seduta del 29 di settembre c’era il riordino degli uffici e dei servizi, adeguamento alla normativa che fa riferimento alla famosa legge Brunetta, che è stato rimandato alla seduta successiva per aggiungere un comma, voluto dal PdL.
Su questo punto all’ordine del giorno farò al momento opportuno due considerazioni distinte, una tecnica perché come ci ha illustrato il segretario in commissione, è stato fatto un lavoro di riordino di tutti gli allegati e integrazioni che facevano parte del vecchio regolamento ma erano state approvate in tempi diversi e portate dentro allo stesso, che la disciplina in materia di riordino degli uffici va contestualizzata sulla dimensione del nostro comune e sulle esigenze degli uffici perché il tutto sia più armonioso possibile, ma del resto esisteva già qualcosa con il dlgs del 2000, dove già si parlava di valutazioni e il riferimento era il “peg”.
L’altra considerazione è più politica in quanto il dlgs del 2009 non è altro che il recepimento della legge Brunetta in materia di riordino degli enti locali e quindi non posso che fare una critica nella sua impostazione di massima dove nelle parole “merito, performance, trasparenza, si nasconde un solo risultato, ed è specificato nella norma stessa come indicatore primario, cioè “collegamento tra obbiettivi ed allocazione delle risorse” cioè ancora una volta una norma circolare dove l’una è complementare al’altra, di conseguenza il badget diventa un pilastro portante della norma, dove nel riordino si nasconde una sempre più costante riduzione dei costi, limitazione e controllo della spesa degli uffici, e quindi di conseguenza una limitazione all’autonomia dell’ente, perché abbiamo già visto con il patto di stabilità quante restrizioni alla spesa e quindi all’autonomia, delle scelte degli enti locali, alla faccia del federalismo, questo riordino non è altro che la continuazione di questa politica di tagli e controllo della spesa, che portano in primo luogo alla limitazione di autonomia dell’ente da parte del governo centrale con delle leggi ad ok.
Al punto7 c’è stata la modifica del regolamento di contabilità sulla disciplina alla prestazioni di fideiussioni, accollo, subentro, e di altro genere da parte del Comune, per operazioni di indebitamento destinate ad investimenti di interesse pubblico da parte di aziende speciali, consorzi di cui fa parte, società di capitali di cui è socio e da altri enti da esso dipendenti diversi dalle società di capitali.

Al punto 9 c’è stato il piano delle opere pubbliche in quanto è strettamente legato al bilancio, per cui erano state fatte delle variazioni di spesa e sulle stesse dovevano essere portate in consiglio per la votazione.
L’unica nota stonata, è stata la convocazione della commissione un ora prima della seduta consiliare, senza nemmeno l’invio della documentazione ai commissari delle voci per cui facevamo la variazione di importo, che denota una scarsa organizzazione e una scarsa considerazione dei commissari dei gruppi di minoranza che ne fanno parte.
Le variazioni apportate, anche se di lieve entità e magari opportune, non hanno permesso nient’altro che la mera presa d’atto di quello che ci illustrava l’assessore, quindi anche per questo il mio voto è stato negativo.
Le variazioni erano sulla rifiuterai del pian del Casone, un piccolo aumento di spesa, sul museo della Francigena dove veniva tolto l’intero importo di 400mila euro, sul progetto a Badesse di “cose comuni”, che anche questo progetto veniva azzerato, le recinzioni dei campi sportivi che venivano aumentato il capitolo di 20 mila euro, il rifacimento delle strade asfaltate che passava da 100mila a 138 mila euro, il completamento delle opere di urbanizzazione del Rugio, avendo escusso la fideiussione a suo tempo stipulata con l’impresa costruttrice, e il capitolo della protezione civile al quale veniva tolto 10mila euro in quanto nel mese di dicembre non era previsto nessun intervento.

Al punto 10 c’era il bilancio di previsione 2010 e piano esecutivo di gestione ratifica delibera di giunta n° 190 del 04 novembre 2010
Al punto 11 l’estinzione del mutuo di 1milione e 200mila euro contratto con la banca MPS, utilizzo avanzo di amministrazione 2009
Al punto 12 bilancio di previsione 2010 assestamento generale – variazioni - approvazione
Su questi punti trattandosi di bilancio, per coerenza, visto che avevo votato contro al bilancio di previsione scorso, ho ridato il mio voto contrario sul punto 10 e sul punto 12, dove comunque farò una riflessione sul consuntivo del 2010, dove non ci saranno previsioni ma sarà il risultato amministrativo di quest’anno, e come ho ripetuto, il mio voto sarà sull’insieme delle voci che formano il bilancio e non sulle singole variazioni che possono essere forvianti e improcrastinabili sul momento.
Sul punto 11 mi sono astenuto visto che con il patto di stabilità l’avanzo d’amministrazione non può essere usato se non per estinguere i mutui ho trovato legittimo che venisse fatto quest’operazione in quanto era l’unico mutuo che gravava sulle casse del comune, nonostante l’accordo della fondazione MPS, che garantiva il pagamento delle rate.
Quindi con l’estinzione

Ai punti 13, 14, e 15 ci sono state due convenzioni urbanistiche e una variante puntuale sul comparto TU 26, dove viste le caratteristiche delle delibere il mio voto è stato di astensione, in quanto sul punto 13 la modifica sostanziale era nell’accordo tra il costruttore a cedere un appartamento al comune in cambio della variazione di destinazione di parte del fabbricato, il punto 14 si riferiva al termine dei lavori per un sovrappasso pedonale e la stipula della fideiussione congrua con l’opera da realizzare.
L’ultimo punto è una variante puntuale in quanto si ridefinisce le opere che sono a carico del lottizzante, in questo caso l’accesso al lotto con la corsia di accelerazione interna al comparto per garantire la sicurezza dell’ingresso e uscita delle autovetture della stessa.

domenica 5 dicembre 2010

Un colpo di spugna per cancellare il diritto di sciopero!

Dopo che la legge detta “Collegato lavoro” ha posto in essere l’attentato
permanente ai diritti dei lavoratori, come sanciti nei contratti collettivi e
nelle leggi, compresa quella processuale, il governo, in conto proprio e per
conto di Confindustria, ha messo sotto tiro il diritto di sciopero.
A differenza di altri paesi europei, le procedure di sciopero nei servizi
pubblici in Italia sono già macchinose e lunghe, per rendere meno efficace lo
strumento e indebolire il potere di contrattazione dei lavoratori e delle
lavoratrici italiane.
La legge n. 146/90, infatti, stabilisce già oggi che, per poter effettuare la
prima azione di sciopero, tra procedure di raffreddamento e di conciliazione e
proclamazione, occorre che passi almeno un mese. In pratica se il padrone
licenziasse un lavoratore dei trasporti, la risposta di solidarietà e di lotta
per lui potrebbe scattare solo dopo un mese ...
Ma al peggio non c'è limite. Così, ecco che il 27 febbraio 2009 il Consiglio
dei ministri approva un disegno di legge delega in materia di sciopero nei
trasporti, che continua il suo cammino senza che nessuno lo fermi o si
opponga.
Il disegno di legge stabilisce il requisito minimo di rappresentatività del
50% per poter proclamare uno sciopero. Il sindacato che non lo possiede, ma
raggiunge una soglia di rapresentatività superiore al 20% può proclamare
sciopero solo se prima indice un referendum e ottiene il consenso di almeno il
30% dei lavoratori interessati. Una volta raggiunto il quorum, lo sciopero
dovrà rispettare le procedure previste dalla legge n. 146/90.
Il sindacato che ha meno del 20% di rappresentatività non potrà né indire il
referendum né proclamare sciopero.
Dietro la cortina fumogena delle dichiarazioni a favore dei diritti degli
utenti dei trasporti, risulta chiaramente che Sacconi (ormai prossimo al
“premio Nobel” come ministro contro il lavoro!), il suo governo, i partiti
concorrenti del cosiddetto centro-destra attivo per sfiduciarlo e, sotto sotto,
anche quelli di centro sinistra vogliono rendere impraticabile ogni forma di
sciopero nel settore, malgrado esso sia un diritto individuale e indisponibile,
cioè non sottraibile alla disponibilità di ogni singolo lavoratore.
E’ chiaro che non è democratico far dipendere l’esercizio del diritto di
sciopero dalla cosiddetta rappresentatività, in genere basata sulla debolezza
in cui si trovano oggi i lavoratori e sul clientelismo sfrenato delle “grandi”
centrali sindacali a caccia di iscritti cui offrire briciole di diritti.
La democrazia, infatti, consiste nel libero diritto di ogni formazione
sindacale di proclamare sciopero e nel libero diritto di ogni lavoratore di
aderirvi o non aderirvi.
Se si vedono anche alcuni altri aspetti del disegno di legge, non si può non
arrivare alla conclusione che l’obiettivo che esso si prefigge consiste nella
pratica cancellazione del dirito di sciopero.
Per esempio, l’obbligo di dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero,
che costringe il lavoratore a dichiarare se ha intenzione di aderire allo
sciopero o no, col rischio di sanzione nel caso non rispetti quanto dichiarato.
E’ chiaro che quest’obbligo mira a scoraggiare il lavoratore dal partecipare
agli scioperi, perché, in tempi bui come gli attuali, lo pone nella condizione
di esporsi in prima persona, sottoponendolo alle intimidazioni e ai ricatti
della gerarchia aziendale e (perché no?) alle promesse di premi all’ “onore
crumiro”.
O l’inasprimento delle sanzioni in caso di azioni fuori dalle regole. Sanzioni
per migliaia di euro, che rappresentano minacce in stile “terroristico”,
perché precipitano tutti nella paura e nell’abbandono di ogni volontà di
lotta.
O lo sciopero virtuale: un ennesimo colpo di perfida fantasia del ministro,
che comporta la prosecuzione dell'attività lavorativa con perdita della
retribuzione per il lavoratore e il versamento da parte del datore di lavoro di
un contributo a un “fondo con finalità sociali”.
Con buona pace di chi pensa che lo sciopero dovrebbe essere uno strumento
utile a spostare a favore dei lavoratori i rapporti di forza col padrone!
Ma il Sacconi-pensiero ha già manifestato l’intenzione di partire dal settore
dei trasporti, per addomesticare tutto il resto del lavoro dipendente, non solo
pubblico (già disciplinato dalla legge n. 146/90), ma anche privato.
In questa prospettiva, il suo ministero ha già avviato il lavoro di
elaborazione di una disciplina generale anti-sciopero (una specie di “testo
unico” della materia), con la finalità di colpire tutti i settori lavorativi e
chiudere in una gabbia autoritaria il conflitto sindacale e quello in genere
sociale, per esempio sanzionando il blocco del traffico con multe di migliaia
di euro sulla testa di ogni manifestante.
Cosa che, se fosse in vigore già oggi, farebbe sganasciare dalla gioia il
ministro Gelmini, con tanti studenti e precari a bloccare strade e autostrade,
ponti, binari, piste aeroportuali!
Il 10 dicembre, giorno in cui i sindacati di base hanno proclamato uno
sciopero nazionale di 4 ore degli autoferrotranvieri contro i tagli al
trasporto pubblico locale e contro il disegno di legge anti-sciopero, non
sarebbe male che il movimento degli studenti e dei precari volesse dire la
sua.