Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

martedì 20 luglio 2010

Fare impresa in Italia....

Si corre il rischio di incontrarli a Portofino o a Taormina. A bordo di yacht o in lussuose ville prese in affitto a Porto Cervo. Sono prestanome, nullatenenti e finti indigenti che sfuggono al controllo dello Stato. Un sistema fiscale, il nostro, pieno di buchi da cui scappa in modo cronico il Paese degli affari fantasma. Quelli nati dall’evasione, dall’elusione fiscale o dalla truffa vera e propria. Il buco è di 100 miliardi l’anno di mancati incassi.

Una cifra che diventa ancora più ingiusta nel panorama della crisi economica generale che ci ha colpiti e la cui soluzione tempestiva è stata chiesta proprio al ceto medio, ai dipendenti e alle famiglie. Le più tassate e le più abbandonate dal welfare. Un capolavoro d’iniquità.

La manovra finanziaria promossa dal governo, i ricchi delle ville in Sardegna, quelli delle società che sono scatole vuote, o dei bilanci in perdita fallimentari, proprio non li vede, anzi. Li perdona e li condona. E la chimera di veder rientrare l’imponibile nelle mani del Fisco è rimasta tale. Gli evasori non si pentono e continuano a rastrellare affari su affari in modo illegale, in attesa del prossimo condono o dell’ultimo scudo fiscale. Quello che alle loro tasche costerà sempre meno delle tasse ordinarie.

Inutile dire che a mancare è la cultura della legalità e che a contraddistinguere l’economia italiana è un modo preciso di fare impresa che normalizza l’aggiramento delle regole e che tollera la prossimità con l’inciucio, quando va bene. Il governo ha dato prova, in diverse occasioni, di volere questa forma di deregulation per le imprese e gli affari e di non vederne né un pericolo né un’insidia per la giustizia sociale e per la legalità dell’intero Paese.

Depenalizzando il falso in bilancio, istituendo norme contro i lavoratori come l’arbitrato e lanciando la proposta di aprire un’azienda in un giorno, si stanno costruendo i presupposti per non uscire più da questa cancrena del sommerso e della contaminazione dell’economia con l’illegalità e con la criminalità.

Eppure Berlusconi, che di questa allergia alle regole fa la sua bandiera, porta a casa anche i voti dei tartassati. Perché se con i ricchi e con gli affari illeciti funziona la regola delle convenienza, con le fasce deboli funziona la strategia della propaganda. Quella che spopola in tv con la medicina delle social card o dell’ICI - solo per citare alcuni esempi- e che non dice di aver tolto alle famiglie tanti preziosi servizi come gli asili nido pubblici o il tempo pieno a causa di scuole sempre più povere.

Cosi le mamme, a parte la Ministro Gelmini, possono starsene a casa, rinunciare al lavoro e adattarsi ad una faticosa vita monoreddito, decidendo infine di non avere più figli. Ancora una volta i meno ricchi, gli affittuari, hanno pagato il prezzo del privilegio riservato ai benestanti proprietari di un immobile.

La manovra fiscale aggira la scandalosa falla dell’evasione. Per la nostra marea nera non sono previste misure d’intervento, nemmeno straordinario. Tanto il conto dell’emorragia lo pagano i dipendenti e le fasce sociali più deboli. Esattamente come i falsi invalidi li pagheranno i veri invalidi, che vedranno le loro pensioni decurtate mentre commissioni finte regaleranno oboli di illegalità per alimentare simil ammortizzatori sociali "fai da te".

Questo è il ritratto di un Paese al rovescio. Dove nessuno è ricco e dove i finti poveri vivono di lusso. Non si vuole estirpare il danno dell’evasione, perché lì sta lo zoccolo duro che muove i soldi e il potere delle upper class corrotte. I fantasmi del fisco sono le icone della corruzione che ci rincorre in giro per il mondo. E sono quelli che non avrebbero il diritto di entrare mai in una scuola o in un ospedale pubblico italiano. Andassero in Svizzera o a Montecarlo, dove hanno scelto di custodire a nero i neri risparmi di una vita.

lunedì 12 luglio 2010

Resoconto del Consiglio Comunale del 12 luglio

Nel consiglio comunale del 12 di luglio non ci sono state grosse problematiche, un interrogazione del polo sul dopo scuola, 2 mozioni, una d'ordine per il comportamento del capogruppo Casaletti allo scorso C.C., una riguardo al pedaggio sulla SI-Fi, la modifica allo statuto di "Sienacasa", un paio di convenzioni, una modifica al bilancio di previsione 2010, poi l'approvazione del comparto DE2 Gabbricce, è qui che sono intervenuto con asprezza su quel comparto, ma non criticando la scelta politica come feci quando impostarono la cosa, ma con dati alla mano presi alla fonte, l'ufficio urbanistica.....

Questo il mio intervento:


Devo fare una premessa perché soltanto venerdi sono riuscito a parlare col Manganelli e farmi dare gli elaborati che avevo richiesto il 21 di giugno, quindi, con gli stessi ho potuto analizzate al meglio questa convenzione e ho notato alcune cose che avrei piacere di sottoporre al consiglio, visto che avevo provato a segnalare alcune incongruenze e problematiche, sia sul Centro arredamenti, sia su Gabbricce, come risulta dalla mia mail inviata il 16 giugno, con la quale pregavo al presidente della III commissione e al segretario di far mettere a verbale le mie perplessità, e successivamente informando il capogruppo Casaletti, come commissario di minoranza, per accertarsi che ciò fosse fatto realmente in sede di commissione in modo che gli uffici potessero verificare e magari spiegare il tutto, ma ho ricevuto soltanto risposta dal segretario con una mail datata 19 giugno che mi informava quanto segue:


Dalla lettura dei verbali della Commissione, rilevo che sono riportate a verbale dichiarazioni di Consiglieri (nella fattispecie il Capogruppo Giacopelli) che non fanno parte della Commissione.

Faccio presente che i Consiglieri che intendano partecipare alle Commissioni di cui non fanno parte (anche come Capigruppo) non hanno alcun diritto di intervento e tantomeno non possono pretendere di far risultare a verbale alcuna loro dichiarazione.

Tra l’altro, in sede di Conferenza dei Presidenti delle Commissioni consiliari, a cui il sottoscritto ha preso parte, era stata concordata questa linea di indirizzo per i lavori delle Commissioni.


Visto che nel regolamento del funzionamento del C.C. non ci sono riferimenti alla conferenza dei presidenti delle commissioni, e la successiva mia richiesta del verbale stesso al segretario, non ha dato esito positivo, vorrei capire come mai questa uscita- Casomai il presidente di commissione, caso per caso, può valutare se mettere o non mettere a verbale dichiarazioni dei presenti, oppure il segretario poteva farmi presente che non era possibile mettere a verbale le mie dichiarazioni perché non ero presente fisicamente alla commissione, e questa poteva sembrarmi più plausibile, come pretesto, ma non c’è nessun riferimento a tutto ciò, quindi, da cosa è nata?


Non sarà forse che le mie dichiarazioni ( perplessità) erano pertinenti?, visto che il Capogruppo Casaletti che era commissario ha sostenuto la mia tesi, infatti possiamo vedere che gli atti, che erano passati in commissione, compreso l’alienazione e valorizzazione di verde pubblico di piazza 2 Giugno per compensare la mancanza di parcheggi al recupero del comparto di via XXV Aprile, non sono state inserite all’ordine del giorno qui presente, e dal responsabile dell’ufficio Urbanistica, Manganelli, ho avuto conferma che i miei dubbi erano reali, su quell’intervento.


Detto questo, passerò ad illustrare in quest’aula alcune mie perplessità, anche tecniche, sul comparto di Gabbricce, che potevano essere riscontrabili dagli uffici, ma adesso non più, in quanto siamo fuori tempo massimo, arrivati all’approvazione dello stesso.


prima di tutto mi sarebbe piaciuto fare un emendamento alla presente convenzione, cioè:

Dove è specificato che nel comparto DE2 le destinazioni sono industriale artigianale direzionale e cosi via…


Inserirei al loro posto: In base al piano di lottizzazione del comparto DE2 le destinazioni d’uso ammissibili sono esclusivamente quelle industriali e quelle artigianali. Altri usi, quali, Direzionali e Commerciale, sono espressamente vietati in virtù dell’insufficienza, nell’area di trasformazione, di spazi per urbanizzazione primaria ( art. 5 del DM 68 ), come confermato dal responsabile dell’ufficio urbanistica.


Poi, nella convenzione all’articolo 7 si fa riferimento alle cessioni da parte dei lottizzanti delle aree pubbliche, lo dice la convenzione stessa, di tutte le aree a verde, SIA QUELLE COMPRESE NEL PERIMETRO DELLA LOTTIZZAZIONE, CHE QUELLE SITE LUNGO LA STRADA SIENA FIRENZE,


Ecco, il problema sta proprio qui, nel calcolo obbligatorio degli standards della lottizzazione come si evince dagli elaborati in mio possesso ( che ho richiesto al Manganelli ) sono state inserite tutte le aree a verde comprese nel perimetro e lungo la strada, cosa che non può essere assolutamente fatta, proprio perché espressamente vietate all’articolo 3 del DM 68, che nel definire il “verde pubblico” – così come qualificato anche nella presente convenzione - specifica come debba essere questo “ VERDE PUBBLICO”


Art, 3 …….Devono essere aree per spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, effettivamente utilizzabili per tali impianti con esclusione di fasce verdi lungo le strade, quest’ultime, come esplicitamente riportato in convenzione.

Allora se pensate che stia esagerando mi sono preso la briga di guardare la differenza tra aree a verde e aree attrezzate disciplinate dal Regolamento regionale n. 2/R del 2007.

Nel calcolo sono stati considerate le aree di verde urbano, al posto del verde attrezzato, come ci conferma la descrizione all’articolo 12 al numero 1 recita: . Il verde urbano è costituito dall’insieme delle componenti vegetali interne e limitrofe al perimetro dell’area urbana, siano esse pubbliche o private, che concorrono a garantire l’equilibrio ecologico e sono indispensabili a compensare le emissioni di anidride carbonica derivanti dalle attività dell’uomo, nonché alla lettera B

le dotazioni di spazi verdi interni agli insediamenti e le fasce alberate di connessione con le aree di verde urbano più vicine


Mentre il verde pubblico attrezzato all’articolo 14 della stessa legge regionale è specificato:


1. Il verde attrezzato è costituito dalle aree adibite a verde pubblico dotate di:


a. infrastrutture per le attività sportive e legate al tempo libero; Che non vedo nel progetto


b. allestimenti fissi per spettacoli all’aperto ovvero predisposizioni per l’allestimento di spettacoli temporanei all’aperto;

anche questi lo vedo difficile che possano esserci, forse pensavano di allestirle nello spazio verde sulla rotonda, come spazio per gli spettacoli, perché sono 1000 mq circa, visto che anche quello era stato inserito negli standard


c. infrastrutture per l’intrattenimento ed il gioco;

E anche questo lo vedo difficilmente realizzabili, forse qualche panchina per l’operai delle ditte ma non penso che dei giochi per bambini possano essere sfruttati all’interno della zona produttiva, neanche inserendole nel perimetro di verde della lottizzazione perché come s’è detto non possono essere sfruttate ai fini delle dotazioni


d. attrezzature per gli animali domestici.

Forse questa è l’unica funzione a cui può assolvere la fascia di verde della lottizzazione, ci porteremo i cani a fare i bisogni, ma mi sembra veramente difficile che per questo motivo possa essere inserita come misura per gli standard obbligatori.


2. La dotazione di spazi di verde attrezzato è commisurata alle esigenze dei singoli insediamenti, desumibili dai quadri conoscitivi dei piani strutturali e degli atti di governo del territorio dei comuni.


Quindi tolte queste fasce di verde, che ripeto non possono essere considerate ai fini del calcolo degli standards obbligatori, la percentuale di spazi pubblici afferenti all’insediamento produttivo si riduce drasticamente, sino al 5;8 %, quindi molto al di sotto del famoso minimo del 10%.

Poi lo stesso calcolo, come impone l’art. 5 del DM 1444/68, deve essere fatto sull’intera superficie destinata a tale scopo.

Per cui oltre le superfici a terra, devono essere comprese ai fini del calcolo del famoso 10%, anche le superfici dei piani in altezza ( cioè se i capannoni sono ad uno o due piani ) in quanto atte ad ospitare altre attività produttive. ( vedi osmannoro )


Quindi la soluzione non può che essere quella di diminuire le superfici, quindi le volumetrie dei fabbricati da realizzare all’interno del comparto DE2 di Gabbricce.


Concludo dicendo che se approverete la convenzione concretizzerete un reato.

Qui non si tratta di condividere o meno una scelta politica, qui si entra nel penale, perché avvantaggerete di fatto i lottizzanti che possono concretamente fare superfici e volumi maggiori di quelli consentiti dalla disciplina urbanistica ed edilizia, in quanto il comune, un domani non può fare a meno di dare attuazione alla convenzione, rilasciando i permessi a costruire.

Se poi si verificassero dei controlli da parte degli organi competenti e si riscontrassero le irregolarità, il comune dovrà rispondere per danni nei confronti dei privati stessi a cui è stata fatta una più che legittima aspettativa presentando questo progetto di zona produttiva, quindi dopo il danno la beffa, quindi esorto tutti i consiglieri e il segretario che deve controllare la regolarità dell’atto a prendere in considerazione di ritirare lo stesso, per quello che ho appena dichiarato.



mercoledì 7 luglio 2010

SCANDALOSA AGGRESSIONE DI POLIZIA CONTRO AQUILANI

COMUNICATO STAMPA


FERRERO:

Roma, 7 lug. 2010 - "Prima hanno usato le loro sofferenze e poi li
hanno messi a tacere con il manganello. E' davvero scandalosa
l'aggressione violenta messa in atto dalle forze dell'ordine, che
hanno caricato e malmenato i cittadini aquilani terremotati che
manifestavano contro la manovra Finanziaria". Questo il giudizio del
segretario nazionale del Prc, Paolo Ferrero, riguardo agli scontri di
cui questa mattina sono stati vittima i cittadini de L'Aquila arrivati
nella capitale per protestare sulla manovra finanziaria del governo.
"Il presidente del consiglio ha fatto un sacco di chiacchiere e di
promesse mendaci e poi è sparito come un venditore di chimere -
dichiara Ferrero - Berlusconi ha utilizzato cinicamente per mesi la
ribalta del terremoto per farsi pubblicità, dispensando efficienza di
carta pesta e soluzioni illusorie a tutti i problemi. Adesso che i
nodi vengono al pettine, che i soldi sono finiti ma i problemi sono
rimasti irrisolti, che le popolazioni continuano a vivere
nell'indigenza ma il governo non sa come fare, Berlusconi non si fa
più vedere, mentre le forze dell'ordine caricano i manifestanti per
cancellare dalla vista il problema".

Ufficio stampa Federazione della Sinistra/Prc

Terremoto: marcia di aquilani su Roma, la polizia carica

.ROMA - Hanno invaso piazza Venezia e la vicina via dei Fori Imperiali, gli aquilani che marciano su Roma lanciando un "S.o.s. L'Aquila", chiedendo sospensione
delle tasse, occupazione e sostegno all'economia.

Sono circa 5 mila le persone arrivate dal 'cratere', oltre al comune
dell'Aquila paesi limitrofi come San Demetrio, Fossa, Torre dei
Passeri, in provincia di Pescara, e Sulmona, che pur non essendo stata
inserita nell'area dell'epicentro del sisma del 6 aprile 2009 ha
subito danni. I manifestanti, arrivati con 40 autobus e in auto,
sfilano lungo via del Corso diretti a Montecitorio e nel pomeriggio si
concentreranno in piazza Navona. Alla manifestazione, organizzata dal
Popolo delle carriole del presidio di piazza del Duomo, hanno aderito
tra gli altri i comitati '3 e 32', 'Rete Aq', 'Eva' (Eco villaggio
autocostruito), 'Cittadini per i cittadini' e gli universitari che
abitavano la Casa dello studente. I manifestanti vestono magliette con
su scritto "forti e gentili", come diceva D'Annunzio, "ma non fessi",
e portano bandiere nere e verdi, i colori della città.

TAFFERUGLI A MANIFESTAZIONE AQUILANI, FERITI - Il corteo degli
aquilani diretto a Montecitorio e' stato bloccato dai mezzi blindati
della polizia, messi di traverso all'imbocco di via del Corso. Ci sono
stati tafferugli tra una cinquantina di manifestanti e le forze
dell'ordine che attuano il blocco. E alcuni partecipanti alla
manifestazione hanno sfondato il secondo blocco che le forze
dell'ordine avevano posto circa a metà di via del Corso e hanno
raggiunto correndo piazza Colonna. La polizia è in assetto
antisommossa.

Due i feriti. Un giovane presente alla manifestazione dei terremotati
aquilani e' stato ferito alla testa. Il ragazzo racconta di aver
ricevuto due manganellate e presenta lesioni sanguinanti. ''Guardate
il sangue di un aquilano - ha detto dopo essersi rifugiato nella sede
di una banca in via del Corso - La mia unica colpa e' essere un
terremotato''. Un altro manifestante e' stato raggiunto da alcune
manganellate.

fonte ansa

lunedì 5 luglio 2010

Colpo di stato...monetario

Nel silenzio completo della politica italiana, a Bruxelles si darà vita ad una nuova puntata di quel colpo di stato monetario attuato dalla classi dirigenti ai danni dei popoli europei.
Mentre in Italia si discute di altro, In Europa stanno preparando una stangata pazzesca che se dovesse passare cambierebbe drasticamente la vita a milioni di persone. Si tratta delle prime prove di assaggio, strettamente informali, per il peggioramento del Patto di Stabilità. Domani infatti, il portavoce della cosiddetta Task Force, creata ad hoc lo scorso Marzo per il Presidente dell'Unione Europea Van Rompuy, presenterà ai soli Coordinatori dei gruppi politici della commissione economica del Parlamento Europeo, le linee guida su come tenere sotto controllo i bilanci dei singoli Stati europei. La linea su cui sta lavorando questa task force è quella fissata dalla Commissione Europea lo scorso 17 giugno e possiamo così riassumerla: Non fanno nulla per rimuovere le cause della crisi. Non tassano le transazioni speculative, non impediscono la vendita in borsa dei titoli allo scoperto, non bloccano i rapporti con i paradisi fiscali. In compenso usano lo spauracchio della speculazione per perseguire in modo accelerato l’obiettivo che da sempre hanno avuto le politiche neoliberiste e cioè il taglio della spesa sociale attraverso la riduzione dei deficit di bilancio.

La Commissione europea – formata da esponenti di centro destra e di centro sinistra – ha infatti deciso di peggiorare il patto di stabilità al fine di obbligare tutti gli stati ad una politica di bilancio più restrittiva che veda il taglio del welfare, delle pensioni, e della spesa sociale in generale. Queste misure, che si andranno a sommare ai 300 miliardi di tagli della spesa già decisi a livello europeo, avranno come unico effetto l’aggravamento della crisi. Infatti se si continua a tagliare la spesa sociale continuerà a diminuire la quantità di denaro nelle tasche dei lavoratori e con essi la domanda. La crisi si avviterà su se stessa. La fine dei lavori di questa task force è prevista per l’autunno ed è quindi necessario che da subito si accendano i riflettori sugli orientamenti della stessa. Nell’intendimento della Commissione europea, la modifica del Patto di stabilità dovrebbe dar luogo ad un sistema in cui i Paesi che si troveranno ad avere un deficit superiore al 3% in rapporto al Pil, e un debito superiore al 60% del Pil saranno obbligati ad un taglio drastico del deficit. Per “stimolare” i Paesi a tenere i conti in ordine sarà messo in campo un sistema basato su sanzioni e incentivi che, per essere credibile, sarà agganciato all'uso dei fondi europei e dovrà entrare in funzione con una procedura semi-automatica. Procedura semi-automatica vuol dire che nessun organo legislativo potrà intervenire al riguardo e che scomparirà ogni forma di sovranità popolare nel poter determinare la politica di bilancio del proprio paese. In pratica se non si rispetterà il dictat ci sarà una multa “semiautomatica”. Ma non è finita, perché questa “stangata semiautomatica” , si accompagnerà nei disegni della Commissione europea ad azioni di “stangata preventiva”. I Governi non soltanto dovranno mettere in piedi politiche di rigore, ma saranno sottoposti ad una sorveglianza speciale da Bruxelles che indicherà eventuali squilibri da correggere.

Ad esempio il sistema sanitario nazionale del nostro paese, potrebbe essere considerato come uno squilibrio macroeconomico non congruo con il resto del mercato europeo, come lo potrebbe essere il contratto nazionale del lavoro, che difende troppo i diritti dei lavoratori e non permette la giusta competitività. Non solo i nostri governi futuri avranno una ulteriore limitazione della sovranità in campo economico, ma dovranno sottostare alle scelte neoliberiste che verranno imposte dall'Europa e si attueranno in procedura semi automatica. Senza possibilità di opporsi o di modificarle. Come abbiamo detto, dopo la tappa di mercoledì, la parola passerà al Consiglio dei ministri delle Finanze Ue, convocato per il 12 e 13 luglio prossimi con l'obiettivo di arrivare al varo delle nuove regole al vertice Ue di ottobre. Occorre svegliarsi prima che sia troppo tardi. Per questo parteciperemo nei prossimi giorni al Forum Sociale europeo di Istambul. Per questo proponiamo a tutte le forze della sinistra di organizzare insieme una mobilitazione contro la politica del governo ma anche contro le politiche europee che prevedono una distruzione strutturale del welfare e un peggioramento epocale delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone. Invece di baloccarsi con discorsi astrusi sul governo occorre costruire qui ed ora una opposizione di popolo alle manovre dei tecnocrati di Bruxelles perché altrimenti, nei prossimi anni, chiunque sarà chiamato a governare dovrà applicare i dictat “semiautomatici” ma brutalmente antisociali della Commissione Europea. La necessaria cacciata di Berlusconi non può farci diventare così provinciali da lasciare in ombra il contrasto alle disastrose politiche europee costruite in modo bipartisan da centro destra e centro sinistra. Perché la destra la si batte solo se all’Europa dei capitali saremo in grado di contrapporre un movimento di massa per una Europa sociale, democratica ed egualitaria.

giovedì 10 giugno 2010

Legge Bavaglio, l'italia affonda sotto i colpi della dittatura

E’ ormai un bulldozer pronto a sbaragliare gli avversari, il ddl sulle intercettazioni, altresì noto come legge bavaglio, che dopo anni di annunci e minacce approda in questi giorni al Senato, dopo l’approvazione all’unanimità ricevuta dall’ufficio di presidenza del Pdl. Giornalisti, magistrati, società civile: sono tantissimi quelli che vedono le nuove disposizioni come un mastodontico regalo alla criminalità organizzata e un’utile pezza alle disastrose figure che nomi importanti del governo e delle élites istituzionali hanno fatto dinanzi al Paese.

Quello del Governo Berlusconi è in effetti un colpo di spugna magistrale sulla prassi consolidata della clientela e del malaffare, e in più ha l’ineguagliabile merito di ferire a morte l’operato quotidiano di magistrati e giornalisti. Un capolavoro di azzecca-garbuglismo che in soli 5 articoli e 9 commi riesce a blindare la pratica e il ricorso all’intercettazione, limitandone i termini giuridici ed impedendone la pubblicazione con la minaccia di multe salatissime agli editori.

Se, al principio, l’opposizione del presidente della Camera Fini rappresentava una flebile speranza di modifica, ieri, con l’approvazione dell’innalzamento di proroga delle intercettazioni ogni 72 ore (anziché ogni 48), anche i fedelissimi di Gianfranco hanno mestamente capitolato. E’ bastato poco, insomma, per accontentare i “fratellastri” del Pdl, rintuzzati da Padron’Silvio sul fatto che le modifiche apportate sono ora definitive e che in sede di votazione alla Camera non saranno tollerati dissensi di alcun genere o sorta.

Una votazione che già nelle premesse pare sarà blindata dalla doppia fiducia, ma che potrebbe trovare uno scoglio in Napolitano: nel corso del weekend, il Quirinale ha passato di nuovo al setaccio la legge, ha confermato i suoi dubbi e li ha prontamente segnalati ai berluscones, paventando il rischio che, se il testo rimane così com’è, potrebbe anche non essere firmato.

Al di là delle dialettiche politiche che fanno da corollario a questo scempio legislativo, è importante valutare quelle che saranno le effettive conseguenze delle nuove norme. Per prima cosa le intercettazioni dovranno essere disposte da un tribunale collegiale composto da almeno 3 membri e avranno una durata massima di 75 giorni; solo in casi decretati come straordinari i pm potranno fare ricorso a 72 ore di proroga. Si è poi deciso che nel caso in cui le intercettazioni provassero reati estranei a quelli dell’inchiesta, queste non possano essere utilizzate ai fini della dimostrazione di colpa, nemmeno nel caso in cui i reati accertati dall’ascolto siano più gravi di quelli dell’imputazione.

Più volte l’Associazione Nazionale Magistrati ha tentato di denunciare che, con questi paletti, rischia di diventare impossibile scoprire i colpevoli di reati gravissimi come omicidi, rapine, estorsioni, usura, bancarotte milionarie e corruzioni, ma per Berlusconi la privacy è sacra: “Finora se avevi 15 fidanzate - ironizza il premier - finivano tutte intercettate per un tempo indeterminato” e poco importa se in nome della sacra privacy soggetti come quelli della “cricca” o delle équipes mediche del Santa Rita sarebbero ora liberi di continuare nei loro misfatti.

Ma i limiti imposti dalla legge bavaglio non interessano solo le intercettazioni telefoniche: secondo il testo infatti, le forze dell’ordine non potranno più servirsi di microspie da piazzare in ambienti privati; d’ora in poi gli indagati potranno essere video-registrati solo in flagranza di reato.
Con questo punto si disintegrano quindi le basi di tutte le inchieste anti-mafia, operazioni imperniate proprio sull’ascolto delle conversazioni in luoghi in cui i malavitosi credono di essere al sicuro: interventi magistrali come quelli svolti in casa Guttadauro, con un presidente di regione (Totò Cuffaro) che personalmente informa il boss sulle indagini a suo carico, saranno quindi cancellate dagli annali della magistratura.

Dopo aver disarmato la giustizia ci si concentra poi sull’informazione non gradita: si sancisce il carcere fino a tre anni per i giornalisti “colpevoli” di pubblicare stralci di conversazioni penalmente irrilevanti nel nome del pubblico interesse, e si comminano multe fino a 775.000 euro agli editori, i quali dovrebbero, in seno al pareggio di bilancio, evitare che si verifichino le condizioni per tali ammanchi.

Affinché poi la stampa capisca che la sua funzione è obsoleta nel regno dell’etere di Padron’ Silvio, il ddl Alfano impedisce l’uscita di qualsiasi atto giudiziario fino alla fine delle indagini e dell’udienza preliminare. Grazie a questa misura un giornale come Il fatto quotidiano dovrebbe immediatamente chiudere i battenti, mentre l’opinione pubblica sarebbe informata con anni di ritardo su fatti di scottante attualità come furono le scalate bancarie dei “furbetti del quartierino” o le liason coattate da Giampi Tarantini.

Scampata invece la possibilità di allargare a piacimento il segreto di Stato: un comma rimosso all’ultimo momento prevedeva infatti che gli uomini dei servizi potessero opporsi davanti ai giudici, anche quelli anti-mafia, in nome della riservatezza istituzionale.

Questi in sintesi i cambiamenti che entreranno in vigore subito dopo l’approvazione del ddl Alfano, modifiche blindate e che blinderanno l’impunità dei molti, troppi, che per giustizia e libertà intendono solo quella personale.

martedì 1 giugno 2010

Israele, la strage degli innocenti, la forza contro la ragione.

Portavano cibo. Medicine, vestiario. Aiuti umanitari. Portavano materiale utile a chi, bloccato nella propria terra, nell’indifferenza dei grandi e nell’impotenza dei piccoli, paga il fatto di essere nato dalla parte sfortunata del mondo: quella palestinese. Portavano una lezione di disobbedienza civile e morale; quella che, giustamente, si chiama solidarietà internazionale. Sì, internazionale, perché da tanti paesi provenivano i missionari laici della solidarietà. Soprattutto, sfidavano il blocco di Gaza, quello per il quale i legittimi proprietari di una terra da sempre loro, ne diventano i prigionieri.

E internazionali erano le acque dove la nave turca è stata assaltata. Circondandola prima e andando all’arrembaggio subito dopo, aprendo il fuoco di fronte alle proteste e alla reazione di chi non era disposto a subìre l’ennesima prepotenza. L'associazione turca IHH (Insani Yardim Vakfi), l'European Campaign to End the Siege on Gaza (ECESG), la Greek Ship to Gaza Campaign, la Swedish Ship to Gaza Campaign e il Free Gaza Movement, con l'appoggio di un coordinamento di ONG di 42 paesi, fra i quali Stati Uniti, Turchia, Grecia, Malesia, Belgio, Svezia, Indonesia e Irlanda erano i passeggeri volontari di un atto d’amore. Armati appunto di cibo, medicine e vestiti, di tutto ciò che serve dove il niente regna sovrano.

Caschi e giubbotti antiproiettili, visori notturni, mitra, gas e pistole erano invece il dispositivo ideologico degli assaltanti. Aiutare i reclusi era un affronto intollerabile, devono aver deciso a Tel Aviv. Che andava lavato col sangue. E col sangue di diciannove civili è stato lavato. Alla strage hanno aggiunto le bugie, perché l’odio, per forte che sia, ha bisogno della propaganda per essere diffuso sotto le mentite spoglie delle politiche di difesa. Hanno raccontato, da Tel Aviv, di resistenza dei passeggeri pacifisti a colpi d’arma da fuoco. Ma le immagini hanno mostrato più di un racconto, meglio di un film, peggio di quanto ci si poteva immaginare.

La reazione internazionale c’è stata; non sono risultate credibili le bugie di Tel Aviv. Abu Mazen ha decretato tre giorni di lutto nei Territori palestinesi. Il governo turco ha protestato duramente, definendo l’assalto israeliano agli inermi come “terrorismo di Stato”. Martedì, si richiesta di Ankara, si riunirà la Nato, “preoccupata”. L'Unione Europea ha sollecitato un'inchiesta accurata sul sanguinoso attacco alla flotta umanitaria e ha esortato Israele a consentire il libero fluire degli aiuti umanitari verso la Striscia di Gaza.

Gli ambasciatori dell'Unione Europea s’incontreranno a Bruxelles, in via straordinaria, per discutere della crisi. Il ministro degli Esteri francesi, Kouchner, si è detto “profondamente sconvolto” dall'azione israeliana. La Grecia, oltre alla Turchia, ha convocato l'ambasciatore di Israele ad Atene per comunicazioni. Stessa mossa da parte della Spagna, presidente di turno dell'Ue, dell'Italia, della Francia e del Belgio. Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, si è detto “scioccato” per l'attacco di Israele e ha condannato l'episodio. Gli Usa di Obama sono gli unici a misurare termini e a giocare di sponda con Israele, parlando di “circostanze da verificare”.

C’è davvero poco da verificare, se non l’esattezza della contabilità del dolore e del sangue. Dieci, diciannove o ventisei che siano le vittime cambia poco. L’assalto israeliano alla nave pacifista è stato un atto di guerra premeditata contro civili inermi. Non c’era nessun altro messaggio nell’azione se non quello d’installare il terrore in chi vi partecipava; un monito per ora e per il futuro. Gaza è bloccata e tale deve rimanere.

Chi annacqua il dolore in salomoniche distinzioni, chi sparge stupore per la violenza israeliana, vive o finge di vivere sulla luna. Sparare sui civili é consuetudine israeliana. Da sempre - e in particolare in questi ultimi trent’anni - da Sabra e Chatila in poi, passando per l’Intifada, seguendo con le eliminazioni mirate e con le operazioni militari stile “Piombo fuso”, Israele considera la striscia di Gaza (ma più in generale il Medio Oriente) un solo immenso poligono di tiro e i suoi abitanti carne da macello da utilizzare nello scacchiere regionale ed internazionale, per ribadire l’indisponibilità assoluta di Israele a stare dentro le regole del diritto internazionale. Di questo si tratta.

sabato 29 maggio 2010

Decrescita: oggi piacerebbe anche a Marx

Cosa hanno in comune Marx e la decrescita? Sicuramente l'anticapitalismo. Sebbene non scorra buon sangue tra i seguaci delle rispettive ideologie, i punti in comune sono davvero tanti. Anche perché, al giorno d'oggi, la decrescita rappresenta l’unica prospettiva plausibile per contrastare il capitalismo nei paesi occidentali.

E’ noto che, in genere, fra coloro che continuano a ricavare ispirazione dal pensiero di Marx e coloro che in tempi recenti hanno iniziato a teorizzare la decrescita non corrono buoni rapporti. I primi tendono a vedere la decrescita, nel migliore dei casi, come un’aspirazione soggettiva di natura socialmente ambigua, mentre i “decrescisti” vedono nel pensiero di Marx nient’altro che una versione “di sinistra” dell’idolatria dello sviluppo che oggi domina il mondo e contro cui intendono combattere. Giudichiamo questa contrapposizione del tutto negativa.

Da una parte, oggi ogni teoria ispirata a Marx ha bisogno della decrescita perché essa rappresenta l’unica formulazione possibile di un anticapitalismo adeguato alla realtà del capitalismo attuale; dall’altra, la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx perché in esso si trovano alcuni fondamenti teorici indispensabili per l’elaborazione di una proposta teorica e politica adeguata ai problemi che la decrescita stessa individua. Solo dall’incontro fra il pensiero di Marx e decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale.

La nascita di una tale forma di anticapitalismo è ormai una necessità stringente. La dinamica dell’attuale fase capitalistica sta infatti spingendo il mondo verso un baratro spaventoso, ma la percezione sempre più diffusa, anche se in maniere ancora indefinite, di una tale tendenza, non riesce ancora a tradursi in un movimento politico in grado di incidere davvero sulla realtà. Noi crediamo che l’incontro fra il pensiero di Marx e la decrescita sia una precondizione perché si possano combattere con efficacia le dinamiche mortifere del mondo attuale.

Il punto fondamentale da cui partire per comprendere la nozione di decrescita è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra. “Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo. Non c’è sul piano teorico alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze.
Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze.

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.


Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). E’ un rifiuto dello sviluppo capitalisticamente inteso, cioè dell’unica nozione di sviluppo oggi diffusa e compresa, che schiaccia quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.

Una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia.

In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. La prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali.


E’ infatti del tutto chiaro che un sistema economico votato all’espansione senza limiti non è compatibile con la finitezza dell’ambiente naturale. La tendenza all’accumulazione illimitata non devasta solo la natura, ma la stessa società umana. Essa conduce infatti, alla fine, all’estensione del rapporto sociale capitalistico a tutti gli ambiti della società, anche a quelli la cui logica di funzionamento è del tutto incompatibile con esso (la scuola, per esempio). Arrivato il capitalismo nella fase del capitalismo assoluto, lo sviluppo capitalistico devasta la natura, la società e la psiche, e genera quindi forti resistenze sulle quali radicare una forza anticapitalistica.

L’idea della decrescita è l’idea della graduale sostituzione del consumo di merci con quello di beni e servizi non mercificati, del consumo di beni prodotti intensivamente su larga scala e trasportati da lunghe distanze con quello di beni prodotti su piccola scala e trasportati su brevi distanze, di alti consumi di energia con bassi consumi di energia, della costruzione di nuove opere invasive del territori con il riuso e la manutenzione di opere già esistenti.

La difesa dell’integrità del territorio, attraverso proposte pratiche di decrescita, consente infatti di colpire elementi vitali di accumulazione del plusvalore (per esempio: sviluppo degli affari attraverso le cosiddette grandi opere, le grandi reti di distribuzione dell’energia, le grandi arterie di trasporto, lo smaltimento dei rifiuti) connettendo questa lotta contro l’accumulazione di plusvalore alla tutela delle condizioni materiali di vita degli insediamenti abitativi, e facendone la leva per nuove forme di redistribuzione della ricchezza collettiva a vantaggio dei ceti subalterni.

La difesa dell’integrità del territorio, attraverso proposte pratiche di decrescita, consente inoltre di colpire l’attuale intreccio affaristico-corruttivo tra ceti politici e imprese capitalistiche che ruota attorno alle rendite ricavabili dal consumo del territorio. La decrescita coincide quindi con la distruzione del modo di produzione capitalistico. La proposta della decrescita è quindi la proposta di un agire politico anticapitalistico adeguato alle forme in cui oggi si manifestano le contraddizioni capitalistiche.
Liberando l’anticapitalismo dalla ricerca di un Soggetto Sociale Rivoluzionario (la classe operaia, o i suoi succedanei come gli emarginati o gli immigrati) che faccia da garante metafisico del buon esito dell’impresa rivoluzionaria, la decrescita permette di guardare la realtà concreta alla ricerca delle contraddizioni reali che l’attuale fase di sviluppo del capitalismo genera: la degradazione dell’ambiente della vita comune, lo sconvolgimento continuo del territorio, l’invivibilità delle città, la lenta cancellazione di ogni forma di servizio sociale, l’insicurezza su tutti gli aspetti fondamentali della vita, tutto ciò si traduce in un continuo peggioramento della vita che genera tensioni e scontri.


Se l’anticapitalismo che si ispira a Marx facesse propria la proposta della decrescita potrebbe intercettare questo crescente disagio sociale, uscendo così dal vicolo cieco in cui si è cacciato inseguendo un inesistente Soggetto Sociale Rivoluzionario, e tornando a incidere sulla realtà. La decrescita rappresenta l’unica prospettiva odierna di lotta anticapitalistica nei paesi occidentali. Quella della decrescita è un’idea-forza perché consente di ottenere una redistribuzione della ricchezza sociale che le lotte salariali non sono più in grado di ottenere. Infatti lottare contro le grandi opere a favore di una capillare manutenzione del paese significa lottare anche per un aumento dei posti di lavoro necessari a tale manutenzione.

Lottare contro il consumo distruttivo di territorio a favore di un suo uso funzionale ai bisogni delle comunità significa lottare per una politica di estesi servizi pubblici. Lottare per produzioni non intensive, distribuite a brevi distanze con basso consumo di energia, significa estendere l’area della piccola produzione indipendente. Ma più posti di lavoro, più erogazione di servizi pubblici, più piccole produzioni indipendenti, significano decrescita dei profitti e redistribuzione della ricchezza sociale in forma non di merci ma di beni e servizi.

giovedì 27 maggio 2010

Manovre per un macello..... sociale!!

C'è un solo nemico, per questo governo: il lavoro. Ed è anche l'unica botte da cui spillare qualche goccia di reddito extra. La «manovra correttiva» da 24 miliardi non lascia alcun dubbio, nonostante l'evidente sforzo di spalmare su una marea di voci differenti l'effetto delle «manganellate».


La riduzione delle «spese della politica» o degli emolumenti ai supermanager pubblici è poco più di una trovata di marketing, mentre l'entità delle sottrazioni - in termini di salario, vita lavorativa, servizi in meno o più costosi - è al momento incalcolabile.


E' chiaro che il taglio di 1.000 euro fatto a chi ne guadagna 100.000 l'anno è inavvertibile, mentre quattro anni di blocco salariale - eroso da un'inflazione che non dorme nemmeno in tempi di crisi - per chi ne guadagna 20.000 (o molto meno) è una bastonata intollerabile. Specie se con quello stipendio dovrai pagare più tasse scolastiche o universitarie per i tuoi figli, bollette gonfiate, pedaggi anche sulle strade fin qui gratuite.


E' il destino riservato ai dipendenti pubblici, che vanno già preparando mobilitazioni. Persino dal «comparto sicurezza» (polizie varie) sale il malumore, al punto da chiedere ora apertamente il «diritto di sciopero».
Ma è anche un governo che ha il terrore della conoscenza scientifica, quella che sgombra il campo dalle opinioni da imbonitore e stabilisce - temporaneamente - una qualche verità. L'elenco degli istituti di ricerca aboliti da questa manovra è impressionante. E accomuna sia carrozzoni che si credevano scomparsi (come il «comitato Sir»), sia presìdi fondamentali della ricerca italiana.


E' comunque una manovra «depressiva», perché comprime i redditi e quindi i consumi in settori sociali di grandi dimensioni.
In ogni caso, stiamo qui a raccontare non un testo nero su bianco, ma quanto hanno riferito ai giornalisti i protagonisti degli incontri avvenuti ieri a palazzo Chigi: rappresentanti degli enti locali, dei sindacati, delle associazioni di categoria. L'unica cifra fatta sono i 24 miliardi in due anni citati dal ministro dell'economia, Giulio Tremonti. Persino Romano Colozzi, assessore regionale (Pdl) in Lombardia, ha dovuto ricalcolare - raddoppiandola - la stima del taglio operato nei confronti delle Regioni.


Tremonti aveva promesso di «ridurre il perimetro dello stato» e lo sta facendo. E del resto occorre uno stato più debole, se si vogliono lasciare campi aperti agli animal spirits del libero mercato. Vedremo meglio nei prossimi giorni in cosa può consistere l'accorpamento degli enti previdenziali, ad esempio; da cui certo si possono ottenere «grandi risparmi» ma, se mal «orientati», sulla pelle di assistiti che non hanno poi più difesa alcuna.


Facciamo l'esempio annoso della sanità. Qui si sceglie la strada delle «limature» a diverse voci di bilancio, alcune persino sensate (acquisti centralizzati, costi certificati, ecc). Nulla si fa contro il vero cancro che fa levitare i costi della sanità pubblica: le convenzioni con cliniche private. Un meccanismo di privatizzazione strisciante, visto che «per convenzione» il pubblico deve garantire alle cliniche una quota di degenti, pagando anche le relative rette. Ma quelle cliniche possono privatamente procurarsi altri degenti (veri o falsi) accollandone egualmente i costi al «pubblico». L'ennesima conferma è venuta dalla Corte dei Conti, che ha disposto il sequestro delle cliniche laziali della famiglia Angelucci, che può vantare un onorevole (Antonio) del Pdl.


E' infine un governo che ama la guerra. I risparmi derivanti dallo scioglimento degli enti pubblici (scientifici e non) saranno destinati al rifinanziamento delle missioni militari all'estero. «Di pace», ovviamente, come impone la «neolingua» in uso in Italia.


22 ARTICOLI TRA "STIME" E TAGLI VERI (PER IL LAVORO)


Condono: sanatoria per gli «immobili fantasma» scoperti dall'Agenzia del territorio, pagando solo un terzo della sanzione prevista. Gettito previsto: 2 miliardi. Ma nella manovra si parla di 6. Probabile quindi un condono edilizio totale (anche per altri immobili irregolari), magari tramite l'emendamento di un singolo deputato per «salvare la faccia» di Tremonti (che lo ha escluso). I comuni potranno incamerare un terzo del ricavato fiscale dagli abusi scoperti.


Pensioni: riduzione delle finestre di uscita a una soltanto (due per chi matura i 40 anni di contributi) e ritardo a sei mesi per il pagamento delle liquidazioni per il pubblico impiego. Elevamento dell'età pensionabile a 65 anni per le donne nel pubblico impiego: andrà a regime dal 1 gennaio 2016 anziché dal 2018..


Statali: congelamento degli stipendi fino a tutto il 2013, proroga del blocco del turnover al 20%, divieto di stipulare contratti precari per le sostituzioni; taglio del 5% delle retribuzioni dei dirigenti, ma solo per la parte eccedente i 90.000 euro annui.


Enti locali: tagli proporzionali ai trasferimenti ricevuti (5 miliardi secondo Tremonti, 11 secondo le Regioni), per un totale di 10 miliardi in due anni. Spese della politica: ministri e sottosegretari perdono il 10% sulla parte eccedente gli 80.000 euro (esempio: uno stipendio da 100.000 euro scende a «soli» 98.000), così come dei compensi per i componenti gli organi di autogoverno (tutte le magistrature); dimezzato il contributo ai partiti (era 1 euro a voto).


Protezione civile: salta la gestione dei «grandi eventi», limiti più stringenti per i casi in cui utilizzare «poteri straordinari», limiti anche alle deroghe contrattuali nel trattamento del personale relativo.


Pedaggi: estesi anche alle strade di connessione con le autostrade (come il Grande raccordo anulare di Roma).


Redditometro: revisione dei criteri (accertamenti nel caso di scarto superiore al 20% tra reddito dichiarato e accertato).


Enti pubblici: soppressi Isae, Isfol, Ispesl, Ipsema, Ice e tanti altri; trasferito ad altri enti il personale a tempo indeterminato, a casa i precari di lungo corso.
Stock option e bonus: aliquota più alta del 10% per le retribuzioni «accessorie» che siano il triplo della paga-base. Tracciabilità assegni: torna a 5.000 euro il livello minimo (una misura volta da Vincenzo Visco, che Berlusconi aveva fatto portare a 12.550). E' l'unica vera, per quanto piccola, ipotesi «anti-evasione». Invalidità: aumento dal 74 all'80% di invalidità per poter avere una pensione; 200.000 accertamenti in più per scoprire gli abusi.


Sanità: più acquisti centralizzati, sistema dei «costi standard», riduzione della spesa farmaceutica ospedaliera (più «generici»). Non si è parlato di reintroduzione dei ticket sulle visite specialistiche, ma non sono esclusi (fa parte di un contenzioso ancora da risolvere tra governo e regioni).


Roma capitale: per finanziare il piano di rientro del Comune è prevista uan tassa di 10 euro per tutti coloro che alloggeranno negli alberghi romani.



Anche il Rapporto annuale dell'istituto nazionale di statistica che è stato presentato in questi giorni parla chiaro: a pagare le spese della crisi sono i giovani, gli stranieri, le donne.

Ora sì che capiamo perché il governo sta cogliendo l’occasione della recessione per mettere a tacere enti pubblici di ricerca come l’Isfol, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, l’Isae, l’Istituto di studi e analisi economica, lo Ias che si occupa invece di affari sociali: basta vedere l’efficacia con cui il Rapporto annuale dell’Istat, presentato disegna l’Italia al tempo della crisi quella che fino a poco tempo fa per Berlusconi non c’era.

Sono dunque tre, secondo l’Istat a sua volta già colpito dalla scure di Brunetta i «punti di fragilità» che hanno operato «congiuntamente» per aggravare la crisi nel nostro paese: «Squilibri di entità notevole nel settore finanziario (da dove la crisi ha tratto origine), nel settore immobiliare e nella bilancia dei pagamenti».
Motivo per cui, nel 2009, per la prima volta dagli anni novanta il potere d’acquisto per le famiglie «consumatrici» subisce una riduzione del 2,5 per cento, proseguendo la tendenza del 2008 che era molto inferiore, con un meno 0,9 per cento. La famiglia resta l’unico vero «ammortizzatore sociale», ma il 15,3 per cento presenta tre o più «categorie di deprivazione»: rientra nella categoria, ad esempio, pagare un affitto.

Dice poi l’Istat che cala il tasso di occupazione, e aumenta la disoccupazione, e non è una novità. Aggiunge però che «si accentua la profonda distinzione lavorativa fra italiani e stranieri, con questi ultimi collocati maggiormente nei settori produttivi meno qualificati e a bassa specializzazione». Il tasso di occupazione degli italiani (56,9 %), si è ridotto nel 2009 di oltre un punto percentuale rispetto al 2008, ma la flessione per gli stranieri supera i due punti (dal 67,1 al 64,5 %). Allo stesso modo, il tasso di disoccupazione per gli italiani è dell’8,2 per cento, e per gli stranieri raggiunge il 12,6. Il primo però è aumentato nel 2009 di poco più di un punto percentuale, il secondo di quasi quattro punti.

I più colpiti dalla crisi, dice ancora l’Istat, sono i ragazzi e le ragazze. L’Italia, in Europa, «vanta» il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano: nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Il loro numero è molto cresciuto nel 2009, e oltre un milione di questi si trova nel Mezzogiorno.

Cresce inoltre, e non stupisce, il numero di quelli che non riescono ad andare via di casa. Rispetto al 1983, la quota di chi vive in famiglia tra i 30-34enni è triplicata. I motivi sono economici (40,2 %) o di studio (34,0 %), che poi in realtà è la stessa cosa: gli studenti sono costretti a restare a casa per terminare gli studi perché costano troppo, e soprattutto perché nelle città universitarie non ci sono case (o stanze) a prezzi abbordabili. D’altro canto il 19,2 per cento dei giovani fra i 18 e i 24 anni abbandonano gli studi senza aver conseguito il diploma della scuola superiore: e qui siamo 4 punti sopra la media Ue, 9 punti sopra il valore fissato dalla strategia di Lisbona.

Dice ancora l’Istat che «nel conseguimento dei titoli superiori continua a pesare una forte diseguaglianza legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti, anche considerando le differenti generazioni». Il 12,2 % del totale degli iscritti al primo anno delle superiori abbandona il percorso d’istruzione non iscrivendosi all’anno successivo, e un ulteriore 3,4 % lascia alla fine del secondo anno.

Accade, di nuovo, particolarmente nel Mezzogiorno, con abbandoni al primo e al secondo anno pari rispettivamente al 14,1 e al 3,8 % e un milione e 200 mila giovani fra 15 e 29 anni non ha letto neanche un libro nel corso del 2009 o non ha mai utilizzato un personal computer.
E infine, le donne. Per quanto riguarda l’occupazione femminile, il tasso di occupazione è sceso nel 2009 al 46,4 per cento: il più basso in Europa, a parte Malta.




mercoledì 26 maggio 2010

L'acqua e la finanza creativa...

Le seicentomila firme raccolte per i referendum dell'acqua devono aver preoccupato gli ispiratori del «quadro di nuove convenienze delineato dal decreto Ronchi» - per usare le parole del Corriere della Sera - che hanno quindi accelerato la loro azione volta a mettere a valore la ricchezza idrica.

Così sono cominciate le grandi manovre dei futuri despoti dell'acqua, timorosi di essere disarcionati prima ancora di cominciare. Primi a muoversi, Iride insieme a F2i, il Fondo fondato dalla Cassa Depositi e prestiti, Cdp e partecipato dalle grandi banche. E' opportuno a questo punto, prima di fare un passo avanti, farne due indietro.
Il primo è l'esame di Iride, da farsi subito, dato il rischio che Iride stessa sparisca in qualcosa di ancora più grande. Iride è una società controllata pariteticamente dai comuni di Genova e Torino.

La parte genovese è l'Amga (Azienda municipale gas e acqua) che negli anni 50-60 fa gli acquedotti, nel 1995 diventa Spa, si quota in borsa nel 1996, poi nel 2000 scorpora le acque in una società a parte, Genova Acque e nel 2006, con implacabile coerenza, riassorbe Genova Acque con gli altri acquedotti locali: De Ferrari Galliera e Nicolay.
Nasce Mediterranea delle acque, con una sigla che dovrebbe essere Mda ma è spesso indicata come Mad, in buona sostanza, pazza. Sempre nel 2006 la fusione con l'Aem torinese, società per azioni controllata dal comune di Torino, per dar vita all'Iride. Aem non ha direttamente acqua, ma controlla molto idroelettrico e, indirettamente, la Smat delle acque torinesi.

Il secondo passo indietro riguarda F2i (Fondi italiani per le infrastrutture). Esso nasce all'inizio del 2007 su impulso della Cassa depositi e prestiti, un'emanazione del ministero del Tesoro. Le banche e altri potenti sono invitati a partecipare, e partecipano in frotte, non si sa quanto spontaneamente. La raccolta si chiude al livello di 1,85 miliardi. Il Fondo comincia a darsi da fare e acquista per esempio il 60% della rete gas dell'Enel.

Attualmente partecipano al Fondo le banche per il 34%, le Casse previdenziali per il 24, le Fondazioni bancarie per il 24, le assicurazioni per il 9 mentre alle istituzioni dello stato rimane l'8. Ci sono poi Sponsor e Management, come nei fondi rispettosi degli usi e dei costumi. Tutto lascia pensare che F2i abbia molti quattrini da gettare nelle infrastrutture preferite, sotto la guida di Vito Gamberale, il manager prescelto da molti governi. Ma è tempo di fare il passo avanti promesso. Una nuova società dal nome promettente di San Giacomo raccoglie miracolosamente tutte le acque della zona e le trasforma in buone azioni.

Iride e F2i decidono dunque di dare l'assalto all'acqua, prima che sia troppo tardi. Il punto di partenza è il Nordovest di Genova e Torino. Il primo passo sarà quello di escludere i soci forti che sono Veolia, la multinazionale dell'acqua francese che ha il 17% e Impregilo che ha il 5 e i soci deboli con poche azioni in mano. Per tutti loro si fissa il prezzo di 3 euro per azione, un 15% al di sopra di quello corrente e che di certo tutti accetteranno. Poi le azioni saranno ritirate dalla borsa e inizierà un doppio percorso. Da una parte il Fondo crescerà a tappe successive in San Giacomo fino a raggiungere il 40%.

Dall'altra parte con i soldi in cassaforte (non certo i 237 miliardi indicati dal solito Corriere della Sera, ma 237 milioni che sono sempre una bella cifra) si partirà all'assalto di altre imprese sotto forma di Spa e a controllo pubblico-privato. Saranno prese di mira le imprese idriche pubbliche del Sud, a partire da quelle di Sicilia. Poi, siccome l'appetito, anche nel caso dell'acqua, vien mangiando, si adombra un assalto all'Acquedotto pugliese che però il presidente Nichi Vendola ha messo in sicurezza.

Il quadro dell'assalto finanziario, rapido e mirato, all'acqua pubblica, tanto per impedire che diventi bene comune, e con questo sia posta definitivamente fuori della portata di speculatori e affaristi, parte dunque da Genova e da Torino. E' chiara l'intenzione di spremere il massimo del profitto dal sistema idrico, facendo pervenire ai comuni assetati qualche euro di conforto e utilizzando il resto in affari sempre più mirabolanti.

Ma il bello della finanza - o il brutto, non sappiamo - è che si tratta di una razza di cannibali. Se il giorno 24 maggio si viene a sapere dell'accordo tra Iride e F2i, il 25 tutto il mondo è cambiato. Iride emette un comunicato congiunto con Enìa, la multiutility di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. E' l'atto di fusione tra le due società. Tutto il potere a Reggio, tutte le azioni (o quasi) a noi della libera banca.

martedì 25 maggio 2010

Il costo della crisi?....paga Pantalone!!!

Con una colossale opera di mistificazione della verità, si vuole far credere che la crisi del debito pubblico degli Stati è causata dall’eccesso di spesa pubblica, e in particolare dalla spesa sociale.


Al contrario, la causa risiede nell’enorme ammontare di risorse utilizzate per il salvataggio del sistema finanziario, che torna infatti, anche in Italia, a distribuire lauti dividendi e retribuzioni stratosferiche ai propri dirigenti. Invece di colpire la speculazione, la risposta dei governi è quella preannunciata nei giorni scorsi dalla grande stampa nazionale e internazionale e ribadita dal Fondo Monetario Internazionale: colpire quello che resta del modello sociale europeo. Ancora una volta, la crisi e l’Europa sono utilizzate dalle classi dirigenti e dai governi come pretesto per ridurre il reddito dei lavoratori e i diritti sociali.


Il governo italiano obbedisce a queste richieste e, dopo aver affermato che tutto andava per il meglio, adotta una manovra socialmente iniqua ed economicamente nociva.

La manovra è socialmente iniqua: vengono messe le mani nelle tasche degli italiani, con il blocco triennale delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, con gli interventi sulle pensioni, con i tagli delle prestazioni sociali che saranno la conseguenza inevitabile dei tagli ai trasferimenti agli enti locali.


Si prepara intanto l’ennesimo condono, nuovo premio agli evasori.

In tal modo, si accentuano le diseguaglianze sociali, già enormemente cresciute negli ultimi anni, mentre l’attacco ai pubblici dipendenti rientra nella logica della svalutazione delle funzioni pubbliche. La manovra inoltre è economicamente nociva, perché riduce il reddito dei lavoratori e quindi la possibilità di sostenere per tale via l’economia reale. Si determinano così le condizioni per un ulteriore aggravamento della recessione e della disoccupazione.


Non è affatto vero che questa è l’unica via praticabile. Le risorse necessarie possono essere reperite con una seria operazione di contrasto all’evasione fiscale (che ha raggiunto la cifra di almeno 120 miliardi, 5 volte la preannunciata manovra); con una imposizione progressiva di solidarietà sui grandi patrimoni e sui redditi, pubblici ma anche privati, a partire dalle stock options, e dagli stipendi dei manager, tassando la speculazione finanziaria, riducendo le spese militari, a partire dal ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan.


La Federazione della Sinistra avvia su questi temi un’azione di informazione e mobilitazione del Paese, e chiede a tutte le forze dell’opposizione di non cedere a lusinghe bipartisan, ma incontrarsi invece per definire le misure da intraprendere contro la manovra e contro la politica reazionaria del governo Berlusconi.


lunedì 24 maggio 2010

Federalismo demaniale=svendita totale

Dietro la parola magica del "federalismo demaniale" si nasconde il più colossale progetto di cementificazione del BelPaese della storia della Repubblica. La cessione a Regioni ed enti locali di strade secondarie, corsi idrici, sorgenti, spiagge, miniere, laghi, areoporti non strategici e più che altro di terreni agricoli fino ad oggi proprietà dello Stato è tesa esclusivamente a "valorizzare il patrimonio" ovvero a fare cassa. Non a caso si precisa a cosa devono servire i proventi : per il 75% ad abbatere il debito pubblico degli Enti Locali, per il restante 25% il debito dello Stato.

La ricchezza (e la bellezza) dell'Italia, consiste nella vasta e diffusa disponibilità di beni demaniali quali spiagge, laghi, panorami che devono rimanere beni comuni potenzialmente a disposizione di tutti, comprese le future generazioni. Quello che si opera con il decreto sul federalismo demaniale è proprio la rottura del principio del demanio come bene comune, incommerciabile e fruibile sempre da parte di tutti.
In linea di principio non siamo contrari al trasferimento di questi beni comuni a Regioni ed Enti Locali: ma non è questa la partita in gioco! E' il meccanismo che è messo in moto, ovvero quello di mercificare questi beni, che la Federazione della Sinistra contesta alla radice.

Secondo la Ragioneria dello Stato si tratta di un patrimonio valutabile tra 3,2 e i 5 miliardi di euro che potranno essere piazzati sul mercato per una "valorizzazione funzionale". Si autorizza la vendita ai privati e ai fondi immobiliari che, come è noto, saranno non solo speculativi ma aggiungeranno altri scempi a quelli già attuati nel nostro territorio, in particolare per coste e terreni agricoli.

I Comuni, già stremati dal patto di stabilità e non risarciti dal mancato ingresso di introiti in seguito all'abolizione dell'Ici,si troveranno davanti al dilemma : o spendere soldi propri per la manutenzione e la protezione dei beni ex demaniali trasferiti o metterli invece in vendita, allettando, per esempio per le aree agricole, il potenziale compratore anche con variazioni d'uso di queste aree, trasformandole in edificabili.
Il fatto che gli oneri di urbanizzazione- ovvero gli introiti che i Comuni percepiscono dalla nuove costruzioni e dalle licenze edilizie- rappresentino una delle poche entrate per le amministrazioni comunali, spingeranno i sindaci a concedere varianti e a cementificare il più possibile.

Le aree agricole demaniali che non sono state sottoposte ad un censimento preciso ammontano ad 1 milione di ettari che da ora in poi entrano a far parte del patrimonio degli enti locali. Legambiente ha calcolato che solo il 4% fosse sottoposto a questa procedura e applicando un basso indice di cubatura 0,8 mc/mq avremmo una spaventosa cementificazione delle aree agricole del nostro paese, dell'ordine di 300 milioni di metri cubi.
Anche le sorgenti di acqua minerale e termale possono essere trasferite ed essere messe in patrimonio disponibile e sottoposti a piano di alienazione, ovvero vendita
Le spiagge che continueranno a far parte del patrimonio indisponibile dello stato e quindi non potranno essere vendute saranno sottoposte a processi di valorizzazione. Si aumenterà quindi il processo di privatizzazione (le concessioni passano dagli attuali 20 anni a 99 anni) e cementificazione delle spiagge italiane.

Davanti a questo attacco senza precedenti al patrimonio ambientale nazionale ci pare grave il voto di astensione del Partito Democratico e gravissimo il voto favorevole dell'Italia dei Valori al decreto legislativo del Governo. Lo spettacolo della conferenza stampa congiunta del leghista Calderoli insieme ad Antonio di Pietro segnala drammaticamente l'inconsistenza di questa opposizione parlamentare. C'è un partito trasversale degli affari e delle privatizzazioni che sulla mercificazione dei beni comuni non conosce confini politici.

La Federazione della Sinistra è impegnata a denunciare i "furbetti del quartierino" e il federalismo degli speculatori. Invita i suoi amministratori, consiglieri comunali, provinciali e regionali a rafforzare la vigilanza sugli atti di cessione del patrimonio demaniale agli enti locali e mettere in campo una opera di controinformazione tesa a demistificare la propaganda del Governo. Si impegna a realizzare inoltre, con le associazioni ambientaliste e della società civile, Osservatori provinciali e regionali sugli effetti del "federalismo demaniale" e sui potentati legali ed illegali messi in moto da questo provvedimento teso al "sacco del BelPaese".