Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

domenica 23 maggio 2010

L'Italia che uccide

Impegnati sulla volata Champions o sulla nazionale geriatrica in partenza per il Sudafrica, quasi distratti dall’ampliarsi quotidiano della lista della cricca del mattone a buon mercato, ci capita di non riuscire a concentrarci sulla cronaca nera. Succede, del resto, quando il governo e i media vanno d’accordo e quando non c’è bisogno di utilizzare la cronaca dei delitti peggiori in chiave elettorale. Eppure, le ultime settimane sono state ricche, tristemente ricche, di episodi di violenza e di follia, di uomini che uccidono donne.

Eravamo abituati al clima estivo quale ambientazione dell’esplosione di follia familiare. Psicologi televisivi e intrattenitori, improvvisatisi giornalisti, negli ultimi anni avevano sempre scoperto nel clima torrido, nella solitudine delle vacanze fallite o in qualche altra scempiaggine, la molla scatenante delle devianze criminali sopite. Adesso invece, che la bella stagione non è ancora alle porte, quando tutte le concause sono ancora in attesa, la furia omicida, i comportamenti criminali in famiglia sono all’ordine del giorno. Da nord a sud, sposati o separati, con figli o senza, occupati o disoccupati, va in scena ovunque il filmino postmatrimoniale orrido, quello che ha un solo soggetto: la violenza sulle donne.

E non si tratta di violenza sessuale occasionale, di stupro addebitabile al maniaco o all’extracomunitario di turno, che invece di trasudare dolore e indignazione, risulta buono per rimpolpare la dose di xenofobia, questa tutt’altro che latente. Non lo troverete nei titoli dei giornali, ma sono italiani, italianissimi, gli assassini di donne di questa primavera infame. E non assassinano - o tentano di assassinare - incolpevoli quanto ignote donne indifese: sono i loro mariti o ex-mariti, fidanzati o amanti, persino parenti di primo o secondo grado.

La famiglia, dicono quelli che ne hanno almeno due, é sacra e indivisibile. E’ dove si edifica la struttura sociale del paese, il luogo della costruzione identitaria. Proprio per questo detiene diritti che le relazioni prive di timbro nemmeno si sognano. E se al timbro si lega il diritto, proprio per evitare che quei diritti possano averli un domani, si fa in modo che quei timbri non trovino liceità. Probabilmente difettiamo in etica teologica, ci ostiniamo a credere che la famiglia sia solo uno dei luoghi - e non l'unico - dove sia possibile costruire la rete di affetti con la quale si vive. La famiglia, insomma, come una possibilità, non come l'imprescindibile.

D’altra parte gli addetti alla diffusione dei sani valori e all’arricchimento del profilo pedagogico del Paese non brillano. La Chiesa che intima divieti all’amore egualitario mentre permette l’obbrobrio della pedofilia nelle sue chiese, si accompagna ai difensori della famiglia in servizio permanente effettivo, che insultano ed offendono in ogni modo le donne. Una moda oscena e bestiale, una vendetta conclamata contro i diritti che le donne hanno saputo conquistarsi quando ancora tra la società e la politica esisteva un legame. L’odio per l’indipendenza, l’odio per l’orgoglio, sembra essere, in compagnia dell’odio per “l’altro”, il senso compiuto della cristianità d’inizio millennio. Non sarà proprio un caso, quindi, se gli ultimi 3 anni, gli omicidi in Italia sono cresciuti del 16 per cento. Dei seicento omicidi all'anno di cui si "fregia" il Belpaese, circa la metà sono tra gente che si conosce e, la metà di questi, all'interno di nuclei familiari.

Il nord ricco non uccide diversamente dal sud povero. Anzi, colpisce semmai come i peggiori massacri siano avvenuti, in questi ultimi anni, proprio nelle villette monofamiliari, simbolo del benessere conquistato oltre che del gusto pessimo, e nei piccoli centri, spacciati ad ogni piè sospinto come l’alternativa dello spirito alla invivibilità della metropoli tentacolare. Pare proprio, invece, senza voler nemmeno lontanamente proporre una lettura sociologica d’accatto del fenomeno, che proprio nel nord, indicato per la qualità dei servizi, e proprio nei piccoli centri, indicati per la qualità della vita, la furia criminale all’interno delle famiglie si scatena con maggiore efferatezza.

Ci sarebbe bisogno di capire cosa c’è nel nostro modello di società che davvero non funziona più. Ci sarebbe bisogno di correre in soccorso della realtà, di uscire fuori dalle case d’ipotetici grandi fratelli e da quelle delle casalinghe disperate in formato televisivo. Bisognerebbe cacciare la Tv anche dall’urna elettorale, di ricominciare a scrivere e a parlarsi senza cercare il carburante dell’odio. Ricordiamo con nostalgia un paese solidario, dove le lotte per l'uguaglianza e per l'allargamento dei diritti di tutti prevaleva, anche sul piano morale, all'individualismo sfrenato e all'ostentazione del privilegio. Forse da quella nostalgia si dovrebbe ripartire.

Per farlo, servirebbe ricominciare ad indagare la realtà nella quale viviamo, in un sistema arcaico ed iniquo che opprime tutti, chi più chi meno. Per scoprire magari che quest’Italia, che si sveglia sentendosi diversa da tutto e s’addormenta scoprendo di aver paura di tutti, il filo dell’unità e dei valori deve assolutamente recuperarlo. Perché l’ha perso da un pezzo. Da quando cioè, quindici anni fa, scelse di diventare più furba, invece che più giusta.

sabato 22 maggio 2010

Alla faccia della missione di pace!!!

Tratto da Fatti e notizie senza dominio

La morte dei nostri due soldati ha riacceso la luce sull'Afghanistan, sarà un attimo e tornerà a calare il buio, se non fosse per gli episodi luttuosi o qualche mascalzonata sparsa ai danni dei pochi italiani che vi si trovano senza essere stati mandati dal nostro governo, il conflitto afgano è chiaramente sotto-rappresentato dai nostri media. Molto più visibile la “minaccia iraniana”, molto teorica e ormai sfumata, delle guerre vere, difficile credere al caso o una follia diffusa.

Una volta deciso in maniera bipartisan e contro la volontà popolare che si andava, a livello politico non si sono più registrati grossi scossoni o incertezze e raramente la questione è diventata oggetto di disputa politica. Quando la luce si riaccende è già previsto un menu ampiamente rodato a base di cordoglio bipartisan, funerali solenni e la scontata bordata di retorica, ultimamente parecchio sopra le righe, visto che ci ritroviamo come ministro della difesa Ignazio La Russa, uno che non fa economia di parole in queste occasioni.

Siamo sempre stati il paese dello “armiamoci e partite”; in repubblica come in monarchia i nostri leader non hanno mai brillato quando si è trattato di proiettare il paese all'estero. Premesse che giustificano gli esiti peggiori, ancora di più se all'azione è chiamata la classe politica forse più scadente della storia del paese.

È un vero miracolo, che va riconosciuto al nostro esercito e alle capacità negoziali della nostra diplomazia sul campo, che il numero delle nostre vittime in Afghanistan sia rimasto straordinariamente contenuto in questi anni. Non stona farlo notare in questa occasione, perché il paese non è mai stato pronto ad accettare una mortalità che pure sarebbe compatibile con scenari di guerra. Lo stesso problema lo hanno gli americani, che pure perdono relativamente pochi soldati grazie alla prudenza e allo strapotere militare quando arrivano all'ingaggio diretto con il nemico.

Ben pochi dei paesi che hanno militari in Afghanistan sono mai stati disposti a sopportare tributi di sangue troppo alti, per questo sono stati impiegati nel presidio di zone relativamente tranquille e tenuti per quanto possibile lontani dalle principali minacce. All'amministrazione Bush servivano foglie di fico, non aiuti militari, che ha integrato con l'uso di un numero spropositato di mercenari, gran parte dei quali occupati a proteggere altri americani o a servire la truppa professionale, ma comunque più numerosi e ubiqui e coordinati con il comando statunitense della forza multinazionale nel suo complesso.

Così, da anni, stiamo lì a fare i bersagli, attesa dell'inevitabile trappola esplosiva o dell'attacco suicida, senza fare molto di più che presenza e qualche inevitabile brutta figura; basti pensare che il compito che ci eravamo assunti per aiutare l'Afghanistan, paradossale trovata del governo Berlusconi presa per buona dai soci nell'avventura, era quello di costruire un sistema giudiziario e di formare i giudici. Forse all'epoca il diabolico immaginava di poter mandare magistrati italiani in esilio ad insegnar diritto, ma non si potrà mai sapere, perché dopo nove anni non c'è traccia di niente del genere.

L'Afghanistan non appassiona, non essendo oggetto di competizione politica è praticamente rimosso, dimenticato. Quando succede qualcosa si alza un'autorità come il Presidente della Camera Gianfranco Fini che dice che è colpa dello scacchiere internazionale, poi Bersani dichiara che non possiamo lasciar vincere i talebani e La Russa che fa il suo numero. Berlusconi, fortunatamente, questa volta era malato.

Osservando La Russa in azione, mi è venuta in mente un'assoluta banalità: quella di chiedermi retoricamente perché non ci ha mandato suo figlio Geronimo, a compiere tutto quel dovere e tutto quel sacrificio per la Patria con la P maiuscola. Un attimo dopo non era tanto una banalità: pensandoci è pur vero nessuno tra i figli di parlamentari o ministri è in Afghanistan. Ma nemmeno ci sono figli di governatori o presidenti di regione o di leader politici, nemmeno uno. Persino la trota di Bossi è stata abbastanza sveglia da preferire i ricchi incarichi in Lombardia al fascino dell'avventura contro il feroce musulmano. Piccoli forchettoni crescono.

Non succede lo stesso negli altri paesi occidentali coinvolti nel conflitto, che mostrano più contegno e senso istituzionale. Questo italico unanimismo monolitico spiega più di tante parole quanto siamo portati per le avventure militari. Per il governo dell'epoca non si trattò certo di reagire con istinto guerresco, ma di comprarsi una sedia il più possibile vicino a Bush, il più potente di tutti. Come con Putin e altri, lungimirante. Ma quanto ci sono costati Bush e Putin? Alcuni muoiono e altri ne traggono vantaggio, è sempre così con le guerre; negli Stati Uniti si sono rubati anche gli sgabelli all'ombra della guerra, oltre a pregevoli pezzi d'Iraq.

Certo è che andare al traino non esime da responsabilità, ancora di più quando si osserva che la politica dell'amministrazione Obama non si sposta di una virgola da quella di Bush. L'approccio ai problemi è tanto simile che la nuova retorica con la quale è impacchettato non basta a nasconderlo, tanto che è appena spuntata l'ennesima Abu Grahib e si è saputo che la base americana di Bagram è un centro di tortura simile a quello iracheno. L'unica differenza é che questa volta non si è trovato ancora un idiota che mettesse le sue foto su Facebook mentre applica elettrodi ai testicoli di un poveretto incappucciato.

In Afghanistan gli americani, e con loro gli alleati, stanno peggio di come stavano alla fine del 2001, dopo un mese di permanenza. Supportano Karzai che pure hanno accusato pubblicamente di aver vinto con i brogli e che correva contro un rivale che poi è stato cooptato al governo. Una farsa in faccia agli americani, che però non hanno trovato un altro “presidente” alternativo in tempo a rimpiazzare quello fallito ma abbastanza vitale da resistere al potere, che avevano scelto loro. Ora siamo al tempo del “surge”, cioè di un’accelerazione bellica che dovrebbe migliorare la situazione come la stessa tattica in Iraq.

Vaglielo a dire agli italiani e agli americani che il “surge” in Iraq non è servito a nulla, che esisteva per lo più sui media; e vaglielo a dire che oggi gli iracheni muoiono a decine ad attentato, mentre gli americani si sono “ritirati” dentro le basi nel deserto e nell'enorme fortezza (in teoria ambasciata) che hanno costruito in mezzo a Baghdad. Ci sono state le elezioni, ma il governo è ancora da fare a distanza di settimane e probabilmente la coalizione vincente non sarà quella preferita da Washington. Dettagli: l'Iraq già non esiste più in Occidente, non esistono nemmeno il suo milione di vittime e i quattro milioni di profughi, quasi un quinto della popolazione.

Immaginare che una persona su cinque di quelle che conosciamo muoia o scappi da qui a sei anni, rende l'idea del danno fatto da Bush nello scatenare una guerra impopolare e fondata su una marea di balle grossolane. Non c'entrava la guerra al terrorismo, non c'erano le armi di distruzione di massa, solo petrolio di ottima qualità. Quando è stato chiaro a tutti quale fosse il vero scopo, hanno detto che era troppo tardi per tornare indietro. Probabilmente l'amministrazione Bush ha conseguito i suoi scopi, ma il mondo pagherà a lungo un prezzo enorme per la sua decisione di occupare l'Iraq per il prossimo decennio. Noi nel nostro piccolo abbiamo dato la consueta manciata di giovani eroi, ma per fortuna ormai è finita e, qui, quello che è successo e succede in Iraq non interessa più a nessuno. Meglio rimuovere in fretta e girare la testa da un'altra parte.

Ancor meno interessa quello che succede in Somalia, dove il nostro storico inviato, il diplomatico Mario Raffaelli, è stato sostituito a gennaio senza che sia mai stato chiaro quale fosse l'agenda italiana per il paese e nemmeno quale sarà chiamato ad interpretare il suo successore. Raffaelli probabilmente è riuscito ad operare decentemente ( le buone referenze lo hanno portato a diventare presidente di AMREF Italia) proprio perché nessuno era interessato a capire cosa stesse succedendo, e quindi a ingerire. Resta che la Somalia è ancora allo sbando e che se prima c'era un governo di islamici, poi è arrivata la dittatura etiope a cacciarli per conto degli americani.

Successivamente gli etiopi se ne sono andati e adesso di islamici ce ne sono almeno di tre tipi: uno buono finalmente al governo, uno cattivo e uno cattivissimo. Gli annunciati rinforzi in addestramento in Kenya si sono rivelati fantomatici e il divide et impera continua a tenere la Somalia nel disastro. Ce ne ricorderemo se i pirati cattureranno qualche italiano al volo, altrimenti niente.

Così come un giorno ci accorgeremo che gli Stati Uniti di Obama hanno aperto un altro sanguinoso fronte in Pakistan, dove ormai non si finge nemmeno più e dove gli americani operano dall'alto con i droni e l'esercito pakistano finalmente muove contro i talebani e altri associati, che rispondono con attacchi alle città. In tutto questo il Pakistan ha dato un segnale di vitalità, perché la debolezza politica dello scarsissimo e corrottissimo marito di Benazir Bhutto (scelta dagli americani e uccisa con un attentato pauroso), ha permesso finalmente una riforma costituzionale degna di questo nome. Peccato solo che in Pakistan nessuno investa ancora in scuole, perché il Pakistan ha sempre preferito spendere in armi gli aiuti che riceveva dagli americani per fare da baluardo contro l'India, l'URSS e la Cina, riservando l'istruzione alla classe dominante e condannando il resto alle madrasse finanziate dall'Arabia Saudita.

Una scelta scellerata di regimi scellerati sempre sostenuti dagli Stati Uniti, complici di Yaya che fa il massacro in Bangladesh, di Alì Bhutto che comincia il programma nucleare, di Zia ul Haq che procede a passo di carica nell'islamizzazione della società e delle leggi. Così hanno prodotto abbastanza mujaheddin da cacciare i russi dall'Afghanistan, ma anche bombe atomiche, gli attentati dell'11 settembre e parecchi altri. Oggi il Pakistan soffre migliaia di vittime all'anno e già più di un milione di profughi interni.

Come mai tutto ciò accade con un paese storicamente “alleato” (vale lo stesso per l'Arabia Saudita)? E come mai non si trova invece uno straccio d'iraniano, siriano, libanese o palestinese disposto a partecipare a quella che hanno raccontato come la grande jihad contro l'Occidente? E’ un mistero glorioso che andrebbe chiarito dagli spacciatori di certe narrative, ma è difficile che qualcuno li disturbi con domande importune. E poi non si poteva certo pretendere da Bush di rovesciare la monarchia saudita, sono cose che non si fanno tra amici di famiglia.

Non resta che incrociare le dita e sperare nello stellone, i nostri parlamentari sono quelli che se sentono dire Darfur pensano al fast-food, pensano a mangiare loro, la guerra è affare dei nostri giovani eroi, a tutti gli altri non resta che continuare a sperare che il nostro coinvolgimento diretto s'interrompa il prima possibile.

lunedì 17 maggio 2010

Lavori pubblici a metà...

Dopo anni finalmente su via Berrettini a Castellina Scalo, nel comune di Monteriggioni, si legge dai comunicati, verrà rifatto completamente il manto stradale.
Che ci siano da rifare marciapiedi e asfalti su tutta la via nessuno lo mette in dubbio, il problema è sempre il solito, cioè, riuscire a completare un cantiere dalla “A” alla “Z”, perché vanno bene i lavori di restyling superficiale ( illuminazione marciapiedi e asfalto ), ma si sacrificano altre opere come la sostituzione della rete idrica, ormai vetusta e mal dimensionata, essenziale come il rifacimento della strada stessa.

Qualcuno già si domanda perché spendere 300 mila euro, senza prendere in considerazione di rifare anche l’acquedotto, questo vuol dire fare un lavoro a metà.
Infatti, con i lavori in corso, le condutture, già vecchie e usurate, sono sottoposte a stress da carico maggiore, e potrebbero rompersi più frequentemente, con la conseguenza di dover intervenire successivamente, spaccando nuovamente la strada per effettuare le riparazioni.

Ovviamente sappiamo quanto i problemi di bilancio incidano sulle opere da eseguire, ma mentre il Comune negli ultimi 10 anni ha conosciuto un fiorente sviluppo edilizio, non possiamo dire che è seguito uno sviluppo altrettanto costante delle infrastrutture, quali reti idriche, reti fognarie e depurazione, che sono opere essenziali se vogliamo continuare a crescere.

A oggi in alcune frazioni ci sono problemi irrisolti da anni sia per l’approvvigionamento idrico sia per la depurazione ( vedi Lornano / Badesse ), e si continua a costruire senza garanzie sufficienti che questo problema venga risolto.
Il comune dal canto suo rimanda al gestore del servizio idrico i problemi su esposti, mentre, l’acquedotto del Fiora, fa sapere che non riesce a garantire gli investimenti sufficienti, se non facendoseli anticipare dal Comune stesso.
Chi rimane inascoltato sono i cittadini che ancora una volta avranno un’opera a metà.

Per questo motivo è ancora più forte l’appello alla sottoscrizione dei tre quesiti referendari per la ripubblicizzazione dell’acqua, perché a decidere possiamo essere noi.

domenica 9 maggio 2010

Otto per mille, quello che lo stato non dice...istruzione per l'uso!!

In anticipo di tre settimane sulla Cei, la UAAR ha cominciato la sua opera di informazione sull’Otto per mille: «visto che non la fa lo Stato, ci pensiamo noi» spiega Raffaele Carcano, segretario generale della UAAR. E così contro la corrazzata vaticana di sette filmati da trenta secondi l’uno che vedremo a ripetizione in tivù da domenica 25 aprile fino a luglio, arrivano i banchetti di atei e agnostici nelle città italiane, per spiegare ai cittadini come funziona l’Otto per mille, che ogni anno distribuisce un miliardo di euro tra alcune confessioni religiose.
Solo quattro italiani su dieci firmano per l’Otto per mille e solo tre firmano per la Chiesa cattolica. Ma, per i meccanismi della legge, tutti gli italiani versano il loro contributo e, alla fine, l’87% del gettito raccolto finisce nelle casse della Chiesa, che a sua volta impiega solo l’8% di quel che raccoglie per missioni nei paesi poveri. «Lo Stato non lo spiega, non chiede fondi per sé e soprattutto utilizza gran parte di quel che riceve per la ristrutturazione di edifici di culto cattolico», insiste Carcano.
Per questo la UAAR ha anche scritto al ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti,
( allegata sotto ) per chiedere di rivedere la politica del governo sull’Otto per mille di competenza statale, evitando che quei fondi siano accantonati per esigenze di bilancio o siano destinati (direttamente o indirettamente) a realtà riconducibili alle confessioni religiose, per destinarli invece alle vittime di calamità naturali che tanto frequentemente colpiscono il nostro paese.


Al Ministro dell’Economia e delle Finanze
On. Giulio Tremonti
via XX settembre 97
00187 Roma


Oggetto: destinazione del gettito di competenza statale dell’Otto per Mille IRPEF

Gentile Sig. ministro,
come ogni anno, nelle prossime settimane i contribuenti italiani saranno chiamati a indicare come destinare l’Otto per Mille del gettito Irpef. Tra le opzioni a loro disposizione ci sarà anche quella in favore dello Stato: fondi, come recita la legge 222/1985, che lo Stato è poi tenuto a impiegare «per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali».
Negli anni passati circa un milione e mezzo di cittadini hanno scelto lo Stato: sono in gran parte non credenti che preferiscono che il loro gettito fiscale non sia destinato a finanziare confessioni religiose. I contribuenti non credenti sono i paria dell’Otto per Mille: l’unica scelta non confessionale, per l’appunto lo Stato, si è rivelata spesso deludente, perché è a sua volta servita a finanziare confessioni religiose.
È dunque agevole constatare l’esistenza di una disparità di trattamento nei confronti di una parte cospicua della popolazione (circa il 15-17%, secondo i sondaggi): diversi milioni di cittadini che non solo non credono in Dio, ma ormai non credono nemmeno più che l’Italia abbia uno Stato che faccia proprio il supremo principio costituzionale della laicità, tante sono le discriminazioni che devono quotidianamente subire. Tanti di essi, e da tanto tempo ormai, respingono in toto il meccanismo di ripartizione dell’Otto per Mille. Una posizione che finisce per colpire proprio chi li discrimina: lo Stato stesso, destinatario di un numero di scelte molto inferiore al suo potenziale.
È per questo motivo che l’UAAR, l’associazione di promozione sociale che ha come scopo sociale primario la tutela dei diritti civili degli atei e degli agnostici, le scrive per invitarla a rivedere la politica del governo in tema di utilizzo dell’Otto per Mille di competenza statale. Non c’è bisogno di leggi ad hoc: è sufficiente applicare quella esistente, evitando che tali fondi siano accantonati per esigenze di bilancio o siano destinati (direttamente o indirettamente) a realtà riconducibili alle confessioni religiose, e destinandoli invece a fronteggiare le calamità naturali che tanto frequentemente colpiscono (e purtroppo continueranno a colpire) il nostro paese.
Già lo scorso anno le chiedemmo di destinare i fondi di competenza statale alle popolazioni colpite dal terremoto in Abruzzo. Quanto stiamo vedendo in questi giorni (i ritardi nella ricostruzione, la comprensibile rabbia dei cittadini di quelle zone) mostra come la nostra proposta andasse nella giusta direzione: ci sono connazionali in enorme difficoltà, c’è una vera e propria emergenza, e c’è l’esigenza morale di intervenire subito e adeguatamente per migliorare le loro condizioni di vita. È pertanto indispensabile, a nostro avviso, destinare presto l’Otto per Mille a gestione statale alla ricostruzione con criteri antisismici di ospedali, asili nido, scuole, biblioteche, università della regione abruzzese: non luoghi di culto, per i quali c’è già l’Otto per Mille delle Chiese. Il governo ha già ora la possibilità di spostare fondi cospicui (almeno cento milioni di euro) su interventi concreti: sarebbe delittuoso sprecarla. Anche perché occorre veramente poco per concretizzarla.
In tale occasione ci permettiamo però di inviarle un consiglio che implica un impegno maggiore. Una vera e propria discontinuità con il passato: che cioè lo Stato, per la prima volta dall’esistenza del meccanismo dell’Otto per Mille, chieda ai cittadini di sceglierlo, lanciando una vera e propria campagna pubblicitaria a proprio favore. Il governo potrebbe infatti informare i cittadini della sua intenzione di destinare la propria quota di Otto per Mille all’Abruzzo. Sapendo di contribuire alla ricostruzione di una regione martoriata dal terremoto, molti contribuenti sceglieranno di firmare per lo Stato. In tal modo si attiverebbe tra l’altro una leva economica veramente consistente.
Anche quando non sono molte, l’utilizzo razionale delle risorse a disposizione può effettiva-mente consentire di creare una società migliore. Auspichiamo che sia lei, sia il governo di cui fa parte vi rendiate conto che è una strada realmente percorribile.

Cordiali saluti
Raffaele Carcano
Segretario nazionale UAAR








giovedì 6 maggio 2010

Il nucleare sicuro di Berlusconi e Scajola!!

Uranio, rapporto di Greenpeace sulle aree minerarie dello Stato africano. Acque contaminate, metalli nocivi, polveri sottili e abitanti a rischio leucemia, cancro e malattie respiratorie. Qui opera l'Areva, l'azienda francese con cui Berlusconi e Scajola hanno stretto l'accordo per costruire quattro centrali in Italia

LA FALDA acquifera contaminata per milioni di anni. Livelli di radioattività nelle strade di Akokan, in Niger, 500 volte superiori ai valori normali nell'area. Metalli radioattivi venduti nei mercati locali. E' uno dei costi nascosti del nucleare: il prezzo ambientale pagato dall'Africa all'estrazione dell'uranio. La denuncia è contenuta in un rapporto di Greenpeace Nel novembre scorso l'associazione ambientalista, in collaborazione con il laboratorio indipendente Criirad e la rete di ong Rotab, ha effettuato uno studio del territorio attorno alle città minerarie di Arlit e Akokan, in Niger, per misurare la radioattività di acqua, aria e terra intorno. E' qui che opera Areva, l'azienda francese leader mondiale nel campo dell'energia nucleare, la stessa società con la quale il governo Berlusconi e il ministro Scajola hanno stretto l'accordo per costruire quattro centrali atomiche in Italia.

"In quattro su cinque campioni di acqua che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit, la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall'Oms per l'acqua potabile", si legge nel rapporto. "In 40 anni di attività sono stati utilizzati 270 miliardi di litri di acqua contaminando la falda acquifera: saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stato iniziale". Anche nelle polveri sottili, che entrano in profondità nell'apparato respiratorio, la concentrazione di radioattività risulta aumentata di due o tre volte.

Areva sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni e materiali di risulta di provenienza mineraria al mercato locale a Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case. "Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono quasi 500 volte superiori al fondo naturale", continua lo studio. "Basta passare meno di un'ora al giorno in quel luogo per essere esposti nell'arco dell'anno a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito".

L'esposizione alla radioattività può causare problemi delle vie respiratorie, malattie congenite, leucemia e cancro. Nella regione i tassi di mortalità legati a problemi respiratori sono il doppio di quello del resto del Niger. Areva sostiene che nessun caso di cancro sia attribuibile al settore minerario.

Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e Akokan, seguita da una completa bonifica e decontaminazione. I controlli devono essere messi in atto per garantire che Areva rispetti le normative internazionali di sicurezza nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell'ambiente e delle popolazioni circostanti.

"Nella situazione attuale comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger", commenta Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace
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mercoledì 5 maggio 2010

1° maggio: un anniversario per le pari opportunità

Da tempo siamo abituati a considerare il primo maggio semplicemente come la più grande festa laica che affonda le sue radici nell’art. 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro“. Il diritto al lavoro in particolare, in quanto diritto individuale a garanzia di una vita dignitosa, è un tema che da sempre infervora la società civile ed il mondo politico.

Tuttavia, pur sempre di politica parlando, il primo maggio può anche essere ricordato come il giorno della nascita di Salvatore Morelli, “il patriota pugliese” considerato un antesignano della affermazione e valorizzazione del ruolo culturale, pedagogico e politico della donna.

Il primato pertanto riconosciuto al presidente Vendola per la formazione di un esecutivo regionale per meta’ costituito da donne, resta nel solco tracciato proprio da Morelli.
Avvocato, per oltre 10 anni incarcerato da antiborbonco, consigliere comunale a Napoli, (per un voto non passo’ la proposta di destinare meta’ Bilancio per l’educazione ed il sostegno ai giovani), divenne parlamentare dal 1867 al 1880.Fu il primo in Europa a presentare disegni di legge per il voto alle donne, il divorzio, la parità dei sessi e dei figli naturali con i legittimi, l’accertabilita’ della paternita’, la difesa delle prostitute, la cremazione, la riduzione delle “Guarentigie”, la scuola laica.Resta al riguardo sempre attuale uno dei suoi testi, “La donna e la scienza“, edizioni Pensa.
Stuart Mill, in contatto con Morelli, si ispiro’ al suo schema di legge per la legge sul suffragio femminile che presento’ a Londra.

Di Morelli la legge che riconobbe alle donne la facolta’ di essere testimoni nelle cause, mentre fu solo approvata “la presa in considerazione” del progetto di divorzio, proprio l’8 marzo 1880.

Di integerrima moralita’ (al tempo i parlamentari non percepivano alcuna retribuzione), fu persona di eccezionale generosita’. Da carcerato, nelle galere borboniche, rifiuto’ sempre la domanda di grazia, che pero’ gli sarebbe spettata per aver salvato dall’annegamento due bambini, ma che preferi’ passare ad altro condannato, anziano e con famiglia.

venerdì 30 aprile 2010

Il voto sul bilancio consuntivo 2009

Il bilancio non è altro che l’attuazione del programma con cui la maggioranza si è presentata alle elezioni, quindi da parte della federazione della sinistra cui rappresento posso solo prendere atto che il bilancio rispetta tutti i parametri, come ha illustrato l’assessore, sia, nella relazione di rendiconto del 2009, sia in consiglio comunale, e di conseguenza le mie saranno considerazioni puramente politiche sul bilancio e non una valutazione di merito sulla gestione delle voci analitica dello stesso.


Sono soddisfatto che il patto di stabilità sia stato rispettato e che continua la lotta all’evasione fiscale sugli immobili, sia come riclassificazione sia come omessi pagamenti, che le voci di entrata corrente coprono le spese correnti, che non ci sono debiti fuori bilancio e che nel 2009 siano state accolte e soddisfatte tutte le domande dei canoni affitto.


Quello invece che non c’è e non ci sarà nei prossimi anni è un cambiamento di tendenza nell’affrontare il bilancio comunale, perché dico questo, perché mentre dal sindaco sento dire, “ siamo un comune con i conti in ordine, anche se nei prossimi anni l’edilizia privata non dovesse dare delle risposte positive, oppure, io direi, se avessimo coraggio, possiamo comunque garantire con le entrate correnti una copertura delle spese correnti”, cioè per il personale per i servizi e per l’acquisto di beni, e se lo dice il Sindaco ci possiamo credere.


Invece ancora oggi si spinge sull’entrate derivanti dagli oneri di urbanizzazione per l’edilizia privata, o industriale, mentre per le opere pubbliche ogni anno il comune è costretto ad alienare alcuni beni o terreni propri per poi monetizzarli, producendo in questo modo un circolo vizioso senza ritorno, per finanziare opere pubbliche decise anni prima.


Sarà utopistico ma sarebbe bello ridurre dal bilancio le aree destinate all’edilizia residenziale e industriale, visto che i numeri parlano chiaro;

infatti i proventi ICI per la prima casa, ad oggi, incide nelle entrate bilancio pochissimo,

il-------------------------------------- --------------------------- 2,86%,

mentre per le seconde case e i negozi incide per il 52,15%,

per gli immobili industriali incide per il -----------------25,50%

per un totale di 2550000 euro circa.


Quindi nel nostro comune ci sono molte seconde case, negozi e zone industriali sufficienti a introitare proventi che vanno a coprire la spesa corrente e non vedo il motivo di spingere ancora sull’urbanistica, forse sarebbe opportuno dirottare e spingere di più sull’aumento e sulla qualità dell’offerta turistica, che nei prossimi anni sarà un volano per l’economia del nostro territorio, se sapremo coglierne l’opportunità, altrimenti i turisti saranno dirottati su altre mete, sta a noi, come amministrazione pubblica a valorizzare questo aspetto per dirottare entrate sempre più ragionevoli che possano piano piano sopperire alla diminuzione dei proventi dell’edilizia, in modo tale da non essere totalmente dipendenti dalle imprese costruttrici, che giocoforza spuntano l’affare migliore.

Perché come ha detto il sindaco è il mercato che determina se in una determinata zona è redditizia per costruirci le abitazioni, altrimenti non ci sarebbero ancora richieste a Monteriggioni da soddisfare.

Invece secondo il mio modesto parere il mercato, specialmente sull’urbanistica, va controllato ( anche perché è l’amministrazione che decide, e qui entra la volontà politica, se una determinata zona va sviluppata oppure no in base a contesti oggettivi e di interesse pubblico!! ) altrimenti il mercato detterà lui stesso le regole, ma non saranno di certo a tutela degli interessi collettivi, cosa che deve garantire il comune!!


San Gimignano insegna, il turismo è un opportunità e va colta, noi nel nostro territorio abbiamo le carte in regola per fare altrettanto con un offerta differenziata sia naturalistica sia storica sia spirituale, se cosi la vogliamo ricondurre, con la via Francigena.

Per le opere pubbliche cosa posso dire, ci sono degli investimenti corposi su badia isola, che condivido, però andrebbe accentuato un piano per le case popolari o a canone concordato, poi l’autocostruzione tanto pubblicizzato che ancora non è partita, vedo pochi investimenti sul potenziamento dell’arredo urbano, con 45mila euro nel 2009 e 50mila euro per il 2010 ci facciamo poco, magari mettiamo due panchine qua e la….


Secondo il mio parere va rivisto il piano delle opere pubbliche cercando non soltanto opere faraoniche ma opere semplici e indispensabili come sulla sicurezza stradale, quali marciapiedi e attraversamenti pedonali in sicurezza, la sistemazione di quelle piazze e giardini esistenti migliorandoli, l'abbattimento delle barriere per i disabili, permettendo loro di fruire al meglio del nostro territorio, perché la qualità della vita può dipendere anche dalle piccole opere pubbliche.


Ovviamente queste mie considerazioni, puramente politiche, mi fanno propendere per un voto contrario in quanto non vedo, ripeto, in questo e nei prossimi anni un inversione di tendenza significativo da questa impostazione.

giovedì 29 aprile 2010

Trasporto pubblico locale ancora per poco..?!?!

E' in approvazione in tutti i consigli comunali il progetto della toscana del sud, il quale prevede che le aziende di trasporti “Train” “Rama” “LFI” e “ATM” si uniscano per formare un unico soggetto imprenditoriale.
Dopo l’acqua i rifiuti, i servizi di assistenza domiciliare con la società della salute, ancora una volta vediamo allontanare dai cittadini un servizio pubblico essenziale, in questo caso per la mobilità, il servizio del” trasporto pubblico locale”.
Si pensi come può essere determinante il servizio di trasporto per i cittadini ndei piccoli paesi o frazioni che altrimenti non potrebbero muoversi ( tipo Chiusdino, Monteguidi, o alle piccole frazioni che sono nel nostro comune.

Dobbiamo dire che il servizio di trasporti è gestito da 7 anni in maniera privatistica, da un azienda del territorio, chiamata Train, ma pur sempre a totale capitale pubblico, che deve rendere conto in prima persona agli azionisti che sono i 36 comuni della provincia di Siena, e quindi ai cittadini, adesso con questa nuova aggregazione si ridefiniscono gli assetti societari e quindi le quote dei comuni scenderanno significativamente, perché le quote confluiranno nel nuovo riassetto societario dove il “Train” avrà il peso del 34% all’interno della “new co” che verrà costituita.
Il piano industriale prevede un impronta ancora più privatistica con ricadute in primis sui lavoratori e in secondo sulla sicurezza per i passeggeri per i tagli alle manutenzioni, che sono previste.
Un'altra criticità del progetto è stata la scarsità di confronto.
Anche sei il documento che viene presentato coma “Piano Industriale” porta la firma dell’ottobre 2009 (??) i primi atti nei consigli comunali si sono avuti solo in questi giorni.

All’interno delle commissioni consiliari gli spazzi per comprendere/confrontarsi sono stati troppo stretti o assenti. Forse è mancato anche un coinvolgimento più ampio nei confronti dei cittadini ai quali spiegare il futuro dell’azienda che gestisce (gestirà???) il servizio di Trasporto pubblico locale.

Secondo noi lo spazio del confronto dovrebbe essere sempre esteso e non ristretto come succede spesso quando si affrontano cose complesse come queste.
La bontà del processo aggregativo deve misurarsi non solo sugli andamenti economici futuribili / prevedibili della nuova azienda ma da atti concreti che facciano senza dubbi riconoscere le potenzialità per lo sviluppo quali / quantitativo (più servizi e più qualità di erogazione degli stessi) dei servizi di Trasporto Pubblico.

Le operazioni aggreganti non possono essere fatte sulla pelle dei lavoratori. Quindi dobbiamo chiedere che siano garantiti gli attuali standard (livelli) occupazionali, salariali e normativi (non solo per i lavoratori che da più anni sono all’interno dell’azienda) e che l’omogeneizzazione del trattamento debba avvenire sui trattamenti aziendali più vantaggiosi
Che gli atti di gara (la prossima) debbano contenere regole ferme e chiare per la tutela dei posti di lavoro anche sotto l’aspetto dei livelli salariali e normativi

Occorre sottolineare che anche in questo caso siamo di fronte alla privatizzazione di un servizio essenziale per il riconoscimento compiuto di diritti costituzionali (libertà di movimento) e che anche in questo caso occorrerebbe ripensare pienamente al modello di gestione. Per noi vale anche in questo caso le riflessioni fatte sull’acqua e la ripubblicizzazione del servizio fino alla produzione in proprio (ente che produce direttamente con proprio personale il servizio di TPL)

mercoledì 14 aprile 2010

Io sto con Emergency!!


L’arresto dei tre medici di Emergency , le inaudite dichiarazioni di esponenti della maggioranza e del governo contro l’organizzazione umanitaria, dimostrano che si vuole eliminare ogni testimone dalla guerra sporca che si sta svolgendo in Afghanistan.
Il ministro Frattini ha affermato che se le accuse ad Emergency fossero vere da italiano si vergognerebbe . Ci permettiamo di domandare al Ministro : perché si vergogna di tre medici che curano tutte le vittime della guerra e non spende una parola di sdegno quando le truppe Nato, di cui i militari italiani fanno parte, massacrano civili?
Il governo italiano brucia 2 milioni di euro al giorno per sostenere un governo come quello Karzai, fondato sulla frode elettorale, la corruzione e la gestione dei signori della guerra del mercato dell’oppio. Allo stesso tempo si scaglia inopinatamente contro la parte migliore del nostro Paese che salva in quelle zone il buon nome dell’Italia infangato dalla nostra partecipazione alla guerra.


Emergency non ha ancora alcuna notizia dei tre volontari italiani. La struttura, spiegano dalla ong di Gino Strada, è in questo momento in mano alla polizia afgana e al personale locale. Nessun operatore internazionale è più operativo nell’ospedale. Il personale internazionale dell’ospedale che ancora si trovava a Lashkar-gah, dopo l’arresto-sequesto di Marco Garatti, Matteo Dell’Aira e Matteo Pagani, ha preso un volo per Kabul, diretto alle strutture di Emergency della capitale afgana. Si tratta di sei operatori, cinque italiani (di cui quattro donne) ed un indiano. Dal giorno dell’arresto dei connazionali, questi sei operatori si trovavano nelle loro case e non erano più rientrati in ospedale. Alla base della decisione, presa dalla ong d’intesa con le autorità, anche motivi di sicurezza.


La colonna infame. A chi fa paura Emergency? Al ministro Frattini? A Bruno Vespa? All’onorevole Gasparri? Alle pallottole vaganti? Alle mine anti-uomo? Al cartello italo-afgano dei mercanti di droga e armi? Alle missioni di pace? Al mercato delle missioni di pace rifinanziate automaticamente ogni sei mesi? Dimenticato qualcuno? Il Vaticano che teme di perdere il primo posto nelle tasche dei contribuenti italiani in virtù del silenzio assenso dell’obolo costituito dall’otto per mille. E poi c’è il mercato dei finaziamenti alle ong, e poi ci sarebbe la Croce Rossa… Fa paura ai servizi afgani? Insomma il complotto è tratto. La colonna infame è in movimento. I nemici di Emergency sono vivi e vegeti e lottano contro i medici che salvano vite umane a prescindere dalle tessere di partito, per dirla con Strada. Il mondo dell’associazionismo: Terre des Hommes, tra gli altri, chiede un intervento attivo della Farnesina “che ha la responsabilità di seguire tutti gli espatriati che si trovano in situazioni così delicate”. La rete della società civile italiana “Afgana” sollecita anche un intervento dell’Unione europea e chiede inoltre alla Nato di “chiarire definitivamente quale parte abbiano avuto i soldati Isaf nell’operazione e per quale motivo vi abbiano partecipato”, come dimostra un video diffuso dall’Associated Press.


Io sto con Emergency. “Io sto con Emergency liberi subito” è il titolo intorno al quale su facebook in poche ore si sono ritrovate migliaia di persone per manifestare il loro sostegno ai tre operatori sanitari arrestati sabato in Afghanistan. Sconcerto, dolore, rabbia, ammirazione e anche qualche frecciatina al governo italiano che domenica sera non ha certo brillato per spirito nazionale. Tanti i commenti, oltre a 70 mila firma di solidarietà, lasciati anche su sito ufficiale dell’organizzazione. Per sabato prossimo, in piazza Navona a Roma, è stata promossa da Emergency una manifestazione per protestare contro l’arresto di Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani


Mentre rinnoviamo la richiesta al governo di pretendere l’immediato rilascio dei tre medici arrestati, ci uniamo all’appello di Gino Strada rivolto ai cittadini e alle cittadine affinché sottoscrivano la solidarietà ad Emergency. L’Italia che ripudia la guerra alzi la voce, fermi questa vergogna.

mercoledì 7 aprile 2010

10 punti di riflessione sulle prospettive del PRC e della Federazione della sinistra dopo il voto

Occorre tornare sul risultato elettorale delle regionali perché, come mi pare si sia potuto cogliere anche nel recente Consiglio della Federazione della sinistra, esso può essere interpretato in vari modi. Inoltre, i diversi giudizi conducono inevitabilmente verso prospettive differenti. I dieci punti che seguono sono il tentativo di leggere in modo obiettivo il risultato elettorale, ma soprattutto vogliono trarre prime conclusioni sulla prospettiva che si apre per il PRC e per la Federazione

1 La prima questione, essenziale, è l’interpretazione del successo del centro-destra ( perché di questo si tratta). Non si è trattato di un successo in termini di voti ( perché semmai vi è stata una flessione), quanto della straordinaria capacità di tenuta elettorale, pur in una situazione quanto mai sfavorevole, che ha consentito allo stesso centro-destra di conservare la propria forza e di conquistare il governo in altre quattro regioni. Gli effetti di questa vittoria si possono già misurare ora: rafforzamento dell’asse Berlusconi – Lega (unica vera vincitrice), rilancio dell’offensiva istituzionale (con lo scambio fra federalismo e presidenzialismo e ancor di più la riforma della giustizia, garanzia dell’impunibilità del premier) e prevedibile offensiva sociale (dall’art. 18, al sistema pensionistico, ai diritti). Su questa lettura del risultato non dovrebbero esservi dubbi. Il punto sul quale invece occorre porre l’attenzione è la simmetrica sconfitta dell’opposizione, che è intaccata anch’essa dall’astensionismo crescente ( in ciò evidenziando dinamiche del tutto diverse da quelle francesi) e che perde consensi elettorali ( dalle forze del centro-sinistra alla stessa UDC), con l’unica eccezione dell’affermazione delle liste Grillo in alcune regioni. La sostanza della sconfitta dell’attuale linea del PD sta nell’essersi illusi che fosse possibile battere il centro-destra attraverso essenzialmente una operazione di geometria politica, allargando semplicemente il sistema di alleanze al centro, anche a prezzo di torsioni moderate e rotture a sinistra. La lezione da trarre è semplice ma molto impegnativa: senza una straordinaria capacità di promuovere l’opposizione, connettendola con le non irrilevanti manifestazioni di resistenza sociale che sono in atto, senza un sostegno vero alle battaglie a difesa del lavoro e dei diritti, senza una limpidezza nella collocazione e nelle pratiche, il centro-destra non solo non è scalfito nei rapporti di forza, ma consolida la sua egemonia in pezzi rilevanti della società italiana.

2 Questa constatazione, tuttavia, ha delle implicazioni anche per quanto riguarda la lettura del nostro voto e su questo, invece, a me pare vi sia nel nostro dibattito, ma soprattutto in quello della Federazione, un’impostazione insoddisfacente e che, talvolta, emergano posizioni non condivisibili. Non si tratta tanto del giudizio complessivo. E’ del tutto evidente che dal punto di vista elettorale in senso stretto l’arretramento rispetto alle europee è negativo, anche se sarebbe sbagliato dare un giudizio catastrofico. Il punto è che questa flessione rispetto alle europee era annunciata perché nei mesi scorsi tutti i segnali andavano in questa direzione. Ciò significa che essa non è tanto il risultato della tattica elettorale utilizzata (sulla quale avrò modo di soffermarmi successivamente), quanto – assai di più – del deficit di iniziativa politica e sociale della Federazione e del suo profilo ancora indefinito.

3 La questione fondamentale sta quindi nella nostra credibilità. In questo sta a mio avviso la connessione con il tema generale che emerge dal dato elettorale a cui ho accennato in precedenza. Il deficit di opposizione e di capacità di rappresentare la domanda sociale investe, insomma, anche noi. Nella sostanza, a me pare che non siamo riusciti a ridare senso – nella materialità dell’attuale condizione sociale – ad una scelta anticapitalista e comunista. Io temo, anzi, che in queste elezioni la Federazione sia stata percepita più come l’interprete di una storia, che come il soggetto promotore di un cambiamento, che all’evocazione di un processo di riaggregazione a sinistra non abbia fatto seguito la capacità di dare il senso di una sua effettiva utilità sociale. Nel dibattito in corso nella Federazione, invece, si elude un confronto vero su questi nodi e molto spesso ci si limita al richiamo ai limiti organizzativi che hanno gravato e che gravano sulla sua operatività. A tale proposito, la richiesta di accelerare tout court il processo di costituzione della Federazione se riflette il bisogno di superare una condizione di provvisorietà, nasconde, io penso, la sottovalutazione di questi limiti di fondo e la ricerca della classica scorciatoia organizzativistica.

4 Un secondo ordine di considerazioni riguarda la questione delle scelte elettorali compiute. A me pare che in talune interpretazioni presenti nella Federazione, ma anche nel nostro partito, si tenda ad attribuire il risultato elettorale insufficiente ad un’inadeguata politica delle alleanze. L’enfasi posta sulla sconfitta in Campania e Lombardia e la continua sottolineatura sull’effetto del “voto utile” a cosa mirano? Cerchiamo di capirci: l’effetto “voto utile” c’è stato e chi lo nega non tiene conto di un dato della realtà. Lo sapevamo bene che si sarebbe manifestato e non si può certo sostenere ora che vi sia stato nelle scelte che abbiamo fatto un eccesso di settarismo nei confronti del centro-sinistra. Quando abbiamo posto la priorità dei contenuti e la questione morale abbiamo accettato un confronto con il centro-sinistra rigoroso, senza precludere la possibilità di conseguire (dove ne esistevano le condizioni) un accordo. Non è forse vero che dove le alleanze non sono state fatte ciò lo si deve al rifiuto immotivato del PD o a scelte assolutamente inaccettabili, come nel caso della Campania? Se un rilievo posso fare sulle scelte compiute non è quello che vi sia stata la mancanza di propensione unitaria, semmai che dovevamo essere ancora più rigorosi sui contenuti. Senza aprire polemiche, a me pare che in alcuni casi potevamo fare scelte o adottare comportamenti diversi. Peraltro, pur essendo il risultato nelle regioni dove siamo andati in alleanza con il centro-sinistra migliore di quelle in cui siamo andati da soli, vi sono in ogni caso differenze fra le varie regioni che non dovrebbero essere sottovalutate. Se depuriamo il risultato complessivo da quello ottenuto nelle regioni in cui ci siamo presentati autonomamente, constatiamo come si è avuta comunque una flessione, a dimostrazione che se l’effetto voto utile c’è stato, nondimeno anche le alleanze con il centro-sinistra non hanno impedito l’arretramento rispetto alle elezioni europee, che è stata sì contenuta ma non arrestata.

5 Sull’indicazione operativa da trarre dal risultato non vi possono essere molti dubbi. Di fronte al successo delle destre e alla pericolosità delle stesse, è evidente che la costruzione di un’iniziativa unitaria è essenziale. Che la Federazione debba assumersi la responsabilità di promuovere tale iniziativa mi pare altrettanto logico. L’agenda delle iniziative da assumere è dettata in primo luogo dai temi sui quali l’offensiva della destra è più forte e su quelli a maggiore impatto sociale. Sul fronte sociale queste sono: la difesa dell’articolo 18, la tutela dell’occupazione e la lotta al precariato, la salvaguardia dei beni pubblici, il rifiuto del nucleare. Questi temi s’intrecciano alla battaglia referendaria. Con tutte le forze che sono disponibili a sostenere queste iniziative dobbiamo essere disponibili al dialogo e promuovere mobilitazioni unitarie. Così come dobbiamo lavorare per uno schieramento a difesa della democrazia e in particolare della Costituzione, contro le torsioni presidenzialiste, contro la manomissione del sistema giudiziario e contro l’offensiva sul federalismo fiscale. Né, credo, si possa mettere in dubbio la necessità che in caso di elezioni politiche si realizzi un accordo elettorale per battere Berlusconi. Il punto è un altro e riguarda la relazione che si viene a stabilire fra la Federazione e il centro-sinistra.

6 A me pare che vi siano in campo due linee possibili. La prima è quella che, assumendo il bipolarismo come un dato di fatto e considerando preminente l’esigenza di evitare l’isolamento politico, persegue la via della ricostruzione del centro-sinistra, con il corollario della scelta di alleanze elettorali sistematiche a tutti i livelli, in cui l’esigenza frontista prevalga anche sul confronto di merito sui contenuti e che prevedano lo sbocco di governo. Di qui io credo una serie di polemiche fatte sugli accordi elettorali, il più delle volte formulate da chi auspicava l’intesa di governo purchessia, vuoi per occupare postazioni (gli assessorati) giudicate decisive per la visibilità, vuoi per il convincimento che la questione programmatica non sia – al momento attuale – in sé decisiva. La linea alternativa è quella che lavora per il superamento del bipolarismo, considera decisivo al fine della costruzione di una vera opposizione il terreno concreto dei contenuti e delle pratiche, accetta il confronto unitario col centro- sinistra, ma nella consapevolezza che oggi la difficoltà principale sta in una propensione moderata che impedisce lo sviluppo di un’opposizione di massa degna di questo nome, che le alleanze elettorali vadano misurate sul piano della coerenza fra esigenza di unità ed efficacia dei contenuti, che, conseguentemente, sia essenziale il mantenimento dell’autonomia della Federazione dal PD e che non esistano le condizioni per la ricostruzione del centro-sinistra.

7 Personalmente non ho dubbi. Io mi riconosco in questa seconda linea, che è poi quella che si richiama al fulcro della scelta operata nel congresso di Chianciano. Non si tratta di un rigurgito identitario, né di una propensione settaria o della sottovalutazione dell’esigenza obiettiva dell’ unità per battere le destre. Si tratta invece di una lettura – a mio parere realistica – dello stato delle cose. Se è vero che il risultato elettorale dipende dal deficit di opposizione e se tutti riconosciamo che tale deficit è imputabile in modo principale alle posizioni del PD, è evidente che al di là della nostra disponibilità unitaria, se non c’è una nostra iniziativa autonoma che sappia non solo praticare l’unità ma anche spostare a sinistra l’asse politico, l’esito sarebbe quello di assecondare un continuismo che non consente un passo in avanti. Se sul fronte elettorale, l’unica bussola è quella della generalizzazione degli accordi di governo col centro-sinistra, senza valutarne l’effettiva compatibilità con alcuni contenuti, certamente si elimina l’effetto voto utile, ma non s’inverte la tendenza (prevalente in questo risultato elettorale), ad un nostro progressivo declino per mancanza di un profilo forte, e socialmente credibile. L’alternativa fra le due linee non è, quindi, quella fra propensione unitaria e resistenza settaria, come alcuni vorrebbero dare ad intendere, ma fra due idee diverse di unità: l’unità come convergenza possibile, fra soggetti autonomi e sui contenuti e l’unità come tendenziale omologazione. A me pare che la seconda via sarebbe alla fine mortale per il nostro partito e per la Federazione.

8 Se questo è vero, un nodo va però affrontato ed è quello dei rapporti a sinistra. A me pare che l’attuale Federazione da sola non sia in grado di reggere la sfida che ci sta di fronte e questo non solo per i limiti che ho prima richiamato, ma anche per un’evidente insufficienza in termini di rapporti di forza. Con un 3% circa di consensi si rischia in continuazione di finire o nell’isolamento o nella subordinazione. Inoltre, la forma stessa che si è data la Federazione costituisce un oggettivo impedimento ad un suo allargamento. Lo si voglia o no, nuovi soggetti dovrebbero aderirvi accettando un’impostazione già definita, il che mi pare costituisca un ostacolo in molti casi insuperabile. Se la scelta fosse stata diversa – come personalmente ho sempre sostenuto – e cioè un processo aperto, molto centrato, oltre che sull’accordo elettorale, sulla sperimentazione di pratiche, senza forzature organizzativistiche – sarebbe stato possibile un allargamento. Per come si sono mese le cose mi pare sia difficile. Il problema dei rapporti di forza sta diventando sempre più importante e lo sarà a maggior ragione a partire dal voto alle amministrative del prossimo anno per le quali, data la riduzione del numero di eletti, anche in presenza di alleanze con il centro-sinistra non saremmo più garantiti. E qui veniamo ad un punto fondamentale. Se non si consolida a sinistra un “polo alternativo” di una certa consistenza non si regge la presentazione autonoma dal PD (come dimostrano specularmente i casi della Campania e delle Marche), ma diventa anche difficile, laddove ve ne siano le condizioni, stipulare alleanze con il centro-sinistra qualificate. Dirò di più, solo una sinistra autonoma, conflittuale e non subordinata, con una massa critica adeguata, può influire positivamente sullo stesso dibattito in corso nel PD.

9 Un polo di sinistra ha oggi senso se è in grado di porsi in modo autonomo rispetto al PD. E’ da qui che sorge il problema della relazione con SEL. Fare dell’alleanza con SEL una questione di numeri del tipo…… se sommiamo il nostro 2,8% con il loro 3%, raggiungiamo quasi il 6%…. e’ una pura astrazione e non solo perché in tema di elezioni non valgono mai le somme algebriche, ma perché il problema con SEL è se questa formazione intende essere autonoma dal PD o se si considera parte integrante di un centro-sinistra a guida PD. Oggi la linea prevalente in SEL è quest’ultima e le posizioni di Vendola danno a tale scelta una connotazione ancora più inquietante, puntando a costruire un soggetto unico del centro-sinistra di ispirazione “nuovista”, non molto dissimile dalle suggestioni veltroniane. L’esperienza della Marche (dove abbiamo costruito un polo alternativo con SEL) ci suggerisce che quest’impostazione può essere superata, ma per l’appunto facendo leva su contraddizioni reali, non in ragione di una convergenza scontata. Vorrei anche rilevare che un polo della sinistra di alternativa che oltrepassi i limiti della Federazione può vedere la presenza anche di altre forze politiche, ma che esso ha un senso se raccoglie una domanda di cambiamento e per questo sarebbe curioso che si realizzasse senza coinvolgere almeno parti dei movimenti di lotta, se non riuscisse a recuperare almeno un pezzo di quel popolo di sinistra che si è rifugiato nell’astensionismo o nella protesta populista. So bene che di fronte alle difficoltà obiettive la tendenza più semplice è quella di confluire sotto le grandi ali del PD, ma queste scelta non risolve alla fine i nostri problemi.

10 Un’ultima considerazione va fatta sul PRC. A me pare del tutto evidente che ogni possibilità di ripresa, sia della Federazione sia di una sinistra non omologata e rinunciataria, dipende in ultima analisi dal rafforzamento del PRC. Non si tratta di boria di partito. Il punto è che anche in queste elezioni, senza questa forza tutto sarebbe stato impossibile. Né credo all’ipotesi della Federazione come un processo di fusione. Non ho mai creduto alla semplificazione dei soggetti politici, a prescindere dalla loro base politico-culturale. La federazione è un insieme di soggetti che possono realizzare livelli di unità maggiori, anche considerevoli, ma che non ha allo stato attuale le basi per trasformarsi in partito unico. Il punto è che oggi il progetto di rilancio organizzativo, teorico e culturale del PRC non c’è. Pensare di tenere in campo migliaia di militanti, senza assumerlo, è una pura astrazione. Quando parlo di progetto intendo qualcosa di significativo, non un richiamo generico al consolidamento. Esso richiede che questo obiettivo sia posto come una priorità nell’agenda politica, che s’investano forze, che soprattutto si lavori a partire dalle organizzazioni di base, i circoli. Che se ne ridefiniscano i compiti, che li si attrezzino a reggere un’iniziativa sociale straordinaria, che si diano ai militanti strumenti di analisi e di interpretazione; che si ristrutturi il partito sulla base di principi autenticamente democratici, che la partecipazione sia una cosa vera, che le componenti tornino ad essere luoghi di riflessione ed elaborazione, anziché lobby finalizzate alla spartizione di cariche e ruoli. Un impegno gravoso, dunque, ma ineludibile.

Gianluigi Pegolo

Segreteria nazionale PRC

venerdì 2 aprile 2010

Le due facce della stessa medaglia…..

L'altra sera mi è capitato di imbattermi in un articolo interessante che secondo me riesce a far capire molto bene il periodo storico che stiamo attraversando, dove, il revisionismo storico cancella di fatto la resistenza nei libri di storia, per questo motivo colgo l’occasione per denunciare un’altro episodio accaduto dalle nostre parti, un atto vandalico sul monumento ai partigiani caduti in loc. scalvaia, di matrice fascista, che ci fa ripiombare negli anni più bui del nostro paese.



Il quotidiano la Repubblica denuncia che nei nuovi programmi di storia dell’ultimo anno dei licei è scomparsa la parola “Resistenza”. Dopo la seconda guerra mondiale, si passa direttamente alla guerra fredda. E la Resistenza? Ecco la risposta di Max Bruschi, consigliere del ministro dell’Istruzione Gelmini, alle domande della giornalista che ha redatto l’articolo: “Ma non ha letto qui, dopo la voce Onu? È ben esplicitato: ‘Formazione e tappe dell’Italia repubblicana’. Naturalmente è sottintesa la Resistenza. L’abbiamo inclusa senza citarla tra i capitoli fondativi della storia repubblicana. È un modo per rafforzarla, no?”.

No, onestamente non sembra proprio. Bruschi poi afferma che “la Resistenza continuerà ad essere affrontata come momento significativo della storia d’Italia” ed è scontato che sia compresa, “sarebbe come insegnare la matematica senza le tabelline”.

Sarà, ma non essendo esplicitamente citata, sorge il sospetto che il livello di approfondimento sia lasciato all’iniziativa del docente di turno che potrebbe anche, volendo, ometterla senza violare i programmi ministeriali.

Ma è un caso che la madre della nostra Costituzione e dell’Italia repubblicana non venga più menzionata nei programmi di storia del liceo?

Forse qualcuno ricorda la riforma Moratti delle scuole elementari e medie del 2004, che ha cambiato l’assetto dei primi otto anni di istruzione. Al varo della riforma sorse analoga polemica sull’evoluzionismo, stralciato di netto dai programmi di scienze. Al suo posto era comparso, ma solo nel programma di storia, il seguente punto: “La terra prima dell’uomo e le esperienze umane preistoriche. Passaggio dall’uomo preistorico all’uomo storico nelle civiltà antiche. Miti e leggende delle origini”.

L’evoluzionismo darwiniano, cioè, era stato relegato tra i miti e le leggende, a pari dignità con le teorie creazioniste della Genesi.

La levata di scudi di tutto il mondo accademico e scientifico fece fare retromarcia al ministro Moratti, che si affrettò subito a correggere la ‘svista’.

Il perpetrarsi di queste ‘sviste’ non ci fa certo stare tranquilli. Lo smantellamento della scuola pubblica, in corso da vari anni, non ha solo fini economici – come l’equiparazione con le scuole private a tutto vantaggio degli istituti cattolici – ma culturali. Saltare una parola qui e una lì, giocando sulla facile ambiguità del linguaggio, è un’operazione mirata di attacco all’istruzione e alla democrazia.

Sappiamo bene che in ogni regime totalitario l’istruzione segue dei canoni ben precisi, comprende ciò che va divulgato – e magari amplificato – mentre tace su ciò che è meglio non conoscere.

In Italia il percorso è iniziato da tempo sotto i vari governi Berlusconi. Vittime, oltre all’informazione – le censure televisive precedenti le elezioni regionali costituiscono un acme che dovrebbe convincere anche i più increduli – la scuola, l’università, la ricerca, nelle quali si introducono, a piccole gocce, visioni di parte, interpretazioni politiche e perfino religiose. A tal proposito, che il vicepresidente del più rappresentativo istituto di ricerca italiano, il Cnr, sia uno storico del cristianesimo, fa ridere a crepapelle tutta la comunità scientifica mondiale. Come può un uomo, condizionato in modo evidente dalla sua personale convinzione religiosa, assumere una carica così rappresentativa per la ricerca pubblica italiana? Roberto De Mattei, infatti, assolve al suo ruolo di vicepresidente sostenendo le teorie creazioniste della Bibbia contro quelle evoluzioniste di Darwin e, incredibile ma vero, è arrivato addirittura ad affermare pubblicamente che Adamo ed Eva sono due personaggi storici!

Tutto quadra quindi. La Resistenza, così come l’evoluzionismo, potrebbero destabilizzare delle coscienze fino a impedirne il controllo. Per un regime incipiente è inaccettbaile.



La notizia appresa dell’atto vandalico sul monumento ai partigiani caduti a Scalvaia è estremamente preoccupante. La matrice fascista è di indubbia evidenza e le minacce contenute nel volantino rappresentano un offesa non solo al popolo di Monticiano ma a tutti i democratici della nostra provincia e del nostro Paese.

Il gesto è estremamente preoccupante e l’evoluzione dello stesso (così come descritto nel volantino di rivendicazione) può rappresentare un ulteriore pericolo alla democrazia già piegata dai tanti provvedimenti governativi. Tale gesto deve trovare ferma indignazione da parte di tutta la società civile che in questa terra trova le sue fondamenta proprio nelle gesta e nei sacrifici di questi partigiani che in molti casi a prezzo della vita garantirono la libertà e la democrazia di questo Paese.

Noi siamo enormemente preoccupati della fase politica e sociale che il Paese attraversa. La difficile situazione economica che i lavoratori stanno subendo si affianca al tentativo sempre più spesso realizzato della riduzione dei diritti conquistati con le lotte nei decenni passati. Nel contempo la memoria per la storia del nostro Paese subisce continui attacchi revisionistici tali che ad oggi nella mente di molti è stata cancellata la differenza tra dominati e dominanti oppure tra sfruttati e sfruttatori.

Di fronte a questi casi occorrerebbe ripetere l’esperienza di quella “vigilanza democratica” che in alcuni casi nel passato ha impedito la fine della democrazia così come l’abbiamo conosciuta e contribuito a realizzare.

Se le esperienze del passato non sono ripetibili occorrerebbe almeno una indignazione generale che impedisca il ripetersi di simili fatti.

Per prima cosa ci aspettiamo quindi che non ci sia più indugio ad esempio sul voto della mozione su Mussolini. In alcuni interventi passati sulla stampa, qualche autorevole esponente politico della nostra città dichiarava che quella mozione apparteneva ad una fase storica chiusa e passata e riteneva che tali manifestazioni non fossero utili ad una sinistra moderna chiamata al governo delle cose serie che incidono sulla pelle dei lavoratori.

Secondo noi invece tutto quello che sta avvenendo in questo Paese fa parte di un contesto antidemocratico. Il vandalismo nei confronti di monumenti che rappresentano la storia di un Paese e gli attacchi ai diritti dei lavoratori (compreso il diritto ad una vita dignitosa) sono le due facce della stessa medaglia. E non è pensabile affrontare un problema senza affrontare l’altro. La sinistra, per moderata che possa essere, non può far finta che oggi non siamo al cospetto di un grave attacco alla nostra Costituzione e che per difendere i diritti dei lavoratori occorre anche essere coscienti che occorrano prese di posizione forti.