Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia

martedì 8 novembre 2016

4 Dicembre, la democrazia ostacolo alla finanza

di Marco Bersani.

Affrontare il tema del referendum costituzionale dal punto di vista tecnico-giuridico o dal punto di vista politicista delle alleanze trasversali che si prefigurano, rischia di non far cogliere la portata reale di una scadenza che è un punto di svolta nella società italiana. Siamo in un periodo - ormai lungo - di profonda trasformazione del modello capitalistico, che, nella sua fase della finanziarizzazione spinta, ha la necessità di rompere il “compromesso sociale” su cui è nata l'Europa, per mettere in campo una strategia di mercificazione dell'intera società, della vita delle persone e della natura.
Il compromesso sociale è quello fra capitale e lavoro, che ha segnato tutto il dopoguerra del continente europeo: per motivi geopolitici (Europa al confine della guerra fredda e dello scontro tra capitalismo statunitense e socialismo reale) e per motivi socio-politici (le lotte dei movimenti operai studenteschi e sociali), l'incedere del capitalismo in Europa ha seguito una strada differente dalle esperienze di altri continenti. Nasce da questi processi l'insieme di diritti riconosciuti che per decenni ha caratterizzato lo stato sociale di tutti i paesi europei.
Oggi, l'enorme massa di capitali accumulata sui mercati finanziari ha la stringente necessità di nuovi mercati sui quali riversarsi per garantire una nuova fase di accumulazione e il proseguimento del modello neoliberista dentro la più grande - per intensità e durata - crisi economica sinora accaduta. Ma quali possono essere questi nuovi terreni di espansione se non esattamente quelli sinora fuori mercato, o comunque rigidamente regolati secondo l'interesse generale? 
E' questo il motivo per cui oggi sono sotto attacco i diritti del lavoro, i beni comuni, il territorio e i servizi pubblici: tutto deve essere infatti sottoposto alla valorizzazione finanziaria e alla profittabilità per pochi, mentre l'orizzonte esistenziale collettivo viene determinato dal concetto di “uno su mille ce la fa” e quello individuale dal concetto di “io speriamo che me la cavo”.
Se questo scenario è vero, e basterebbero i nuovi trattati internazionali di libero scambio in corso di negoziazione - dal TTIP, al CETA, al TISA - a dimostrarlo, dentro questi processi non può che essere rimesso in gioco anche il significato profondo della democrazia.
Un brevissimo excursus storico ci può aiutare a definire il problema: il modello liberista, poi affermatosi in Gran Bretagna con il governo Thatcher e negli Usa con il governo Regan, ha avuto in verità un antecedente poco studiato: il Cile di Pinochet, il cui sanguinoso colpo di Stato è stato salutato da Milton Friedman e dagli economisti della scuola di Chicago come “lo shock che rende politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile”, dando vita al più completo piano di privatizzazioni della storia recente. Se dunque l'atto di nascita del modello neoliberale avviene non attraverso la democrazia, bensì attraverso la feroce distruzione della stessa, questo significa che capitalismo e democrazia (per quanto formale), lungi dall'avere un rapporto di consustanzialità, hanno piuttosto avuto una relazione di contingenza.
In altre parole, se la democrazia è funzionale il modello la assume; pronto tuttavia a farne a meno laddove divenisse un ostacolo.
C'è un significato importante dentro queste riflessioni: se oggi ciò che interessa ai grandi capitali finanziari è l'espansione su tutti i settori sinora preservati alla mercificazione, può tutto questo essere realizzato mantenendo le attuali forme di democrazia? E per stare alla nostra più stretta attualità: può il governo Renzi, dopo aver approvato in sequenza lo Sblocca Italia, il Jobs Act, la Buona Scuola e il decreto Madia, mantenere le garanzie - per quanto imperfette - dell'attuale Costituzione o ha la stretta necessità di imprimere una svolta autoritaria anche su quel terreno? Più che da un'articolata riflessione, la risposta viene resa evidente dalla pluralità dei poteri forti scesi in campo a sostegno del “sì” alla riforma costituzionale: da JP Morgan a Confindustrria, da Marchionne fino al recentissimo pronunciamento del presidente uscente Usa, Barack Obama.
Ecco perché collocare il sacrosanto NO al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre dentro i parziali alvei della disputa strettamente giuridica o, peggio ancora, della politica di alleanze partitiche, rischia di limitare la necessità di una forte mobilitazione sociale che fermi i disegni autoritari dei poteri forti, di cui il governo Renzi è lampante espressione.
E non solo. Bisogna votare NO e mobilitarsi per la vittoria referendaria anche per poter domani aprire la strada ad un nuovo processo costituente dal basso che, attraverso la partecipazione popolare, metta al primo posto la realizzazione di quanto previsto, e sinora mai attuato, dalla Costituzione, prevedendone anche dei cambiamenti sostanziali in direzione di una democrazia compiuta e partecipativa, oggi più che mai necessaria.
Altroché conservazione: vota NO chi vuole davvero cambiare la società.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 26 di dicembre 2016.

lunedì 12 settembre 2016

Jobs Act, riforma a licenziamenti crescenti

di Roberto Ciccarelli.

Renzismi. La riforma del mercato del lavoro è uno zombie utile da presentare solo ai vertici europei, per ottenere le lodi della Merkel in cambio di qualche briciolo di «flessibilità» in più per i bonus elettorali di Renzi. La verità è un’altra.
Secondo ai dati del ministero del lavoro, eliminato l’articolo 18 le aziende licenziano (+7,4%); tagliati gli sgravi contributivi, i contratti a tempo indeterminati continuano a calare (-29%).
Tutto secondo la norma. Peccato che il governo abbia raccontato altro negli ultimi due anni Crollano i contratti a tempo indeterminato e aumentano i licenziamenti. La logica del Jobs Act è stata, infine, registrata anche dal sistema delle comunicazione obbligatorie del ministero del lavoro che ieri ha pubblicato l’aggiornamento dei dati sulla riforma renziana per eccellenza, quella lodata da Angela Merkel come «impressionante». Impressionante lo è, in effetti, questa riforma, ma non nel senso del successo celebrato, con poca convinzione e come un disco rotto, a bordo della portaelicotteri Garibaldi e a largo di Ventotene nel dimenticato vertice Italo-Franco-Tedesco di fine agosto.
In primo luogo l’occupazione «stabile» diminuisce, perché sta calando la droga degli incentivi finanziati dal governo per sgravi contributivi dei neo-assunti. Aumentano invece i licenziamenti – sia per la crisi, ma soprattutto perché il Jobs Act li ha liberalizzati. In un tempo relativamente recente questo stupido e insapore inglesismo è stato usato per celebrare la nascita del 47esimo contratto precario: quello a «tutele crescenti».
I primi dati sui licenziamenti dimostrano che l’unica cosa che cresce nel mercato del lavoro italiano è la libertà di licenziare senza l’articolo 18. Ecco i numeri: +7,4% licenziamenti sul secondo trimestre 2016, +17,4% sul primo trimestre 2016. Tra le altre cessazioni sono aumentate quelle promosse dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte quelle chieste dal lavoratore (-24,9%).
Nel secondo trimestre del 2016 sono state registrate 2,45 milioni di attivazioni di contratti nel complesso a fronte di 2,19 milioni di cessazioni.
Interessante il dato sull’aumento delle cessazioni richieste dal datore di lavoro rispetto a quelle richieste dal lavoratore: la differenza attesta che si è tornati a licenziare, con le nuove regole, nel 2016.
A riprova che qualcosa nel Jobs Act si è inceppato c’è il dato sulle attivazioni: rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nel secondo trimestre dell’anno in corso sono diminuite del 29,4%, cioè 163.099 posizioni.
Dato già conosciuto da numerose rilevazioni dell’Inps che trova oggi conferma in quello elaborato dal ministero del lavoro.
Considerata la dispersione della raccolta dei dati sull’occupazione, divisa tra Istat Inps e Ministero, si assiste a una convergenza già in atto da mesi e ieri nemmeno manipolata come di consueto dal governo.
Va ricordato che la differenza tra questi dati e quelli dell’Inps sta nel considerare tutto il lavoro dipendente, compreso quello domestico, agricolo e nella pubblica amministrazione, oltre che dei contratti di collaborazione. Altro dato interessante sull’occupazione esistente: la maggior parte è a termine.
Bisogna inoltre considerare che un’altra parte è il risultato di una stabilizzazione dei contratti in corso: 84.334 sono contratti «trasformati»: 62.705 da tempo determinato e 21.629 da apprendistato a tempo indeterminato.
Dunque chi già lavorava continua a farlo, per fortuna.
Chi non aveva un posto, continua ad essere disoccupato, o a lavorare con i voucher, ad esempio. L’occupazione aumenta tra gli over 50 e non tra gli under 49. Questi numeri risentono della riduzione dell’incentivo all’assunzione a tempo indeterminato nel 2016. E rende comprensibile il motivo per cui i tecnici di Palazzo Chigi in queste settimane si stanno spaccando la testa per reperire le risorse nella prossima legge di bilancio e allungare di un biennio questi incentivi.
Senza questi fondi pubblici elargiti a pioggia alle imprese il bilancio del Jobs Act sarà peggiore.
Com’è evidente sin dall’inizio, infatti, una volta terminati gli incentivi, l’occupazione tornerà a livelli confacenti a un periodo di crescita senza occupazione fissa, deflazione e stagnazione.
Ovvero, alla situazione che Renzi, Padoan e il governo tutto hanno cercato di nascondere mettendo in circolo poco più, poco meno, di 10 miliardi di euro per un triennio di risorse pubbliche ad uso di privati. «Il tonfo del Jobs Act è ormai certificato» sostiene Arturo Scotto, capogruppo alla Camera di Sinistra Italiana». «Ministero reo confesso, il Jobs Act è un fallimento» concludono i parlamentari Cinque Stelle.
Cesare Damiano (Pd) ritiene che sia venuto «il momento di porsi seriamente il problema della manutenzione del Jobs Act. è prematuro decretare la morte». Probabilmente è vero: la renzianissima riforma è uno zombie agitato nei vertici europei per chiedere la grazia della «flessibilità».
Ai danni dei precari e disoccupati. I sindacati sono preoccupati. Per il segretario confederale Giuglielmo Loy «occorre ancora dare ossigeno all’unico strumento di tutela per imprese e lavoratori, la cassa integrazione, rendendola più flessibile nella durata».
Per tutti gli altri non coperti da questa misura occorrerebbe un reddito di base. Ma nel paese delle riforme del lavoro «non-ancora-morte» e della crescita-raso-zero nessuno si pone il problema delle tutele universali.

giovedì 26 marzo 2015

Lettera di Maurizio Landini alle lavoratrici e ai lavoratori metalmeccanici

Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici, sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignità e la libertà del lavoro.
Nei mesi scorsi, insieme, ci siamo battuti contro il Jobs Act del governo che non crea nuovo lavoro né affronta il dramma della precarietà e della disoccupazione giovanile.
Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee frutto di tante assemblee e discussioni con voi. Ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volontà.
La nostra lotta però non è finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo più giusto.
Questo è un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie. Per migliorare le condizioni del lavoro dipendente. Per rivendicare un sistema pensionistico più giusto con la riduzione dell’età pensionabile. Per dare un’occupazione a chi non ce l’ha con nuovi investimenti e con la riduzione dell’orario di lavoro. Per cancellare il precariato. Per combattere l’evasione fiscale e la corruzione. Per garantire il diritto alla salute e allo studio. Per istituire forme di reddito minimo. Per riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro.
Per questo, nel ringraziarvi per quanto abbiamo fatto finora, vi invito a partecipare in massa alla manifestazione del 28 marzo.
L’abbiamo chiamata “Unions!”, usando una lingua che non è la nostra ma utilizzando una parola che richiama le origini del movimento operaio e sindacale. Quando, tanti anni fa, lavoratrici e lavoratori senza diritti scoprirono insieme che per migliorare la propria condizione era necessario coalizzarsi e battersi per conquistare libertà e diritti comuni.
Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori hanno visto cancellati i diritti frutto di lunghe battaglie; altri milioni di lavoratrici e lavoratori quei diritti non li hanno neppure mai avuti, dispersi nelle tante forme di lavoro saltuario e sottopagato. Per tutte e tutti il lavoro sta diventando più povero e precario.
Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell’impegno comune, delle lotte contro le politiche dei governi che in Italia e in Europa hanno voluto far pagare al lavoro il costo di una crisi prodotta dalla finanza e dalle speculazioni. Per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realtà, associazioni, gruppi e movimenti che nella società affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione.
Oggi abbiamo bisogno di un’alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca ciò che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Per crescere e cambiare abbiamo bisogno di voi, perché la vostra partecipazione e la vostra intelligenza saranno la nostra comune forza.
Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da lì continueremo insieme.
Maurizio Landini

giovedì 2 ottobre 2014

Lavoro, Dignita',Uguaglianza!!

Manifesto CGIL per Roma.

Lasciano senza parole le dichiarazioni del Presidente del Consiglio -Renzi- in merito alla querelle nata con la CGIL sull'abolizione dell'art 18 dello statuto dei Lavoratori:  "

....gli imprenditori devono poter licenziare, poi sarà lo Stato a prendersi in carico il lavoratore licenziato" 

Qualcuno faccia sapere al Sindaco d'Italia  che ogni giorno in questo disastrato Paese si perdono circa1.000  posti di lavoro.  
Quali sarebbero gli impedimenti che incontrano oggi le aziende nel licenziare??
E dove è quello Stato che poi dovrebbe farsi carico di questi lavoratori?? 
Siamo davanti all'attacco più feroce e insensato che negli ultimi anni è stato promosso contro il mondo del lavoro, propugnando vergognosamente un'assioma privo di qualsiasi fondamento:  togliendo tutele ai pochi lavoratori rimasti con contratto a tempo indeterminato è poi possibile ampliare le tutele anche ai lavoratori con contratto precario.

Una colossale contraddizione in termini. Semplicemente tutti sarebbero costantemente in balia degli umori quotidiani del datore di lavoro...
un sistema all'americana, dove senza troppi discorsi uno si ritroverebbe con lo scatolone dei propri effetti in braccio e... fuori dalla porta!! 

Ancora Renzi:  " ...lasceremo le tutele e il reintegro in azienda in caso di licenziamenti discriminatori" 

Perché, oggi giorno si pensa ancora che qualche imprenditore sprovveduto scriva nella lettera di licenziamento che il motivo della risoluzione del contratto è dovuto al fatto che il pensiero politico del dipendente non è di proprio gradimento? o che è di una fede religiosa che a lui non piace? oppure perché è donna o ha preferenze sessuali che all'imprenditore non vanno a genio?

Assurdo, se l'azienda ti vuole far fuori la motivazione se la inventa di sana pianta o la costruisce passo passo.
Oggi, nonostante la riforma Fornero, il giudice che verifichi la non sussistenza di una giusta causa dispone il reintegro; domani, secondo il renzisacconi pensiero, poche  (ma poche davvero) mensilità di risarcimento e ognuno per la propria strada. 
Anche la recente storia lo dimostra: non esiste nessun nesso logico tra la tutela contro i licenziamenti ingiustificati e la creazione di nuovi posti di lavoro. 

domenica 28 settembre 2014

La CGIL decide la mobilitazione

autore Fabio Sebastiani.

Il 25 ottobre a Roma "una grande manifestazione della Cgil, all'insegna del cambiamento del nostro Paese, a partire dalla liberta' e dalla uguaglianza nel lavoro. Una manifestazione che inizia in una stagione per noi di conquista di un cambiamento della politica economica".
La Cgil di Susanna Camusso prova ad incazzarsi un po'. Solo un po'. Per adesso c'è una gerande passeggiata a Roma, senza Cisl e Uil. Ma lo sciopero, chec invece farà la Fiom, non è all'orizzonte.
Insomma, sul Jobsact, decreto Poletti, e Art. 18 il più grande sindacato d'Italia cerca ancora la mediazione della mediazione. La scelta di scendere in piazza il 25 ottobre, "lo diciamo con grande intensita', non e' una scelta di rottura rispetto alle altre organizzazoni sindacali", dice Camusso, incontrando i giornalisti dopo la riunione del direttivo a Bologna. "Siamo rispettosi del processo in corso nelle altre organizzazioni", aggiunge Camusso, confermando che la Cgil manterra' il "massimo impegno" sulle piattaforme comuni avviate su fisco, previdenza e pubblico impiego. Inoltre, "siamo convinti che su un'idea di cambiamento della politica economica e di allargamento della qualita' del lavoro- continua Camusso - reincontreremo rapidamente Cisl e Uil in un percorso unitario, almeno questo e' l'augurio". "Dev'essere chiaro a tutti che non sara' una manifestazione che conclude una fase, ma una manifestazione che inizia una fase di mobilitazione. Nella Cgil c'e' sempre stata una discussione delle posizioni, questa e' la forza della Cgil", fa eco Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil, che invece ha ricevuto il mandato per uno sciopero generale. "Non abbiamo intenzione di accettare peggioramenti e stravolgimenti dei diritti dei lavoratori", dichiara Landini, arrivando a Bologna per la riunione del direttivo nazionale della Cgil. "La Fiom partecipera' attivamente alla realizzazione della manifestazione.
Avevamo gia' proclamato delle ore di sciopero che si faranno nei territori, necessarie anche per proclamare lo sciopero generale della categoria". La Cgil "non e' mai stata divisa", conclude Landini.

mercoledì 30 aprile 2014

Andrea Manganelli è il candidato a sindaco di Monteriggioni di Rifondazione Comunista


"Il circolo di Rifondazione Comunista di Monteriggioni ha sciolto le riserve per l’elezioni di maggio scegliendo come candidato Sindaco, Andrea Manganelli.
Residente a Castellina Scalo, una vita spesa tra associazionismo e impegno politico, una persona che conosce bene le dinamiche dell’amministrazione comunale, dove ha lavorato per anni, fino al raggiungimento della pensione.
Conoscitore delle peculiarità e delle problematiche legate al territorio. 
Una persona tra le persone, capace di parlare a tutti, con idee chiare e un programma di pochi punti che racchiude nella frase “il comune che vorrei” la voglia di cambiamento". Così una nota del Circolo Rifondazione di Monteriggioni.

"La crisi economica è sempre più pesante - prosegue RC - e il Comune può esonerare parte degli oneri (mensa, trasporto, e tributi che gravano sui servizi di competenza comunale, IRPEF) a chi perde il lavoro, anche se precario, ad anziani in difficoltà, contribuendo al sostegno del reddito.

L’Associazionismo è il motore positivo del Comune, va valorizzato al massimo sostenendolo con progetti, strutture dove mancano, e una forte cooperazione tra le varie realtà locali per ottimizzarne l’efficienza e permettere a tutti i cittadini la fruizione di spazi e/o servizi che altrimenti il Comune non potrebbe gestire in proprio.  

Turismo, non è solo Francigena, diversificare l’offerta culturale con una più ampia integrazione tra le realtà imprenditoriali esistenti, che vanno valorizzate, contro le multinazionali del turismo mordi e fuggi, come ci ricorda il mostro di cemento abbandonato nel pian del casone.

Lavori pubblici in grado di incontrare la domanda delle persone, senza opere faraoniche a discapito del territorio.

Stop al consumo del suolo, recupero dei volumi esistenti, riqualificazione urbana partendo dai giardini, raddoppio delle ore di apertura al pubblico dell’ufficio urbanistica per recuperare il rapporto con i tecnici e cittadini per maggiore efficienza e trasparenza.

Servizi per l’infanzia modulati per fasce di reddito per garantire a chi lavora un supporto fondamentale senza pesare sul bilancio familiare.

Politiche giovanili che promuovano l’aggregazione tramite spazi autogestiti, dove i giovani possono dare sfogo alla libera creazione e possano portare proposte concrete al miglioramento degli ambienti urbani dove vivono.

Acqua, un bene collettivo e non privatizzabile, chiediamo quindi un rinnovamento delle infrastrutture e una lotta agli sprechi.

Politiche vere per gli anziani, che sono in numero sempre maggiore, con potenziamento di centri di aggregazione diurni e per chi è in difficoltà, potenziamento dei servizi domiciliari con il coinvolgimento e la valorizzazione del volontariato-.

No ad un progetto che veda la perdita di sovranità del Comune nei confronti di Siena, come il progetto SMAS (Schema Metropolitano Area Senese), sì ai servizi associati tra Comuni per un risparmio delle risorse e una ottimizzazione del personale".

sabato 1 marzo 2014

Landini: “La Cgil imbroglia i lavoratori”

Fonte: il manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Intervista a Maurizio Landini . Parla il segretario Fiom: modalità antidemocratiche di voto, la segreteria così nega il dissenso. I metalmeccanici potrebbero non partecipare alla consultazione.

«I lavo­ra­tori non vanno imbro­gliati ma vanno rispet­tati». Mau­ri­zio Lan­dini è netto nel riba­dire che le moda­lità di voto appro­vate dal Diret­tivo Cgil mer­co­ledì sera sono «anti­de­mo­cra­ti­che» e «inac­cet­ta­bili». «Viene impe­dito di avere i due punti di vista: qua­lun­que cit­ta­dino nor­male, quando va a un refe­ren­dum, ha la pos­si­bi­lità di infor­marsi sul sì e sul no. In tutte le demo­cra­zie avviene così. Men­tre in Cgil, dopo la firma del Testo unico, adesso siamo al Pen­siero unico». Il segre­ta­rio Fiom non vuole anti­ci­pare quanto verrà deciso al Comi­tato cen­trale con­vo­cato per lunedì mat­tina, ma dalle sue dichia­ra­zioni si capi­sce che i metal­mec­ca­nici non sono inten­zio­nati a par­te­ci­pare a una con­sul­ta­zione che riten­gono non demo­cra­tica, e quindi non vincolante.

Eppure accet­tando di indire una con­sul­ta­zione, Susanna Camusso vi è venuta incontro. 
Più che una solu­zione poli­tica a me pare un imbro­glio poli­tico: non si chiede di dire sì o no al Testo unico, ma a un giu­di­zio espresso dal Diret­tivo. Ma qui nes­suno ha mai chie­sto un voto sul gruppo diri­gente della Cgil, o di met­tere a veri­fica il segre­ta­rio: noi ave­vamo chie­sto un con­fronto sui con­te­nuti dell’accordo. Invece ora siamo messi davanti a un ple­bi­scito sul gruppo diri­gente della Cgil: e tra l’altro, parec­chio ano­malo. Mi chiedo io: ma se mai vin­cesse il no, visto che siamo sotto con­gresso, deca­drebbe tutto il gruppo diri­gente della Cgil?

Camusso spiega che solo ai Con­gressi si por­tano due tesi con­trap­po­ste, men­tre sugli accordi, per tute­lare l’unità dell’organizzazione di fronte alle con­tro­parti, è giu­sto venga por­tata solo una posi­zione: quella del Direttivo. 
Vor­rei ricor­dare innan­zi­tutto che que­sto accordo, prima di essere fir­mato, non è mai stato discusso con nes­suno den­tro la Cgil: per come sono abi­tuato io, in genere si chiede un man­dato. Poi si sigla un’intesa, si porta come ipo­tesi al voto dei lavo­ra­tori, e infine si firma. Io mi vanto di non aver mai fir­mato nulla senza prima averlo sot­to­po­sto al voto degli inte­res­sati: e se mi scon­fes­sa­vano, tor­navo al tavolo per miglio­rarlo. Quanto alle regole della con­sul­ta­zione, la replica non mi pare fon­data: il Diret­tivo, in piena auto­no­mia, poteva deci­dere benis­simo di indire assem­blee con l’illustrazione pari­ta­ria di due tesi, pre­sen­tan­dole se voleva come una di mag­gio­ranza e una di mino­ranza; impo­nendo un voto uguale nei tempi e nei modi in tutte le sedi.

Però ver­ranno fatte delle assem­blee infor­ma­tive, unitarie. 
Que­sto è ancora più para­dos­sale: a pre­sen­tare l’accordo ci sarà magari un rap­pre­sen­tante di Cisl o Uil, ma poi potranno votare solo gli iscritti Cgil. E per giunta non sull’intesa, ma sul parere del Diret­tivo. Ma è una presa in giro.

Camusso ha comun­que chia­rito che se vince il no riti­rerà la firma. 
Ma se il refe­ren­dum è già fal­sato, se non c’è pari dignità e spa­zio per il sì e il no, che legit­ti­mità ha quel voto? Ai lavo­ra­tori devi sem­pre dire la verità, bella o brutta che sia, por­tar loro rispetto.

Cosa farete a que­sto punto? È natu­rale pen­sare che non par­te­ci­pe­rete alla con­sul­ta­zione, e che anzi la Fiom ne indirà una propria. 
Non posso anti­ci­pare nulla, discu­te­remo tutto al comi­tato cen­trale. Riba­di­sco che non c’è una dua­lità Fiom-Cgil, non c’è uno scon­tro per­so­nale tra i segre­tari, e che anzi per­so­na­liz­zare ci dan­neg­gia. Per­ché invece noi chie­de­vamo di votare su con­te­nuti pre­cisi che non con­di­vi­diamo: 1) l’accordo intro­duce san­zioni alle orga­niz­za­zioni e ai dele­gati; 2) intro­duce l’arbitrato inter­con­fe­de­rale; 3) non pre­vede il voto dei lavo­ra­tori sugli accordi azien­dali; 4) riduce l’autonomia delle cate­go­rie, per­ché le Rsu pos­sono fare accordi da sole, dero­gando ai con­tratti; 5) non c’è pieno rispetto della sen­tenza della Con­sulta sul caso Fiat; 6) si can­cella il plu­ra­li­smo sin­da­cale, con il prin­ci­pio che la firma del 50%+1 dei sin­da­cati vin­cola anche il 49,9% in dis­senso, pre­ve­dendo per giunta delle sanzioni.

Su que­sti temi, affer­mate, non c’è mai stato confronto. 
Ricordo solo che nel 2009 la Cgil non firmò l’accordo sul modello con­trat­tuale per 5 ragioni: intro­du­ceva arbi­trato, san­zioni, dero­ghe sul con­tratto; per­ché i lavo­ra­tori non vota­vano, e per­ché con l’Ipca si abbas­sa­vano i salari. Tutti punti che mi ritrovo in que­sto accordo che adesso la Cgil ha fir­mato, ma senza che si sia mai discusso un qual­che cam­bio di strategia.

Quanto alle prime mosse del governo Renzi, che idea si è fatta la Fiom sul taglio del cuneo? 
Il tema di un alleg­ge­ri­mento fiscale delle buste paga dei lavo­ra­tori c’è tutto, e anzi io aggiungo che si dovrebbe finan­ziare la legge sui con­tratti di soli­da­rietà: si potrebbe arri­vare a decon­tri­buire le imprese del 30–40% per diversi anni, sal­vando i posti di lavoro gra­zie alla ridu­zione degli orari. Un punto però mi sta a cuore più di tutti: qual­siasi sgra­vio, Irap o altro, dai alle imprese, non si deve dare a piog­gia: ma si deve chie­dere quanti posti di lavoro salva e crea.

Avete avuto già qual­che con­tatto con la mini­stra Guidi? 
Ancora nes­suno, ma pre­sto chie­de­remo un incon­tro: faremo pre­senti le nostre pro­po­ste, tra le quali c’è anche quella di coor­di­nare da Palazzo Chigi le poli­ti­che dei mini­steri del Lavoro e dello Svi­luppo. Per Renzi la prio­rità è il lavoro? Bene, anche per noi marzo sarà il mese del lavoro: indi­remo una grande Assem­blea con tutti gli eletti nei diret­tivi Fiom, per fis­sare le pros­sime ini­zia­tive e mani­fe­sta­zioni, non esclu­dendo degli scioperi.

martedì 3 dicembre 2013

Gli operai arsi vivi a Prato. Ovvero la schiavitù a km 0!

Di Giorgio Cremschi.

Le persone bruciate vive nelle fabbriche tessili segnano la storia dello sviluppo industriale e delle condizioni di lavoro. La stessa data dell'8 marzo ricorda la strage di operaie avvenuta per il fuoco più di un secolo fa negli Stati Uniti. Dopo aver percorso il mondo con la sua devastazione costellata di stragi di lavoratori, ora, grazie alla crisi, la globalizzazione torna là da dove era partita, e anche da noi si muore come nel Bangladesh o in Cina. Negli Stati Uniti questi laboratori di migranti che si installano nelle antiche zone industriali li chiamano "swet shops", fabbriche del sudore.Da noi la strage di operai cinesi a Prato è stata presentata cercando la particolarità estrema, quasi come fatto di costume. Si è messo l'accento sulla particolare chiusura in sé della comunità cinese, fatto assolutamente vero, quasi per derubricare quanto avvenuto. E soprattutto per non affrontare la questione vera, che in Italia la produzione industriale e il lavoro nei servizi stanno affondando nelle condizioni di quello che una volta si chiamava terzo mondo.La questione non è che i morti sono cinesi, ma che in Italia si lavora come schiavi per paghe vergognose, e che questo può toccare a tutti. Perché c'è chi ci guadagna a mettere il proprio marchio su ciò che viene fatto per pochi centesimi, e la svalutazione dei nostri redditi ci pesa un po' meno se possiamo comprare indumenti a basso prezzo. Prima si dovevano trasportare da lontano le merci prodotte dagli schiavi, ora la strada è più corta perché gli schiavi li abbiamo in casa. I margini di profitto crescono con la schiavitù a chilometro zero.Se non si ferma la macchina infernale della globalizzaIone, se non si ridà forza e dignità al lavoro quale che sia il colore della pelle o il taglio degli occhi di lo fa. Se si continua a parlare di competitività e produttività a tutti i costi. Se si continua ad accettare come fatto inevitabile che il lavoro sia sfruttato qui, tanto sennò lo sfruttano lì.Se continueremo a considerare con riprovazione domenicale ipocrita, il culto che Papa Francesco ha chiamato del Dio Denaro. Se continueremo a sprofondare verso il capitalismo ottocentesco, di quel capitalismo subiremo sempre di più la ferocia.Se vogliamo fermarci, cominciamo a dire che a Prato sono stati uccisi sette operai, come alla Tyssen krupp di Torino. Non sette cinesi, ma sette operai vittime in Italia dello schiavismo della globalizzazione.

sabato 23 novembre 2013

La controfinanziaria di Sbilanciamoci

http://www.sbilanciamoci.org – Riportiamo l’anteprima dell’introduzione al Rapporto 2014. Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente.Con una patrimoniale, una tassazione sui capitali scudati e un’imposta maggiore sulle transazioni finanziarie, sarebbe possibile fare una sperimentazione sul reddito minimo garantito e avviare un piano del lavoro e di investimenti in istruzione e ricerca. Una manovra da 26 miliardi all’insegna della giustizia sociale. Cambiare è possibile, basta volerlo.


A settembre 2013 la disoccupazione in Italia ha superato il 12%, quella giovanile il 40%. Dopo anni di recessione, le indicazioni che arrivano dal governo sembrano a senso unico: dobbiamo continuare a stringere la cinghia e accettare i piani di austerità e i vincoli macroeconomici imposti dalla Troika e dall’Ue. Il mantra ripetuto quotidianamente è che non ci sono alternative: è l’Europa che ce lo chiede. Come se l’Europa non fossimo anche noi. Come se l’Italia non potesse e dovesse giocare al contrario un ruolo da protagonista per chiedere una radicale inversione di rotta nelle politiche economiche, fiscali e monetarie dell’Unione Europea. Dopo due anni di austerità, non solo il paese è in ginocchio da un punto di vista sociale e produttivo, ma anche il rapporto debito/Pil continua a peggiorare. Dal 120% del 2011 abbiamo sforato il 130%, e in termini assoluti la soglia dei 2.000 miliardi di euro. L’andamento è lo stesso per tutti i paesi, e in particolare quelli del Sud Europa, costretti negli ultimi anni a passare dalle forche caudine dell’austerità.Misure non solo devastanti dal punto di vista sociale, ma nocive anche da quello macroeconomico. A segnalarlo è lo stesso Fmi che nelle parole dei media è arrivato a fare un “clamoroso mea culpa”: aggiustamenti fiscali, ovvero tagli alla spesa pubblica, nella maggior parte dei paesi provocano una caduta del Pil più veloce della riduzione del debito.
Ancora a monte, il discorso sulla riduzione del rapporto debito/Pil avrebbe un qualche senso se l’attuale situazione europea e italiana in particolare fosse legata a un “eccesso” di welfare e a uno Stato spendaccione e non, invece, all’onda lunga della crisi esplosa con la bolla dei subprime negli Usa nel 2008 e a un’Europa schiacciata su una visione mercantilista e subalterna alle dottrine neoliberiste. Un’Europa dei mercati, della moneta unica e della libera circolazione dei capitali senza un’Europa sociale, fiscale e dei diritti.
Quella della Troika è una risposta sbagliata a una diagnosi ancora più sbagliata. Non è vero che c’è un eccesso di welfare. Non è vero che la crisi è colpa delle finanze pubbliche. Non è vero che i Paesi del Sud Europa hanno le maggiori responsabilità. Non è vero che il rapporto debito/Pil è il parametro di riferimento da tenere sotto controllo. Non è vero che i piani di austerità funzionano per diminuire tale rapporto. L’austerità è il problema, non la soluzione. Eppure da parte dei burocrati europei, a metà 2013, nessun ripensamento, nessuna alternativa. Si continua ad applicare una teoria economica fallimentare con un’ostinazione che rasenta il fanatismo.
L’obiettivo di fondo diventa allora rispettare parametri del tutto arbitrari, ma che sembrano scritti nella pietra. Dati tali obiettivi, le variabili su cui giocare sono il welfare, i servizi essenziali, i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Un dogma a senso unico che plasma le politiche economiche e ancora prima il linguaggio e l’immaginario collettivo. Gli impegni europei non si possono rimettere in alcun modo in discussione, ma per le spese sociali il ritornello è che “non ci sono i soldi”. Un’espressione che lascia intendere come tali spese siano da considerare un “lusso”, da finanziare unicamente se le risorse sono sufficienti, in caso contrario da sacrificare sull’altare dei diktat dei mercati finanziari.
Occorre chiarire da subito che tali obiettivi sono semplicemente irrealizzabili, a maggior ragione in questa fase di crisi, senza portare a un collasso del tessuto produttivo e sociale del nostro paese. Deve essere il gigantescocasinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi a sottoporsi a rigide misure di austerità, non cittadini, lavoratrici e lavoratori che hanno già pagato, diverse volte, per una crisi nella quale non hanno alcuna responsabilità.
Ma ammesso e non concesso che si vogliano accettare i vincoli e le imposizioni della Troika, non è comunque vero che “non ci sono i soldi”. Con la legge di stabilità il governo propone al Parlamento e al paese delle scelte ben precise su come allocare le risorse pubbliche, ovvero i soldi delle nostre tasse. Scelte che hanno impatti di enorme rilevanza sulle nostre vite.
Dal 2001 la campagna Sbilanciamoci! mostra che delle decisioni radicalmente differenti sarebbero possibili, sia dal lato delle entrate, sia da quello delle uscite. Un sistema fiscale improntato a una reale progressività, come previsto dalla nostra Costituzione ma sempre più spesso smentito dai fatti. Maggiori spese destinate ai diritti, la pace, l’ambiente.
È quello che vogliamo mostrare anche quest’anno con il Rapporto 2014 e le decine di proposte che, numeri alla mano, mostrano un differente indirizzo di politica economica.
La nostra manovra è di 26 miliardi di euro, un importo decisamente consistente rispetto a quello previsto dal governo. Perché siamo convinti che nell’attuale situazione non è possibile limitarsi a piccoli interventi di facciata. Occorre operare una redistribuzione della ricchezza nel nostro paese. Occorre prendere i soldi dove ci sono, e impiegarli dove sono necessari.
Non è solo una questione di maggiore giustizia sociale: ridurre le inaccettabili diseguaglianze di reddito e ricchezza in Italia è un passaggio fondamentale per rilanciare la domanda e per uscire dall’attuale depressione economica. Non per ripartire inseguendo la crescita illimitata dei consumi, ma per uno sviluppo qualitativo, per un piano di investimenti di lungo periodo per una riconversione dell’economia in direzione di una reale sostenibilità economica e sociale.
Per andare in questa direzione, proponiamo quindi una patrimoniale, una tassazione sui capitali scudati, di migliorare la tassa sulle transazioni finanziarie, di bloccare le grandi opere, di tagliare le spese militari, i finanziamenti alla scuola e alla sanità private e ai Centri di identificazione ed espulsione. E proponiamo di usare tali risorse per una sperimentazione sul reddito minimo garantito, per avviare un piano del lavoro, per gli investimenti nell’istruzione, nella ricerca, nella cultura, nelle politiche di assistenza e di inclusione sociale, nella tutela dell’ambiente e dei beni comuni, nella mobilità sostenibile, nel rilancio dell’edilizia popolare pubblica e nel sostegno alle forme di altraeconomia, dalla finanza etica ai Distretti di economia solidale.
La nostra è una manovra che assume come priorità la lotta alle diseguaglianze. Una manovra che va in direzione diametralmente opposta a quella del governo, che garantisce enormi sconti sulle multe che devono pagare i gestori di slot-machine e propone una “valorizzazione” del patrimonio pubblico per fare quadrare i conti. In un emendamento il Pdl – è bene ricordarlo, un partito al governo – chiede di vendere le spiagge. Il premier Letta ha annunciato un piano di privatizzazioni da 20 miliardi in tre anni. Dopo i disastri delle passate privatizzazioni (pensiamo a Alitalia, Ilva, Telecom solo per fare alcuni esempi) invece di pensare a un piano industriale e di rilancio dell’occupazione, si continua con la stessa ideologia. Svendendo le ultime partecipazioni ai mercati finanziari per fare cassa. Proseguendo sulla stessa strada di disuguaglianze, della finanziarizzazione e del declino del sistema produttivo che ha caratterizzato gli ultimi anni. Per questo abbiamo deciso, anche nel rapporto di quest’anno, di mostrare che un percorso diverso sarebbe possibile.

La nostra manovra di 26 miliardi di euro si chiude con un saldo praticamente nullo. Non prendiamo per buone le ricette che ci arrivano da questa Europa, a partire dall’assurdità di cambiare la nostra Costituzione per inserirvi il pareggio di bilancio. Al contrario. Chiediamo un impegno forte dell’Italia, per chiedere all’Europa un radicale ribaltamento delle priorità. Nello stesso momento questo cambiamento di rotta può e deve partire dalle politiche nazionali. “È l’Europa che ce lo chiede” è una foglia di fico sempre più improbabile e improponibile. Altre scelte sarebbero possibili da subito anche qui in Italia, se ci fosse la volontà di attuarle e di intraprendere una differente politica economica. Per un’Italia capace di futuro.

mercoledì 6 novembre 2013

Accorinti, la Costituzione rivendicata!!

di Alfio Nicotra -  

Due generali che fuggono davanti ad una bandiera che riporta un articolo della Costituzione sulla quale, in teoria, avrebbero giurato fedeltà. Un Ministro del governo Letta/Alfano , Giampiero D’Alia, che definisce demenziale l’esposizione su una bandiera dello stesso articolo della Costituzione, pretendendo che chi l’ha esposto, il sindaco di Messina Renato Accorinti, chieda scusa alle Forze Armate.
Sembra di rivivere un refrain degli anni 60 quando altri ministri, allora scudocrociati, parlarono di alto tradimento per la visita di un altro sindaco , Giorgio la Pira, anch’egli siciliano ma primo cittadino di Firenze, in casa del “nemico” vietnamita. D’Alia ricorda gli strali contro don Milani e la sua “lettera ai cappellani militari” o l’indignazione degli Stati Maggiori che costrinsero Padre Ernesto Balducci a lasciare la Rai e Firenze, per ricevere asilo nella diocesi di Fiesole. Passano gli anni, ma l’indignazione militarista ha lo stesso motivo, quasi come un passo cadenzato. Ad Accorinti non si perdonano diverse cose. La prima di non aver rinnegato il suo essere pacifista ma di averlo incarnato fin sotto la fascia tricolore di sindaco. Non come il governatore Crocetta che in campagna elettorale promise tuoni e fulmini contro il Muos di Niscemi e poi , una volta al potere, fare retromarcia revocando l’incarico agli avvocati della Regione Sicilia che avrebbero facilmente vinto davanti al Consiglio di Stato. “Non posso mica fare la guerra da solo contro gli Stati Uniti d’America” sembra abbia detto ad una delegazione di pacifisti per spiegare la sua ingloriosa ritirata. Non di guerra si tratta in verità, ma di una pace conseguente, coerente con le cose che si dicono e che si devono fare. Perché altrimenti la politica muore. La politica vera è quella del sindaco scalzo, della sobrietà sull’opulenza del potere, della Costituzione sulla retorica falsamente patriottica. Perché i monumenti ai caduti di tutte le guerre sono lì a gridarci il “mai più alla guerra”, affinché non si smarrisca la memoria di giovani generazioni a cui è stato proibito di amare, di vivere, di scrivere, di camminare. Il senso stesso del monumento ai caduti non è certamente quello di chiederne dei nuovi, per nuove lastre di marmo e nuove ipocrite alzabandiera. Renato ha palesato questo grido, lo ha ricordato con le parole del più amato Presidente della Repubblica con il suo “svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”. Ecco l’altra cosa che non si perdona ad Accorinti, l’aver riportato a galla nella memoria collettiva un inquilino del quirinale le cui parole sono diametralmente opposte a quello dell’attuale. Napolitano – forse tra i più reazionari Presidenti dell’Italia repubblicana – proprio ieri prendeva parola contro ogni tentativo di ridimensionare le spese e le missioni militari. Come già successo sugli F35 con una tempestività “guerriera” ha convocato per giovedì il Consiglio Supremo di Sicurezza proprio perché al Parlamento arrivi il diktat militarista. In questa Italia Pertini è una eresia, è motivo d’indignazione istituzionale. “I militari sono oggi delle persone che lavorano per evitare la guerra, per interporsi tra coloro che vogliono farla” ha dichiarato proprio ieri il ministro Mauro. Così dovrebbe essere secondo la nostra Costituzione, ma è veramente così? In Iraq per due volte in un decennio non ci siamo interposti ma abbiamo partecipato ad una guerra di aggressione. In Kossovo eravamo talmente per l’interposizione che bombardavamo Belgrado e Novi Sad e a terra appoggiavamo l’Uck che fine ad un mese prima era nella black list delle organizzazioni terroristiche. In Afghanistan quale sarebbe il nostro ruolo d’interposizione? In Somalia abbiamo aperto le camere della tortura e ci siamo schierati con una delle frazioni in campo. In Libia i nostri bombardieri erano forse schierati per impedire il contatto tra Gheddafi ed i ribelli? Ma ad Accorinti non si perdona anche di aver svelato l’ipocrisia della “festa della Vittoria” proprio alla vigilia delle celebrazioni per i 100 anni della I° guerra mondiale. L’inutile strage, come la definì il Papa dell’epoca, ci verrà dipinta come il coronamento del Risorgimento invece di una colossale macelleria fatta per ingrassare i profitti della borghesia capitalista. In quella guerra, esattamente come le attuali, l’Italia si ritrovò aggirando il voto del Parlamento – contrario all’ingresso nel conflitto- con il fatidico Patto di Londra.
Anche un liberale come Giolitti che sosteneva che “con la pace l’Italia ci avrebbe guadagnato parecchio” deve essere seppellito sotto le verità ufficiali. Per far dimenticare che fu nel fuoco di quella carneficina che dalle menti degli umani e dagli interessi più retrogradi della borghesia di allora , che vennero forgiate le avventure totalitarie del fascismo e del nazismo.
Anche per questo grazie di cuore a Renato Accorinti, insegnante di educazione fisica, per la sua straordinaria lezione di storia.
 

lunedì 28 ottobre 2013

L'ex colorificio è stato sgomberato. Manifestazione il 16 novembre.

Da Il Manifesto di Roberto Ciccarelli.

L'ex colorificio di Pisa, occupato il 20 ottobre 2012, è stato sgomberato ieri dopo 9 ore e 10 minuti di resistenza pacifica. Lo spazio dell'ex fabbrica di vernici, rigenerato dalla partecipazione di migliaia di persone in una moderna agorà, è tornato ad essere il regno di topi e piccioni. Quest'area di 14 mila metri quadri, a due passi dalla Torre pendente, rischia di essere stravolta da una speculazione che la trasformerà in una zona residenziale. Contro questo progetto si sono opposte le trenta associazioni che per un anno hanno dato vita all'esperimento del «municipio dei beni comuni». Lo sgombero è stato ordinato il 20 settembre scorso dal Tribunale di Pisa ed è iniziato alle 8,20 di ieri alla presenza del questore Gianfranco Bernabei. Nella notte si erano barricate all'interno 250 persone. Dopo avere scardinato il portone d'ingresso, la lavagna del corso d'italiano per i migranti è stata portata sulla strada. La polizia è entrata nell'aula delle lezioni, mentre una delle volontarie svolgeva la lezione su come si ottiene un permesso di soggiorno in Italia. Poi è toccato agli artigiani sgomberare i loro attrezzi e macchinari da uno dei vasti capannoni che sono stati trasfigurati nell'aspetto e nell'uso. Subito dopo è venuto il turno degli «equilibri precari», un gruppo di arrampicatori che ha costruito con le proprie mani una gigantesca parete, l'unica in città, per esercitare uno sport sempre più popolare. Quando la polizia si è presentata erano ancora appesi al soffitto. Dopo la ciclofficina, è arrivato il turno dell'«aggeggificio», la stanza più sognante di quella società parallela che è diventato l'Ex colorificio. Il momento più simbolico della giornata è stata una lezione sulla «scienza della pace». La Digos ha aspettato che terminasse prima di accompagnare tutti fuori. 

Lo sgombero è scattato dopo il rifiuto del sindaco Marco Filippeschi (Pd, sostenuto da Sel di Nichi Vendola) di intavolare un'ultima trattativa, sollecitata dallo stesso Questore. In una nota, il Comune si è detto disponibile a «creare un confronto fra le associazioni e la proprietà privata interessata, in condizioni che garantiscano il rispetto della legalità». L'ente locale respinge «il tentativo di addossare al sindaco e alla sua giunta l'iniziativa dello sgombero in atto per iniziativa della questura». Questa uscita è stata attaccata dagli attivisti sui social network e su radio Roarr, la web-radio sgomberata in diretta proprio come Radio Alice a Bologna nel 1977. Per loro il comune non ha mai valutato l'offerta di collaborazione giunta da giudici costituzionali, giuristi e intellettuali come Paolo Maddalena, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Ugo Mattei o Maria Rosaria Marella. In un appello pubblicato da Il Manifesto avevano invitato l'amministrazione a riconoscere l'ex colorificio come «bene comune» e a sperimentare nuovi modelli di proprietà collettiva. Anche l'allenatore del Pisa Calcio Pino Pagliari ha dato la sua solidarietà a dimostrazione del consenso trasversale di questa esperienza. 

Dopo un corteo che ha attraversato la città, gli attivisti del «municipio dei beni comuni» hanno montato un'«acampada» in piazza XX settembre di fronte alla sede del comune. Il 16 novembre è stata annunciata una manifestazione nazionale a Pisa.

giovedì 24 ottobre 2013

LA FONDAZIONE MONTEPASCHI NOMINA SEGRETARIO UN IMPUTATO


Ampugnano, il Pd s’arrocca: no parte civile.

Dal Fatto Quotidiano,
di Daniele Martini.

Se continua così prima o poi a Siena eleveranno agli altari gli imputati per lo scandalo del minuscolo aeroporto di Ampugnano, compresol'ex presidentedelMonte deiPaschi, Giuseppe Mussari.
Laprima udienza del processo era fissata per oggi,anche sesono sorti problemi per unerrore nella notifica di unatto. Quelche sorprendeè ilclima cheaccompagna il dibattimento. Un clima surreale. La banca, la Camera di Commercio, la Provincia e il comune di Siena, il piccolo comune di Sovicille dove lo scalo materialmente si trova,cioè i soci della società Aeroporto di Siena (Ampugnano), danneggiati dalla brutta storia della privatizzazione e del mancato ampliamento della struttura, con ilprocesso avrebbero avuto l'opportunità e forse l'obbligo morale di costituirsi parte civile per essere risarciti dei danni subiti. Ma tra la sorpresa generale non l'hanno fatto e non hannointenzione di farlo. Ufficialmente perché dicono di voler aspettare l'esito del dibattimento. Ma tutti sanno che questa è solo la foglia di fico.
LA VERITÀ è che dal sindaco diSiena, Bruno Valentini, a quello di Sovicille, Alessandro Masi, dal presidente della Provincia, Simone Bezzini, al presidente della Camera di commercio, Massimo Guasconi, tutti rigorosamente Pd, non vogliono mettersi né contro Mussari né controil partito che con il solito contorno di giri massonici ha gestito la faccenda. Tra gli imputati e i rappresentanti delle istituzioni danneggiate è scattata, insomma, una specie di solidarietà di casta.
Dal Monte dei Paschi, dove il potere piddino è in fase calante, ma non scomparso, lanciano addirittura un segnale che sa tanto di voglia di impunità. La Fondazione affidata da poco più diun mese alla vicepresidente diConfindustria, Antonella Mansi, tra i cento candidati disponibili per la carica di segretario della Deputazione amministratrice ha scelto, guarda caso, uno degli imputati dello scandalo.
E non un imputatodi secondo piano, ma Lorenzo Biscardi, nominato dal Monte dei Paschi proprio responsabiledella procedura per la valutazionedell'offerta di privatizzazione dell'aeroporto. Mentre il sindaco di Siena che dovrà difendere in tribunale la sua elezione dal sospetto di nullità,dovendo scegliersi unavvocato ha voluto Fabio Pisillo, lo stesso preso da Mussari per Ampugnano.
Tra gliimputati c'è anche l'ex presidente dell'aeroporto, Enzo Viani, massone locale tra i più in vista, della cordata di Stefano Bisi, capo del Collegio dei maestri venerabili della Toscana, candidato alla carica di Gran Maestro della massoneria italiana,caporedattore del Corriere senese.C'è poi la professoressa Luisa Torchia, giàsegretario generale di Astrid, la fondazione di Franco Bassanini, presidente dellaCassa depositi e prestiti, fino a qualche tempo fa assai coinvolto nelle vicende senesi.
La Torchia ai tempi dell'affare dell'aeroporto era consulente del Monte e consigliere della Cassa che insieme alle Casse depositi francese e tedesca controllava il fondo Galaxy, favorito secondo l'accusa nella selezione per Ampugnano.
Selezione seguita proprio dallaTorchia.

martedì 22 ottobre 2013

Per le TV sono tutti antagonisti!!

 Da Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Un fiume di ragazzi, migliaia di senza casa, i movimenti contro le grandi opere, le associazioni dei beni comuni sfilano pacificamente per le strade di una città blindata e si accampano nella piazza di Porta Pia. Pochi incidenti isolati contro il ministero dell'Economia. E per le tv sono tutti «antagonisti» 
È stato un risultato inaspettato e incontestabile. I movimenti per il diritto all'abitare, i No Tav e i No Muos, quello dei migranti e dei rifugiati che chiedono l'abolizione della legge Bossi-Fini, i sindacati di base (Usb e Cobas), le reti antagoniste dei movimenti sociali, e anche quelle degli altri centri sociali, entrambe presenti in forze ieri a Roma al corteo della «sollevazione generale», hanno superato una prova complicata, gestendo in maniera dura ma in fondo limitato un «assedio» alla Cassa Depositi e Prestiti e ai ministeri dell'Economia e delle Infrastrutture che poteva trasformarsi in un'ecatombe politica e in una mattanza di giovani, famiglie occupanti e migranti. Questo può essere un primo passo verso una politica contro l'austerità, che ha chiare basi sociali e mette al centro la richiesta del blocco degli sfratti per morosità, la riforma del Welfare e la richiesta di un reddito minimo. Potrebbe essere questo un primo, serio, tentativo per superare lo choc provocato dalla sconfitta politica del 15 ottobre 2011 che hanno fatto implodere il movimento, mentre negli Stati Uniti nasceva Occupy Wall Street, in Spagna si affermavano gli indignados e in Italia ci si è rinfacciati il risentimento e le responsabilità. 

Settantamila persone, forse anche di più, hanno partecipato al corteo della «sollevazione generale», parola che ha acquisito un nuovo significato. Erano in molti fino a ieri mattina, alla partenza di un corteo possente, allegro, cosmopolita a temere scontri all'ultimo sangue con le forze dell'ordine. In serata, all'arrivo a Porta Pia, la «sollevazione» è stata intesa come «sollievo», ma anche come una presa di parola estranea al desiderio mimetico che tiene in ostaggio i movimenti italiani rispetto a quanto si muove all'estero. Da oggi, forse, si potrà cambiare registro, e non dire che bisogna fare come negli Stati Uniti o come in Spagna «perché in Italia non può succedere niente». 

I segnali di un nuovo, tremendo fallimento, c'erano tutti, a cominciare da una campagna mediatica criminalizzante, ricavata da veline di questura o da «rapporti dell'intelligence» che sin dal mattino, dal sito dell'Huffington Post ad esempio, preannunciava l'incredibile, surreale, uso da parte dei manifestanti inevitabilmente «violenti» di «macchine idropulitrici» contro gli agenti in servizio. La scena che invece si è presentata a piazza San Giovanni è stata quella di una marea umana di almeno 15 mila persone in testa al corteo, quelle che vivono nelle sessanta occupazioni di palazzi pubblici abbandonati, residence e hotel al centro come nelle periferie della Capitale. Uno spettacolo di umanità commovente, orgogliosa, che accusa l'ipocrisia delle larghe intese con il cartello di alcuni migranti ripreso sui social network: «Scusate se non siamo affogati» a Lampedusa. Rivendica con gli eritrei, i somali, i maghrebini, i peruviani, gli africani, i rom la riscrittura di tutti i trattati europei sull'immigrazione, il cosiddetto «Dublino 2», dell'efferata Bossi-Fini e della sua genealogia securitaria che risale alla precedente legge Turco-Napolitano. Chiede il blocco degli sfratti, un piano casa per affrontare in maniera sistematica una tragedia della crisi: gli sfratti e i pignoramenti. E, infine, di cancellare le «grandi opere», a partire dall'odiata Tav Torino-Lione, di rinunciare ai «grandi eventi» sui quali viene costruita l'economia nazionale (dalla più visibile Expo 2015 a Milano alle mega-manifestazioni sportive o culturali), redistribuendo risorse in base a criteri di giustizia sociale. 
Strappato il velo della disinformazione, il corteo della «sollevazione» ha assunto il profilo più netto di una società, tendenzialmente maggioritaria nel sentire comune, che inizia a riconoscersi a partire dalla vita negata, da un mutuo che non può essere pagato a causa della perdita di un lavoro o di una precarietà che non lascia tregua con poche centinaia di euro al mese, quando va bene. Una «sollevazione» che non ha alcuna rappresentanza in parlamento, sia essa «grillina», «legalitaria», «anti-berlusconiana» e nemmeno di «sinistra». Questa è la nuova questione sociale che, a cinque anni dall'inizio della crisi, sta provando a darsi una rappresentanza autonoma. 

Ci sono state due «sanzioni». La prima, la più dura, all'ingresso del Tesoro in via Quintino Sella dove a più riprese il cordone composto da quattro camionette della Finanza è stato bersagliato da petardi, bottiglie, sassi a cui è stato risposto con una carica di allegerimento da parte dei Carabinieri. La seconda è stata contro il consolato tedesco in via San Martino della Battaglia. I manifestanti le hanno intese come azioni contro le politiche dell'austerità che producono, in Italia come in Germania, la schiavitù dei contratti a termine o dei «mini-job». 

All'«acampada» serale, Paolo Di Vetta dei Blocchi precari metropolitano è stravolto, ma sollevato: «Un movimento senza partiti e con i soli sindacati di base ha costruito un corteo di cui avevamo bisogno. Adesso deve arrivare il blocco degli sfratti, un piano casa sugli alloggi popolari e la promozione del riuso nelle città». «Per una settimana hanno parlato di una manifestazione pericolosa - afferma Guido Lutrario (Usb) - adesso vogliamo soluzioni anche sulle politiche abitative». In serata, il vice-sindaco di Roma Luigi Nieri (Sel) ha invitato il movimento per la casa ad un tavolo con il ministro dei Traporti Maurizio Lupi a cui parteciperà il sindaco Ignazio Marino. È il primo segnale che questo movimento può iniziare a incidere sui territori.

venerdì 30 agosto 2013

La Toscana al sesto posto in Italia per la cementificazione

Speculazione edilizia e corruzione ambientale: nel 2012 rilevate 474 infrazioni, 622 persone denunciate e arrestate.
Guai a dirlo ai politici: a sentirli i loro piani regolatori sono sempre a volume zero e senza rischi infiltrazioni illecite. Ma la realtà è un’altra e dice chiaramente che nessuno – tantomeno la Toscana – è immune: le coste toscane sono da sempre ambite dalle lobby del cemento, sia autoctone che  provenienti da fuori regione, e  soprattutto quelle di maggior pregio, sono sempre state una naturale attrattiva per speculazioni edilizie di ogni tipo, anche fuori legge.  Ultima, in ordine di tempo, è l’Elba: meta ambita per residence, alberghi e seconde costruzioni, si presenta come la frontiera del cemento.
Un interesse illegale confermato dai dati 2012  del Rapporto Ecomafia di Legambiente sul ciclo del cemento che vede la Toscana al sesto posto,  tra le regioni più colpite con 474 infrazioni, 622 persone denunciate e arrestate e 90 sequestri subito dopo le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa ed il Lazio. A farne le spese, come dimostrano le indagini passate e recenti, sono infatti principalmente l’Arcipelago Toscano, l’Argentario e la Versilia.
Tutti i numeri sulla cemento Spa sono stati presentati a Festambiente, festival nazionale di Legambiente in corso di svolgimento a Rispescia nel grossetano. Usano la forza dell’intimidazione e della minaccia, prediligono il riciclaggio per incrementare i profitti e presentarsi con il volto “seducente e affascinante” dei finanziatori.. Così operano le mafie in Toscana, in particolare i clan della camorra e della ‘ndrangheta La chiamano “delocalizzazione” e in Toscana è diventata triste realtà, soprattutto nel ciclo del cemento.
«Il capitale “nero”- denuncia Legambiente – finisce nell’edilizia, nelle ditte aggiudicatarie degli appalti, indotto e subappalti compresi. Non è solo la camorra, purtroppo, ad aver messo “occhi e mani” sulla Toscana. Secondo gli investigatori della Dna anche la ‘ndrangheta ha scelto questa regione per tentare il riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Nell’ultimo periodo i Crea di Rizziconi, gli Alvaro di Sinopoli, ma anche i Bellocco di Rosarno, i Facchineri, i Gallace e i Mancuso hanno operato più o meno direttamente sul territorio».
A rendere ancora più preoccupante la situazione è l’interesse, già manifestato dalle organizzazioni mafiose, di investire in questa regione, sia nel settore immobiliare che in quello turistico, i proventi delle loro attività illecite. Un indicatore di questa anomali arriva dai dati sulle Operazioni “sospette” indicate nella Relazione della Banca d’Italia risalenti 2012: secondo i dati dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) le segnalazioni di operazioni sospette complessivamente pervenute all’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia pervenute dagli intermediari finanziari vede in Toscana 4386 operazioni, seconda regione dell’Italia Centrale dietro l’Emilia Romagna, con un aumento del 35% rispetto all’anno precedente ( erano 3546 nel 2011).
«Sono dati, inchieste e relazioni da non sottavalutare – ha dichiarato Angelo Gentili, segreteria nazionale Legambiente e coordinatore nazionale Festambiente-  la Toscana ha gli anticorpi necessari per respingere gli interessi della criminalità. È necessario lavorare bene, presto e insieme.Occorre combattere il fenomeno con l’informazione e rendere più trasparenti possibili le procedure, con un’attenta verifica delle ditte e facendo attenzione ai subappalti».
L’accentuata dimensione globale delle attività di ecocriminali ed ecomafiosi, la diversificazione delle loro attività illecite, il ricorso sistematico a espedienti tipici della criminalità economica si accompagnano in maniera sempre più evidente con l’altra piaga che affligge il nostro paese e minaccia la nostra democrazia: la corruzione ambientale. Nel complesso, dal 1° gennaio 2010 al 10 maggio 2013, ultimo aggiornamento effettuato, in Italia sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori locali, esponenti politici e funzionari pubblici, sono servite a “fluidificare” appalti e concessioni edilizie, varianti urbanistiche.
Le indagini si sono concentrate nel 40% dei casi nelle quattro regioni dove più forte è la presenza dei clan (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), confermando l’intreccio strettissimo, in quei territori, tra mafia, corruzione e illegalità ambientale. A guidare la classifica come numero d’inchieste è la Lombardia (20) e al quinto posto della classifica, dopo Campania, Calabria e Sicilia, figura la Toscana con 12 inchieste pari al 8,9% del totale, 244 persone denunciate o arrestate e 41 sequestri. E sullo sfondo si intravede la  minaccia delle organizzazioni criminali straniere.
«Operano nella zona costiera della Versilia soggetti di nazionalità russa – si legge nella Relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 – le cui operazioni economiche, per cospicui investimenti immobiliari, potrebbero riferirsi ad attività di riciclaggio o di reimpiego di somme di provenienza illecita ma, allo stato, ancora di difficile esplorazione in assenza di strumentazioni normative adeguate». 
da GreenReport.

mercoledì 29 maggio 2013

Quel “No” di Bologna

di Vito Meloni -
Per chi, come noi del PRC, si è sempre battuto per la difesa della scuola pubblica e per il rispetto della nostra bistrattata Costituzione, il risultato del referendum di Bologna è motivo di grande soddisfazione per più di una ragione. Innanzitutto per il dato in sé: chiamati a pronunciarsi sulla destinazione dei soldi pubblici – alla scuola dell’infanzia pubblica o a quella privata, nella quasi totalità confessionale – i cittadini bolognesi hanno dato una risposta netta ed inequivocabile, pronunciandosi al 60% contro i finanziamenti alle scuole private.
Non era per nulla scontato. A sostenere le ragioni, e gli interessi, delle scuole private c’era un formidabile schieramento, dal sindaco Merola a tutto il PD, passando per Confindustria, la Curia, il Cardinal Bagnasco, il PdL, la Lega Nord e Scelta Civica. Con l’aggiunta negli ultimi giorni della neo-ministra della Pubblica Istruzione, Carrozza, evidentemente dimentica che poche settimane prima aveva giurato sulla Costituzione (ammesso che l’abbia mai letta…).
Uno schieramento che durante la campagna referendaria aveva dispiegato tutta la sua potenza di fuoco, non esitando nemmeno a ricorrere alla menzogna, come quella che paventava l’espulsione di ben 400 bambini dalle scuole dell’infanzia in caso di affermazione dell’opzione “A”. E che oggi è impegnato a minimizzare la portata del risultato, con i più  svariati pretesti, primo fra tutti quello della scarsa partecipazione. C’è perfino chi, come il deputato del PD Edoardo Patriarca, arriva a ribaltare l’esito del referendum, sostenendo che solo il 15% (il dato corretto è 17%) dell’intero corpo elettorale, dunque una esigua minoranza, si sarebbe pronunciato per l’opzione “A” e che «i bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta». Ragionamento bizzarro, che non mette in conto che, applicando questo singolare metodo di calcolo, l’altra opzione è stata scelta da una minoranza di gran lunga più esigua, appena l’11%!
In realtà, il fatto che in tempi di astensionismo dilagante il 30% dei bolognesi sia andato a votare in un referendum consultivo che, è bene ricordarlo, non prevede il raggiungimento del quorum per essere valido, non va sottovalutato. Soprattutto alla luce dei molti ostacoli che, con lucida determinazione, sono stati frapposti alla partecipazione. A cominciare dall’azione del sindaco Merola che ha pervicacemente negato l’abbinamento della consultazione referendaria con le elezioni politiche, come richiesto dal comitato promotore. Una sorta di election day su scala locale che avrebbe fatto risparmiare quattrini, giusto per restare in tema di risorse economiche, e che avrebbe sicuramente favorito una partecipazione ben più ampia. Ma forse era proprio questa che si temeva, visto che erano state raccolte ben 13.000 firme in soli tre mesi per la presentazione dei quesiti. Per dare un’idea delle proporzioni, è come se per un referendum nazionale si raccogliessero due milioni e mezzo di firme! Numeri assolutamente significativi, tanto più in un Paese in cui l’opinione di poche centinaia di persone raccolta attraverso un sondaggio può perfino decidere le sorti di un governo…
Ora l’impegno di quanti hanno contribuito al raggiungimento di questo straordinario risultato deve proseguire, per fare in modo che la volontà dei cittadini venga rispettata, vigilando sulle possibili furbizie di chi, come il sindaco Merola, si propone addiritttura di «conciliare i due schieramenti»!
In ogni caso, al di la delle cifre, il referendum di Bologna ci consegna un chiaro dato politico: quando i cittadini sono chiamati a pronunciarsi su quelli che vengono definiti “beni comuni”, come è stato per l’acqua, oppure a rivendicare le garanzie per l’esercizio di un diritto universale costituzionalmente garantito, come nel caso di Bologna, la risposta è chiara ed univoca.
Che questo avvenga proprio nella città e nella regione che sono state le avanguardie nella rottura dell’argine costituzionale che impediva, e ancora dovrebbe impedire, i finanziamenti pubblici alle scuole private – il «senza oneri per lo stato» dell’articolo 33 – rende questo risultato ancora più significativo. È a Bologna, infatti, che, già a metà degli anni ’90, si adotta la convenzione che garantisce il finanziamento alle scuole dell’infanzia private. È da lì che è partita l’offensiva politico-culturale che porterà dopo pochi anni alla Legge di parità, sotto il cui ombrello il finanziamento alle scuole private assumerà negli anni successivi e fino ai nostri giorni dimensioni sempre più consistenti.
Non solo i 530 milioni di euro del bilancio statale ricordati pochi giorni fa dalla ministra Carrozza che, con incredibile leggerezza, li ha definiti una piccola somma a confronto di quanto lo Stato spende per la scuola pubblica. É un flusso che passa attraverso mille rivoli, a tutti i livelli, dalle Regioni alle Provincie, fino ad arrivare al più piccolo dei Comuni, a volte con provvedimenti espliciti, altre in forme sotterranee. Basti pensare al sistema scolastico della Provincia di Trento, quello cui l’ex ministro Fioroni considerava un modello da esportare, nel quale, con il pretesto dell’autonomia, i finanziamenti possono coprire anche le spese per arredi e strutture, quasi che quello fosse un territorio affrancato dal dovere di rispettare la Costituzione Italiana. O al finanziamento alle “sezioni primavera” – maldestro tentativo di correggere gli anticipi nelle iscrizioni alla scuola dell’infanzia introdotti dalla riforma Moratti – gestiti dalle Regioni e assorbiti per oltre il 90% dalle scuole private, tanto per cambiare nella quasi totalità confessionali.
Il risultato del referendum di Bologna segna una netta inversione di tendenza.
Sta alle forze della sinistra, quella vera, ai movimenti, alle associazioni, ai tanti cittadini che hanno a cuore il destino della scuola pubblica e la difesa intransigente della Costituzione raccogliere il testimone e rilanciare la battaglia contro il finanziamento delle scuole private. In qualunque forma esso avvenga.

venerdì 29 marzo 2013

Divise sporche ministro debole

di Mauro Palma-

Indegni d’indossare la divisa. Al di là di ogni retorica, la divisa di un agente di polizia indica il suo agire in nome della collettività, del rispetto delle istituzioni e delle leggi. Gli iscritti a un sindacatucolo di polizia che ancora ieri hanno manifestato sotto casa di Patrizia Aldrovandi non rappresentano il sentire di una società che è rispettosa verso le vittime e che è densa di quella pietas e di quel senso di giustizia che fanno sì che una madre non debba essere costretta a mostrare la foto del figlio morto, ucciso da alcuni agenti, per difendere se stessa dagli attacchi verbali e suo figlio dagli attacchi al suo ricordo.Non rappresentano il rispetto delle leggi e della Costituzione, che vuole che una sentenza passata in giudicato debba essere semplicemente accolta e debba esserlo in primo luogo da chi svolge una funzione pubblica di tutela del bene collettivo.
Non rappresentano il rispetto delle istituzioni chiamate – come è stato il caso del sindaco ferrarese – a dover intervenire per tutelare una propria cittadina, vittima e aggredita dal presunto branco di supporto degli aguzzini di suo figlio. Non rappresentano la tradizione di un paese che è risorto dopo aver sconfitto la cultura squadrista che quella manifestazione esprime.
Ogni persona civile di questo paese si attende provvedimenti. Pretende che si accerti se la manifestazione era stata autorizzata e che, nel caso, il questore spieghi come sia stato possibile autorizzare una manifestazione in quel luogo, sotto quella sede. Ci si attende che il ministro degli Interni trovi le parole giuste per condannare senza minimizzare quanto avvenuto. Altrimenti il rischio di una complicità culturale altrettanto – e forse più – dannosa di quella materiale, diventerà certezza.
il manifesto 28 marzo 2013

domenica 3 febbraio 2013

C'è un'Europa che non vuole il fiscal compact. Sta a sinistra



«Rinegoziare il trattato». La proposta di Ingroia, Ferrero e Melenchon in visita a Roma

A crisi europea, risposta europea. E' Rifondazione comunista il passpartù di Rivoluzione civile per l'Europa e Ingroia sembra trovarsi a suo agio con la Sinistra europea: «Rc vuole essere la casa aperta alla sinistra europea, per intraprendere battaglie comuni da portare avanti insieme».
L'ex pm di Palermo torna nella stessa sala da cui comunicò la sua disponibilità a candidarsi e, un mese dopo, la ritrova piena un'altra volta. Quasi tutti sono attivisti ed elettori di Rifondazione comunista. Sul palco Paolo Ferrero, il segretario nazionale del Prc, e Jean Luc Melenchon, leader del Front de Gauche francese che, poco dopo la conferenza stampa corale, infiammerà il Capranica confessando di aver lasciato il Ps francese «per colpa vostra». Vostra degli italiani. «E' stato quando ho visto che nasceva il Pd. Mi sono chiesto: “diventerò come gli italiani"?». Così Melenchon ha virato a sinistra alla ricerca dell'originalità dell'esperienza dei socialiti francesi «quando eravamo alleati con i comunisti, con i verdi, per inseguire un riformismo radicale». Invece il Ps ha rinunciato a tutto questo fino a incastrarsi in ingranaggi che «impediscono ogni tipo di riformismo».
E' proprio per questo che Melenchon è venuto a Roma: per lavorare alla costruzione di un «fronte comune per rinegoziare il fiscal compact in Europa», è questo il nome dell'ingranaggio che stritola il riformismo, anche quello non radicale: 47 miliardi di tagli alla spesa pubblica ogni anno per vent'anni al netto del pareggio di bilancio. «Per farsi un'idea della cifra si pensi che l'intero servizio sanitario nazionale (mazzette comprese) costa 130 miliardi l'anno. Tagliare una cifra del genere significherà svendere il patrimonio, privatizzare i servizi, tagliare lo stato sociale e il lavoro», dirà il segretario di Rifondazione. Quello che, a pochi passi da lì, Mario Monti, ospite dell'Annunziata, chiamerà pochi minuti dopo «uno stato che pesi di meno sulle aziende».
Ingroia, Melenchon e Paolo Ferrero, introdotti da Fabio Amato, responsabile esteri Prc e del segretariato della Sinistra europea, quella roba la considerano un massacro sociale, un atto di guerra e lanciano l'idea in una conferenza stampa e poi nell'assemblea del Capranica: rinegoziaere il fiscal cmpact. «Non è un sogno, né un'utopia ma una strada percorribile per imporre all'Europa, politicamente, di abbandonare la strada del disastro imboccata e che finisce inevitabilmente per gravare sulle fasce sociali più deboli. La rivoluzione civile nasce dal basso ma ha bisogno di alleanze e solidarietà internazionali», assicura il capolista di Rc aprendo varchi per un'evoluzione delle relazioni dopo le scadenze elettorali.
«Berlusconi e Monti producono provvedimenti in un contesto di politiche europee che aggravano la crisi anziché risolverla - ricorda Ferrero - ecco perché serve una relazione politica con chi si batte contro l'austerità». «Il Partito della sinistra europea è uno degli strumenti di quella relazione - aggiunge Fabio Amato - quando lo fondammo, nel 2006, scommettemmo sulla rottura di un modello insostenibile».
Vista dalla Francia, la lista Ingroia, dunque, è tutt'altro che l'accozzaglia che vorrebbe far credere Vendola. A Melenchon non sfuggono le connessioni con la révolution citoyenne del Front de Gauche, con l'indignazione spagnola e Izquierda unida (che vola nei sondaggi al 15%) e con Syriza che pensa realisticamente a vincere le prossime elezioni in Grecia. Anche da «Monsier Ingroia», arriveranno «brutte sorprese per gli altri partiti», assicura Melenchon pensando ai 4 milioni di voti che il suo Fdg ha ottenuto alle scorse presidenziali. Quella che ritiene di avere incontrato è per lui una «nuova forza popolare», erede «dell'Italia della Repubblica, delle bandiere rosse, dell'uguaglianza». Ferrero si mostra consapevole delle possibilità: «Rivoluzione civile - spiega - non è un'operazione di tenuta ma lo spazio per la riapertura di una speranza, l'indignazione che si fa programma, la condizione perché si avverino il cambiamento e la rivolta». Uno spazio per la sinistra che, giusto poche ore prima ha visto l'ingresso di un settore di militanti, dirigenti e amministratori di Sel, «caso unico di una scissione che avviene dopo e non prima della formazione delle liste», dice Ingroia.
Immancabile la domanda a Melenchon se Hollande assomigli più a Monti (che il francese ricorda come pessimo commissario europeo) o più a Bersani. «C'è differenza adesso tra liberismo e socialdemocrazia?», si chiede anche il leader francese secondo il quale la socialdemocrazia non esiste più: «Sono social-liberali. Ogni giorno c'è qualcuno che lascia quei partiti come me, come Oskar Lafontaine in Germania. Tutta l'Internazionale socialista ha capitolato».
Quando parla del Ps francese sembra che parli dei suoi omologhi nostrani della loro «demagogia disonorevole» (parole di Ferrero), «prima votano tutto poi lanciano pietre in campagna elettorale» su quello che hanno fatto loro stessi magari stipulando accordi sottobanco. Anche Hollande ha preso voti promettendo di rinegoziare il fiscal compact poi non solo ha firmato il Trattato ma ora insiste per una diminuzione del costo del lavoro quando il problema è «il costo del Capitale». Insomma, per Melenchon, i social-liberali parlano come un disco rotto, incantato sulle teorie di Adam Smith mentre la finanza distrugge il lavoro e i diritti
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